"…è un modo di vivere." HCB

Archivio per ottobre, 2011

Words. Don’t come easy

Le mie parole
le sposto come il peso su ciascun piede
e danno equilibrio, e fanno correre
e fanno saltare e fanno cadere.
Le mie parole che cambiano,
lancio coriandoli e cadono vetri
su di te.
Non erano così
non pensavo fossero così.
Le mie parole che non capisco,
le credevo leali, educate, mie alleate
invece hanno schegge nascoste nel velluto


Paranoid Android

Da tempo non ne potevo più del mio Nokia 5800, ogni tanto si piantava, non mi faceva rispondere alle telefonate, non faceva partire le chiamate ecc ecc. Ho fatto di tutto per distruggerlo e alla fine mi ha beffato perchè è saltato l’altoparlante. Ogni telefonata era un dialogo con qualcuno che imitava Brian Johnson, il cantante degli AC/DC.
Era da un po’ che cercavo di decidermi se passare ad Android o ad Apple, la Mac mi attirava molto però non sono assolutamente d’accordo con la sua politica di blindare tutto e di passare solo attraverso i suoi software, per non parlare del prezzo assurdo dei suoi devices, così ho dato fiducia a Google e credo di aver fatto la scelta giusta. E’ da giovedì che ci s’ciappìno e mi rendo conto che l’unico limite per le app è la propria immaginazione, se ne trovano di ogni tipo: una scannerizza i barcode e dice qual è il negozio che fa il prezzo più basso, una dice il nome alle stelle solo puntando il cellulare, una per mandare sms gratis, una per conoscere le sagre della propria zona (indispensabile!) e tante, ma veramente tante app fotografiche =)
Manca Hipstamatic e mi brucia un bel po’, però i suoi surrogati non me la fanno rimpiangere, tanto che a Venezia le foto fatte col cell mi piacciono di più di quelle fatte con la reflex. E poi ho trovato un’app per il calcolo dell’iperfocale, il grigio 18%, le fasi lunari, l’orario d’alba, tramonto e l’ora blu, la compensazione del flash eccetera eccetera. E ce n’è anche una per trasfomare lo smartphone in scatto remoto per la reflex con tanto di impostazione dei parametri di scatto e monitor per vedere cosa si sta inquadrando. Figata.
Insomma, come diceva qualcuno l’età dei bimbi è direttamente proporzionale al costo dei loro giocattoli :)

E’ un di più, un qualcosa di superfluo, però ogni tanto qualche sfizio bisogna toglierselo e visto che quest’estate non ho fatto altro che lavorare adesso mi scarico l’app della Lonely Planet. Per ora di viaggi non se ne parla, ma almeno mi infilo in tasca tutti i posti che sogno di visitare in attesa di tempi migliori in cui “sfogarmi” :p

PS la Comet e la MediaWorld fanno il 50% di sconto sul Samsung Nexus S, che è poi quello che ho preso io. Fate vobis :)


Biennale Experience

Qualcuno è rimasto colpito dalle insegne, qualcuno che non era mai stato a Venezia. E’ bello andare nei posti con chi non c’è mai stato, vedere con i suoi occhi e sorridere con la sua sorpresa. E’ stata una gita sociale al ribasso: treni regionali, panini e birre piccole, carta socio Coop per il ridotto, orari obbligati, vaporetto preso di sgamo senza biglietto, il cronico ritardo di Trenitalia -e 40 minuti alle 21:17 sono cancheri fissi- e una gran passeggiata. Ma è bello anche così, forse l’abbiamo gustata di più questa Biennale cercata da mesi, da quando la Patti mi ha fatto leggere una recensione di Jovanotti e mi ci sono ritrovato molto in quelle parole, come osservatore affascinato da qualcosa che percepisco essere più grande di me e che sfugge alla mia comprensione. Capisco di arte come di fisica quantistica ma a volte basta esserci per essere partecipi, e noi c’eravamo anche se un po’ sparsi, anche se ognuno molto per i fatti suoi perchè è una questione personale, interiore, ed è difficile da descrivere. E Venezia è sempre bella, mi ricorda la canzone di Guccini e ha una vena amara che non guasta, di città che sprofonda sotto il suo peso, di parco giochi per ricchi troppo impellicciati per sentirne l’atmosfera, di città che vive solo nel presente immediato di chi è lì per poi tornarsene nel mito. Venezia “è anche un sogno, di quelli che puoi comperare”. Ci guarderemo negli occhi da sotto una maschera, a febbraio.

Note: ringrazio il sistema operativo Android per avermi aperto un mondo, i nove che erano con me perchè sono stati preziosi (anche per pagare il biglietto ridotto ;) ), e sollecito anche chi non è venuta a rivedere i suoi canoni educativi e a dire di sì la prossima volta :)


Perdo i capelli bianchi

Ogni tanto ne trovo qualcuno e lo tolgo con un’attenzione che non uso per i capelli castani, che sono ancora in maggioranza e che cadono con ancor maggiore abbondanza. E che non mi preoccupano, è normale quando se ne hanno tanti.
Capelli come le persone, che ogni tanto cadono e qualunque cosa si faccia si sbaglia, che era inevitabile e quindi tanto vale dire la verità subito, anche se poi c’è sempre un motivo per tagliare i ponti alla prima occasione, per il troppo dolore o per l’incapacità di gestirlo, e non ci sono risposte. In quei casi meno si fa e meglio è, basta soffiare e si va via leggeri, magari ci si troverà in altre stagioni ma questi mesi sembrano fatti apposta per gli addii e per condividere il proprio nido con chi ha la stessa misura del proprio corpo. E il mio corpo si fa sottile e chiaro, e sente sempre meno bisogno di “cose” addosso, quasi che il freddo ritrovato non sia il più grande antagonista. E i progetti, quelli che si facevano nemmeno un mese fa stanno già stretti, legano come ceppi, così mi tiro dietro la porta e ne faccio legna per il camino, che ho solo voglia di stare con chi vuole stare con me.
Offro castagne e vino nuovo, e tè. E me. I pensieri li lascio fuori, alla neve.
Qui dentro ci dev’esssere posto solo per le cose buone.


Lethargy

Non so se lo avevate già intuito ma il famoso vigore della gioventù mi ha lasciato già da tempo, ed è successo che il mio fisico da cavalletta ha pensato bene di giocarmi uno scherzo dopo solo mezz’ora di picconate.
E così mi è toccato cestinare tutti i propositi fatti per valorizzare al meglio questa giornata stupenda di sole e di eventi tra i quali l’OZU Film Festival, un po’ di ciappini in casa mia e un’aperitivo in Pomposa tra colleghi; con mio sommo rammarico visto che son tre settimane che non prendo in mano la macchina fotografica e non mi era mai successo. Però quando il fisico dice “basta” deve essere basta davvero, e così ne ho approfittato per dedicarmi al più bieco dei miei vizi autunnoinvernali: il piumone (zan zan!)
Non sto scherzando: è dalle 11 di stamattina che sono qua sotto e non ho la minima intenzione di uscirne. Ho anche spento il termo e aperto la finestra in modo da godermi il tepore fino in fondo. Poi non è che abbia fatto granchè, sono rimasto sdraiato perchè per un bel po’ mi sembrava di avere dei barattoli vuoti al posto del cuore e solo verso metà pomeriggio mi sono alzato a mangiare qualcosa e ho recuperato abbastanza forze per vedere Cinderella man.
Ogni tanto ci vogliono queste domeniche di cazzeggio puro, con un piumone spesso due dita ad isolarmi da tutto e qualche sms di incoraggiamento proveniente dal mondo esterno.
E ci vorrebbero anche diverse paia di ciabatte: non posso pensare di avere solo due munizioni per gli scocciatori che bussano chiedendo se “sei ancora vivo? Posso entrare?”
“Sì sì, entra pure…” swishhh… CIAAAC!


Guarda dove abbiamo arrivati

Mi ci voleva proprio una settimana di lavoro per riprendermi da una settimana di ferie :p
Pensavo di avere un po’ di tempo per tirare fiato e invece ho scarriolato della ghiaia, tirato su la legnaia, usato piccone, badile e martello elettrico e montato porte e finestre. E poi ho sistemato le ultime cose giù in toscana, quindi grande fatica fisica ed emotiva, soprattutto quando mio padre ha acceso l’avvitatore alle 6:40 di sabato mattina nel condominio grossetano :p
E visto che mi sono ripigliato alla grande (compatibilmente con i tempi di recupero di un quasi 32enne brizzolato) vi segnalo che nel weekend sarò presente in quel di Sassuolo (o Sasòl come è scritto sui cartelli bilingue italiano-dialetto) all’OZU Film Festival.
FormìZine è partner ufficiale dell’evento e così avremo il nostro bel banchetto e cercheremo di documentare l’evento che è di grande portata, considerando anche i big che parteciperanno e le grandi serate di approfondimento sociale, una fra tutte L’uomo, il mito e la testa di minchia avente come relatore Rocco Tanica. Vi invito perciò a venirci a trovare, io sarò quello dietro alla macchina fotografica con l’obbiettivo radioattivo (13 volte il valore di soglia, mica bruscolini).
Se vi presentate al banchetto con un bicchiere di vino rosso (o ancora meglio di una bottiglia) sarete autori della nostra felicità :)

PS: il titolo è una frase recentemente pronunciata da un collega particolarmente orgoglioso del proprio operato che ben si presta alla mia soddisfazione ripensando alla settimana di ferie :)
Buon weekend.


Sul chiudere e sull’aprire

Sabato ho appoggiato un mazzo di chiavi su un tavolo e mi è venuto un magone incredibile pensando che non avrei più potuto usarle. Come in tutti i momenti terribili avevo di fianco una persona che non c’entrava niente con tutto quanto, era solo lì per altre necessità e non ha capito niente ma ha continuato a parlare di cose diversamente importanti, che scivolavano via senza consistenza sulla scorza dura e spessa dei miei pensieri. E’ stato un bene, perchè in quei momenti non ho nessuna voglia di parlarne, in compenso mi ha distratto quel tanto che bastava a non farmi crollare.
E di crollare non ce n’è stato tempo, perchè sabato era un giorno importante e la sera sono uscito e ho aperto altre porte su altre vite, una delle quali era la mia, e non ho fatto in tempo a far sedimentare tutto quanto. Ma non so se sia il caso, non lo so davvero.
A volte si trova la persona giusta ma è il momento che non lo è del tutto, e faccio fatica ad incastrare il passato al presente. Tra una fine ed un inizio mi è sempre piaciuto far passare un po’ di tempo, come quando si spalancano le finestre dopo l’inverno e si lavano le coperte e i vestiti e si rimane solo con qualche maglietta del tutto inadatta al clima, che la primavera non ha fretta.
Invece stavolta mi ci sono ritrovato in mezzo, come passare da febbraio a fine maggio, e faccio fatica ad accettarlo così di botto. Il clima mite che arriva all’improvviso a volte affoga il fiato in gola. Mannaggia ai miei tempi.
Forse dovrei imparare a pensare meno e lasciarmi scorrere di più…

Che i sentimenti abbiano un’inerzia?


Jenny è pazza

“Vasco Rossi il primo vekkiominkia”. E’ stata questa la goccia.
Vasco fa parte di quella schiera di artististi che mi hanno fatto crescere, e ci metto in mezzo Guccini, Ligabue, Zucchero, Carboni e Jovanotti. All’inizio della sua carriera come disk-jockey animava le serate allo Snoopy, qui a Modena, e qualche pomeriggio passava da Casinalbo che c’era ancora la Baracchina, sulla via Giardini, e prendeva un gelato o un “bif”, come chiamiamo il ghiacciolo da queste parti. Io non c’ero, me l’hanno raccontato.
Ma non è per questioni campanilistiche che mi incazzo.
Mi incazzo perchè nonostante una vita artistica esagerata, canzoni che più o meno ci toccano tutti e a tutti ci hanno fatto venire la pelle d’oca almeno una volta, o hanno trovato le parole per spiegare le nostre emozioni, nonostante tutto questo basta un periodo di sbarellamento per cancellare tutto. Per farlo diventare un vecchio rincoglionito che può essere preso in giro. Mi incazzo perchè non lo trovo giusto. Penso che il declino prima o poi capiti a tutti e per rispetto non mi sento di rispondere ai video che lancia su FaceBook, nè mi sento di commentare le ultime sparate su Nonciclopedia perchè al posto di Vasco vedo solo un anziano che sta male. Però quest’anziano ha gli stessi occhi che hanno letto e riletto il testo di “Alba Chiara”, di “Brava”, di “…stupendo!”, di “Domenica lunatica”, di “Dormi dormi”, di “Una canzone per te”, (e potrei andare avanti ma credo si sia capito il succo). E’ sempre lui.
Mi incazzo perchè basta qualche dichiarazione infelice per spazzare via una vita -una vita!- che ha dato tanto a tutti, e non lo trovo giusto.
Al di là che piaccia o non piaccia eh! perchè per quanto mi riguarda Ligabue è molto più criticabile: dopo i primi tre bellissimi album si è dimostrato davvero “un bicchiere di talento in un mare di presunzione”, lasciando perdere uno STILE di cui se ne sentiva il bisogno per barattarlo con un GENERE di rock all’italiana che non sa di niente. Senza poi parlare del moralismo gratuito sulla morte per overdose di Massimo Riva (chitarrista di Vasco) che poteva anche evitare. Ma anche in questo caso preferisco non commentare e godermi i suoi primi album, cambiando stazione radio quando sento i primi accordi di “Il peso della valigia”. Che non riesco ad ascoltare, ma piuttosto che criticare gratuitamente preferisco ascoltare qualcun altro…

Questo post ce l’ho in canna da sabato, quindi non è un raptus ma c’è della premeditazione dietro.
E’ facile avere degli idoli quando sono dei fighi, ma la vera riconoscenza la si vede in questi momenti e io a Vasco sento di volergli bene.
E poi… è “Lunedì” ;)


Muovere. La testa, oltre che le mani.

Chissà gli insetti come muoiono. Voglio dire: le persone muoiono perchè si ammalano e in genere lo sanno con un po’ di preavviso se il loro cuore cederà. Gli insetti invece ad un certo punto si spengono, come una formica trovata aggrappata sul muro. Chissà perchè ha smesso di funzionare. Come se fosse rimasta senza batteria, così, da un momento all’altro, mosche che un momento prima erano aggrappate ad un vetro e un momento dopo -tic- sul davanzale della finestra. Mi affascina la morte così veloce, senza un perchè apparente. Non so neanche se gli insetti abbiano un cuore, però qualcosa si ferma, una vita di pochi giorni e c’è già qualcosa che smette di funzionare. Che fregatura.

E’ fastidioso avere a che fare con persone che sanno dare solo risposte scientifiche alle cose. Non dicono niente di nuovo, non comunicano niente, non è possibile intavolare una discussione partendo da uno stralcio di enciclopedia. Per questo preferisco chi sa trovare una spiegazione magari irrazionale, ma creativa. Non mi ritengo una persona intelligiente, ho mollato l’università dopo due anni perchè, pur studiando, i concetti sfuggivano dalla mia testa. Non li ricordavo. Però so collegare le cose tra loro, se mi dai un sottobicchiere sbriciolato ci so vedere delle forme che a te non erano venute in mente e se ho una macchina fotografica in mano probabilmente ti posso dare la paga. La mia “intelligienza” non è quantificabile, forse sono solo creativo ma preferisco avere questa testa piuttosto che sapere che se non mi disinfetto entro tot minuti rischio di beccarmi il tetano o l’epatite. A parte che non uso il disinfettante, e poi non mi serve a niente saperlo, capisci? Mentre invece preferisco avere la battuta pronta e farti ridere, e l’istante dopo magari capisci che la mia non era solo una battuta alla cazzo ma era quasi ragionata. Anche se te l’ho detta come risposta a una tua domanda. E questo è anche uno dei motivi per cui ho molte più amiche che amici, le ragazze sono molto più fantasiose e visionarie. Non mi interessa sapere come sono realmente le cose, un’idea me la sono già fatta, mi interessa sapere come le vedi tu. E se mi dai una risposta da manuale me ne faccio di poco.

Conosco persone che non sanno gestire i vuoti, quando se ne trovano uno davanti l’unica cosa che fanno è riempirlo perdendo così tutta la potenzialità nascosta in quel buio fatto di vertigine. Che dà anche un po’ di attrazione. Il vuoto serve, sempre. Ti mette di fronte a te stesso, ti apre, o ti chiude e ti interroga finchè non hai una domanda con cui controbattere. Il vuoto è una dimensione che mi piace molto, è come la fame appena prima di mettersi a tavola o il sibilo sordo che senti nell’apnea prima di riemergere e prendere fiato. E’ un attimo bello perchè sai che prima o poi verrà soddisfatto e a volte è piacevole dilatarlo e sentirlo crescere in quanto esigenza. Che è poi quella che genera pazienza, e se hai tutto il tempo del mondo puoi ritenerti invincibile.

Dietro agli occhi ci sono specchi rotti. Pensavo a questo due sere fa, sul divano di casa tua mentre guardavamo la televisione. Non so come mi è venuto, forse per il tuo passato o per il mio, dici sempre che sono eccezionale e forse ci crederò prima o poi ma alla fine credo che rimangono sempre dei vetri da qualche parte con cui ci si taglia quando meno ci si aspetta. E sono quegli stessi vetri che ti costringono a fermarti e a succhiare il sangue dalle ferite per disinfettarle, e puoi scrollarti le spalle o cercare di capire prima di andare avanti e non so se a quel punto la tua vita è davvero così, è stata davvero così. Di bugie non te ne direi, mai, nemmeno dopo una serata a mangiare al cinese. E tutte le volte mi sono fermato a succhiare il sangue, perchè non mi interessa andare avanti di per sè, magari per un’accresciuta capacità di voler bene alle persone o per incoscienza, che un figlio è una roba grossa, ma le robe grosse diventano affrontabili se prese una per volta. Magari da qualcuno con un po’ di crosta. Di sicuro non riesco ad andare a letto presto la sera. Colpa tua, e io te lo lascio fare volentieri, anche se ci conosciamo solo da una settimana e di correre di sicuro non se ne parla: lo si fa.

Era dopo pranzo, avevo addosso la polvere di una mattina a spalare ghiaia e non volevo sdraiarmi sul letto. Così ho fatto un sonnellino sullo scendiletto, un sonnellino in un non-luogo. Augè sarebbe stato fiero di me, che da una necessità primaria ho ricreato un concetto sociologico teorizzato sfruttando gli oggetti di uso comune presenti in camera mia. Mi affascina anche solo la parola, “non-luogo”, un sito in cui non-stare. Ha già dentro di sè un movimento, ideologico ma anche fisico, di qualcosa che può essere vissuto solo se ci si rifiuta di fermarsi al suo interno. Come quando si conosce una persona durante una passeggiata. In una società in cui la personalità individuale è fondamentale, è piacevole diventare solubili e inafferrabili tutto d’un colpo, perciò ogni tanto vado volentieri a passeggiare nelle gallerie dei supermercati senza bisogno di acquistare niente, solo per il piacere di camminare in un non-luogo e di sentirmi uno dei tanti. Comprate uno scendiletto, vi sentirete meglio.


Ferieeeeeee. Già :p

E fu sera e fu mattina: primo giorno. Di ferie. Alèèèèèèèèèèèèèè! :)
Quest’anno ho optato per una tipologia di ferie alternative e ho lasciato decidere a mio padre dove andare. Così stamattina, dopo una bella dormita (finalmeint) e un’abbondante colazione a base di torta di mele e acqua del pozzo di casa mia mi sono trovato nell’esoticissima Baggiovara (Mo) con un badile in mano e una carriola, ad imparare la mistica arte dell’allacciamento dell’acqua in una palazzina di quattro appartamenti :p
Mistica perchè se non fossi stato di ottimo umore probabilmente qualche dio sarebbe sceso dal cielo ad intimarmi di smetterla, che ti ho sentito, non sono micca sordo.
Però c’è soddisfazione a scavare un fosso che parte dalla strada e arriva fino all’ingresso, mi ricorda di quando da monello costruivo le dighe di fango nei fossi e mio nonno si arrabbiava perchè quando aprivano le chiuse, in estate, si allagava la campagna e bisognava girare con i scintìlli (leggi stivali di gomma [dialetto modenese] ) nel fango per due giorni. E poi la terra ha un buon odore, e lo associo all’autunno perchè i contadini arano e a volte bruciano anche gli stralci delle potature. Quest’estate non ricordo nessun odore particolare, quest’autunno sa di terra arata e di fumo. E di sudore, perchè questo caldo proprio non aiuta.

E a proposito di odori vorrei citare la serata a tema “Lo chiamavano Trinità” a base di fagioli del peone organizzata sabato scorso: mi aspettavo una ventina di persone e invece eravamo almeno una trentina visto che alcuni hanno mangiato col piatto in mano e sono spariti sette chili di fagioli, due chili di luganega, quattro barattoli di conserva di pomodoro e cinque o sei chili di pane. E i Fagioli alla Scoreggiona di Giulio, ricetta segreta tramandata di Fantozziade in Fantozziade (serate a tema a base di ricette apparse nei film di Fantozzi)… insomma, c’erano i tegami vuoti e ieri ho pensato bene di chiudermi in casa, che l’aria era sicuramente contaminata.
Ho perso il venerdì sera a rimestare nel paiolo (perchè i fagioli sono più buoni se vengono fatti il giorno prima, così si passano) però ne è valsa la pena. Ho organizzato la cena perchè ultimamente frequento poco le compagnie e molto le persone, e volevo vedere cosa succedeva a invitarle tutte insieme. Tra cui una ragazza conosciuta mercoledì che si è portata dietro un’amica e hanno accettato la serata a scatola chiusa, da vere dure. Contate che certi miei amici sono degli animali e in queste situazioni danno il peggio di loro :)
Insomma, è stato un successo e ci sono già le idee per organizzare la serata “Attila, il flagello di dio”, la parte più difficile è trovare un cacciatore disposto a venderci un quarto di cinghialo-setoloso-peloso-selvaggio ma abbiamo i giri giusti, ormai non ci ferma più nessuno :)

Vado che ormai torna mio padre e ho la seconda manche del gioco a sorpresa. Di quelle sorprese che non vorresti mai scoprire, ma se voglio andare a vivere da solo s’ha da fà.


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