"…è un modo di vivere." HCB

Archivio per dicembre, 2011

Aero Club Modena

Era la giornata giusta per volare, solo che non ne ero capace e dopo i pranzi delle feste men che meno.
Così sono andato da chi lo sapeva fare. Ho superato il mio bisogno di starmene per i fatti miei e ho chiesto se potevo fare due foto, “sol che non vai nei pericoli”, ok, tre eliche ferme e rumori su, dove non riuscivo a vedere. Dicevano che il Cimone con la neve è uno spettacolo, in una giornata come questa poi! Lo dicevo, era la giornata giusta per volare. Ma poi cosa ci fai con quelle foto lì? Me le puoi spedire alla mia mail? Che poi la prossima volta ti portiamo su con noi, sono sette anni che volo e non ho nemmeno una foto mentre piloto. Una GoPro sull’ala e discorsi su dov’è più figo posizionarla. Un rombo dalla pista, poi un’altro, mani rosse, mi lacrima l’occhio destro ma chissene, erba che scricchiola, ghiacciata.
Non so se avete mai provato a stare dietro ad un aereo ad elica mentre scalda i motori prima del decollo. Magico. Un tuono che cresce d’intensità, un vento addosso improvviso, poi cominci a vedere che le ruote prima sfiorano e poi si staccano dall’asfalto e sei su, stai galleggiando su un ferro che non potrebbe. E te ne stai a terra come un fagiano che sa che può fare solo brevi, goffi voli, con la sensazione del vento degli altri sulla faccia, le tue ali troppo corte, il peso che trattiene a terra.

Tutto a tutta apertura, f1.2 per il 50ino o f2.8 per il 28mm. Volare è un concetto che non è mai tutto a fuoco.
Foto su FlickR e FaceBook (pagina nuova fatta apposta ;) )


32

Sono nato alle 14:30, era giovedì. Sembra che io sia sagittario ascendente toro, me l’ha detto mia mamma al telefono questa settimana, lei c’era. Ho passato una delle giornate più fredde che io ricordi, qui nel nordovest, che per l’occasione hanno anche spento il riscaldamento tanto per dirmi che sarebbe stato speciale. L’albergo, a sfilarmi il sandwich di t-shirt e maglia di lana e gli altri strati, una finestra su Cuneo piena di stelle cadute da un cielo nero, la notte, nudo di fronte allo specchio a considerare i miei trentadue anni nuovi di zecca senza giudizi, senza bilanci che non c’è tempo. Vorrebbe dire fermarsi il tempo necessario, e sarebbe tutto tempo che spreco a pensare alla mia vita, ma di tirar su i piedi dalla giostra non se ne parla. Neanche per un secondo. La doccia, i denti e a letto, e di nuovo il bagno alle due, sdraiato in terra davanti alla tazza a ripensare a cos’ho mangiato, e con ‘sta cazzo di intolleranza che si acuisce e mi fa strisciare, la faccia contratta, ecco che arriva, no, non arriva, e poi il freddo e tutto diventa nero e mi ritrovo a sudare sulle piastrelle, il respiro affannato, crisi da tossico nelle viscere. Ma salvo. Recluso in una camera d’albergo a far passare il tempo che mi farà stare bene, “Questa storia” di Baricco a farmi compagnia che parla di attese e di persone che si aspettano, lo rileggo più volte in più punti per memorizzare frasi da rivendere poi, il sole sbircia da più angoli finchè non si spegne di nuovo e ritornano le stelle cadute su Cuneo, qualcuno al telefono per chiedermi se ho mangiato e mi ricordo di essere digiuno da ieri. Ma non di pensieri, la mente lucida, focalizzata. Scrivere è una forma sofisticata di silenzio e oggi lo so meglio di prima. Un regalo dei più strani fatto da questo corpo, tempo, e quel poco che sta in una mano con cui riempirlo.


Cuneo

Una stanza singola d’albergo fa molto rock, tutti i grandi prima o poi hanno saputo sfruttare al meglio questa cellula entropica, chi per comporre musica, chi per scrivere un bestseller, chi per morire dentro la vasca da bagno. Io purtroppo non farò niente di tutto questo, al massimo posso tirare le somme della giornata appena passata e andare a letto presto, che domani è l’ultimo giorno di lavoro e c’è anche il viaggio di ritorno da affrontare. Già, perché a sto giro mi hanno mandato a Cuneo per lavoro e devo dire che mi sembra di stare in vacanza, se non fosse per il freddo e per le tante ore in un capannone, ma a livello mentale era quello che mi serviva: una specie di eremo in cui dedicarmi all’ora et labora quotidiano fatto di poche distrazioni, lavoro manuale, belle persone, aria buona e buon cibo. Anche se non credo mangerò mai le lumache che qui sono tipiche, ma la Francesca non è mai abbastanza svelta a prepararmele..
Domani si torna a casa e spero di vincere un’altra settimana qui, dove sono più vicino a me stesso che altrove. Dove in mezz’ora arrivo al confine, e Nizza è più vicina che Genova, e se avessi la mia macchina col cavolo che tornerei a casa domani ma prenderei la fida 5D2 e me ne andrei a zonzo fino a lunedì.. ma intanto pensiamo a domani, che tanto il flusso dei miei pensieri si fermerà tra dieci minuti, quando spegnerò la luce su questo penultimo giorno. Notte.


Sinapsi

Vorrei imparare un lingua nuova
per parlare di cose quotidiane in modo diverso
e trovare nuovi percorsi ai pensieri
e nuovi ordini per le mie navi ferme ai porti.

Vorrei imparare un lingua nuova
che dia rumori ai passi e sleghi le mani,
che sciolga la lingua quando non so parlare
quando quello che so mi riempie la bocca fino a bloccarla.

Vorrei imparare un lingua nuova
che mi sia amica e che sia un spada, una piuma, un aratro
che sia come un vestito comodo
che mi dia una forma e un peso quando mi allontano dalla gravità.

Vorrei imparare un lingua nuova per poter scegliere
desiderare, decidere, credere,
uccidere, rivivere, pensare, capire,
come con gli occhi di un altro, le orecchie di un altro
che non abbia questo cuore nè questa pancia,
e ridare un nome a tutto.


#Untitled

Beh dai. Guardiamo i lati positivi: evito il traffico da esodo dell’Immacolata, soddisfo le richieste di mio padre per i soliti lavori di casa, mi preparo con calma alla trasferta della prossima settimana (leggi: lavorerò tutto venerdì), forse mi riposo.
Se non fosse che avevo altri programmi sarei quasi contento. Se non fosse che vorrei poter contare sul poco tempo che ho e sulla possibilità di poterlo organizzare. Mi ero già fatto la bocca e probabilmente un giro lo farò lo stesso, ma sarà sempre una decisione dell’ultimo minuto visto che non posso nemmeno decidere il martedì per il giovedì. E nel frattempo ho imparato a restituire la stessa moneta, a rispondere con lo stesso tono e a incazzarmi sul serio, che la pazienza è finita e quando ci ripenso mi dispiace, ma è sopravvivenza. Certe persone capiscono solo i “no” impacchettati dentro a un vaffanculo.
Questo però non mi salverà il compleanno, nè il Natale, nè il capodanno. Ma non c’è ancora niente di certo, quindi lo dico piano e spero che non mi mandino in Fanculonia fino a data da destinarsi. Intanto mi farò una settimana in qualche fabbrica nel milanese, poi il nulla.
Ho le stesse speranze di un lancio di moneta, e la certezza che a febbraio avrò una scelta e forse anche i mezzi per farla.
E anche se non avrò i mezzi è lo stesso, che questa non è vita. Morirò per sogni davanti al San Petronio di gucciniana memoria, ma almeno l’avrò scelto io.


Sciogliendomi

Domenica sera e una doccia, per lavare via la nebbia dalla mia barba di tre mesi, per sciogliere la stanchezza di duemila foto in due giorni e un Superzampone mangiato in ginocchio, come a rendere omaggio. Morricone in testa e tra i tasti di un pianoforte, le parole di Baricco sul pentagramma, un salotto nascosto, un mondo che si apre dietro a un vetro anonimo in centro a Modena, guidato da candele sui gradini, a trattenere il respiro per stare nei tempi, per tenere tutto a fuoco. Un’ostrica schiusa per una notte che mi ha messo a letto prima che ridiventasse zucca. E poi il lavoro, di nuovo, le braccia molli e il respiro anche troppo, che gira la testa e la casa sta ferma, procede, un pezzo alla volta. E poi una cena con vecchi amici che parlano di pannolini e di Russia, di com’eravamo e di come siamo, qualche capello grigio e qualche capello in meno ma gli occhi gli stessi, ancora stanchezza, ancora la Palazzina, una China Martini e un “Suca” barrato su un bigliettino “Ti vuoi mettere con me?”, e il letto che volevo starci fino a non poterne più e invece erano le otto del mattino. Ora del Superzampone, ora degli amici nuovi e della baracca e del vino e poi una Fanta, che poi torno a casa per un jeans-pigiama prima dello spettacolo in teatro, e lì dò davvero tutto tra corse avanti e indietro, risate, emozioni varie che non ricordavo nemmeno più. L’amore accecante per un’attrice che si spegne quando si chiude il sipario, e mi scopro a ridere con il magone per tutto quello che ho ricevuto in due giorni e trabocca, quasi, salendo dagli occhi. Ma fuori c’è ancora nebbia e fa da bozzolo, da scudo, ed è quello che cerco. Un modo veloce per arrivare a casa e sciogliermi, che poi arriva il lunedì e la solita vita senza sogni fino a che non è ora di tornare a casa. L’ora di riaccendersi e di aspettare, con cinquanta euro nel conto corrente e qualche progetto sparso in tasca che prima o poi avrà il suo spazio. E sto imparando ad aspettare, pazientare, digiunare.


Il cielo di Babele

Grande anima nera accendi le tue luci al neon
spandi i tuoi profumi a un dito dall’asfalto bagnato
come un film degli anni passati,
cancella dolore e amarezza con il senso del ricordo
adesso che tutti i sogni sono in un cielo che si lascia toccare
con quali mani oserò avvicinarmi?
Con quali occhi potrò guardare dentro?
Eccone uno, si è fermato per me,
così perfetto
mi trova pronto ma mai abbastanza delicato.
Non sarò mai tutto ciò che meriteresti
non ti darò sempre il meglio di me
ma ti darò me
ogni volta che ne avrai bisogno
ogni respiro
fino a quando non ne rimarrà nessuno.

19/10/2005

Domenica ho riorganizzato la camera e ho rispolverato vecchi quaderni che non aprivo da tanto. Ho riletto qualcosa, roba che fa tenerezza per quant’ero ancora lontano da quello che sono adesso… ma poi forse neanche tanto, che alla fine ho solo inventato nuovi errori e modi più elaborati per dire le stesse cose. Lascio questa traccia per una persona che ogni tanto mi torna in mente per poi sparire, come le persone importanti che non ci lasciano mai del tutto da soli. Anche se non le vediamo mai.


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