"…è un modo di vivere." HCB

Archivio per gennaio, 2012

San Zemiàn

A San Biés, la nèva l’ag piès
Sant’Antàni d’la barba bianca, s’la n’neva pòoc ag manca
(A San biagio, la neve gli piace
Sant’Antonio dalla barba bianca, se non nevica poco ci manca)

Difatti nevica, di quella neve fine e sottile che scricchiola contro la giacca mentre cade. Oggi è San Geminiano, patrono di Modena e la neve è un gran bel regalo, chissà come sarà bella la città stasera, con nessuno in giro. Anche lei come le persone se ne starà sotto una spessa coperta. Di solito non manco mai di andare in piazza per una sostanziosa merendaperitivo a base di panino con salsiccia, cipolla e melanzane ma oggi pomeriggio romperò la tradizione a causa di vili incombenze materiali (leggi “devo andare a comprare le piastrelle, ho tempo solo stasera e non posso più rimandare”). Però è festa lo stesso, anche se lavoro a Formigine e qui non è patrono. La festa è un qualcosa che ci si porta dentro, come il fatto di considerarsi un “Zemiàn” (un “geminiano”) anche se la sua influenza si ferma poco prima la soglia di casa mia, alla Sbarra di via Landucci :D
Dai Modena, aspettami e fatti bella che dopo cena faccio un salto! :)

PS ricordo anche che siamo nei giorni della merla, e che San Geminiano è uno dei santi dalla barba bianca: è normale che faccia freddissimo :)


…campando di pane e sogni

Era un nomalissimo lunedì pomeriggio dopo la pausa pranzo. Sono entrato e mi sono licenziato. Cioè, ho detto che non rinnovo il contratto… era da tanto, ma veramente da tanto che pensavo a cosa fare, un po’ avevo già deciso ma l’ultimo passo è il più difficile da fare. Anche per gli orari abbastanza pesi, e i giorni di trasferta. Però quelli va beh, magari è il primo anno e devo ingranare, così come devo imparare a capire quando dire di no. In fondo è difficile trovare un lavoro oltretutto ben pagato e con tutta la gente a spasso che cerca io lo rifiuto, mi sembra di dar loro uno schiaffo. E poi l’ho già fatto una volta il salto nel vuoto lasciando un lavoro a tempo indeterminato, vuoi dire che a distanza di anni non ho imparato niente?! Però ripensandoci… credo di aver fatto proprio bene allora, magari faccio proprio bene anche adesso!
E in mezzo a tutti questi ragionamenti mi è arrivata richiesta di altri due preventivi, proprio oggi.
Ho uno strano miscuglio dentro e non so se faccio bene a scrivere adesso questo post, però le cose non succedono sempre al momento giusto e bisogna essere bravi a scegliere in fretta. Questo è l’anno dell’ora o mai più, e mi è costato tanto dirlo al mio capo che non se lo aspettava, così come mi costerà ammetterlo con i colleghi ancora ignari. Oltretutto uno si sposa a marzo, guarda un po’… ;) Ma era da fare, sono sereno, così saprò se posso campare della mia passione, la fotografia. Se non ci riuscirò amen, tornerò a fare il programmatore plc ma almeno ci avrò provato.
E non è come nei film, che parte la dissolvenza ma si capisce dalla faccia che il protagonista ce la farà: qui non c’è nessuna dissolvenza, qui ci sarà da farsi un mazzo tanto perchè non è un periodo facile, però se non ci si prova… e poi non voglio portarmi avanti una cosa del tipo “vorrei ma non posso”. Quindi ci provo e vediamo come andrà.
Quindi. Se avete di amici che stanno pensando di sposarsi e vi piace come fotografo sapete a chi rivolgervi, la distanza non è un problema, mi piace viaggiare e non faccio lievitare il preventivo. O lezioni private, comunioni, cresime, funerali, divorzi, sagre, feste di laurea, compleanni, musical, teatro, corsi specifici, consigli sull’attrezzatura o anche solo per un piatto di carbonara, visti i tanti feedback ricevuti su FaceBook (grazie, son commosso). Dal 20 febbraio sono vostro, a pagamento :D

Edit: fin che c’ero ho aperto un blog nuovo che userò come sito e in cui metterò i link dei miei giri e gli articoli attinenti alla fotografia, dateci un occhio ma non passateci troppo spesso o capirete quanto sono nerd :D


Fate questo, in Memoria

Non voglio scrivere un post sulla Giornata della Memoria, volevo solo dire che giovedì parto per Cracovia con l’intenzione di vedere Auschwitz.
Tempo fa ho visitato il campo di smistamento di Fossoli (Carpi – Mo) che apre solo determinati weekend, ho avuto la fortuna di capitarci mentre c’era il custode che mi ha fatto entrare lo stesso. Trovarsi in un posto del genere da soli stritola, c’è un silenzio diverso, una specie di presenza, o di assenza pesante da sostenere. Spero di ritrovare la stessa solitudine giovedì, anche se sarà dura perchè partiamo in sette tra i quali c’è qualche elemento piuttosto vivace ;) ma confido che una volta là ci sia poco spazio per gli scherzi. Parto già stanco e con un gran bisogno di stare a casa, non ne posso più di fare e disfare valigie ma credo che questo viaggio meriti molto di più di uno sforzo così misero di fronte a tutto ciò che troverò là. Mi accorgo che ho già iniziato a comprimermi, a formare un contenitore molle in cui accogliere la forma di ciò che verrà offerto ai miei sensi. Starò là, semplicemente in ascolto. Concludo con una frase di Baricco:

“Io sono un narratore, ho quel talento lì: vedo storie anche in questo tavolo, mi parla. Ho lavorato molto per dire che viviamo in mezzo alle storie e che bisogna raccontarle bene, con rispetto. È un compito civile, come quello del panettiere qua sotto. Io ho bisogno di lui e lui di me. Gli uomini hanno bisogno di storie. Non soltanto per trasmettere, sapere. Ogni storia è la custodia della speranza che questa vita non sia l’unica, che se uno volesse potrebbe avere un’esistenza differente”


Sette su sette.

Mi riallaccio al post di Roberto che chiede di fare una top seven dei propri post migliori… sinceramente non saprei fare una classifica, principalmente per una questione di memoria corta. Sono andato a spulciare nel passato, molto nel passato, verso l’infinito e oltre di questo blog e ho ritrovato il mio primo blog in cui mi firmavo checcazzo. Ma anche se ricaderci è sempre piacevole, a piccole dosi, non è che abbia tutta questa voglia di passato così dovrete accontentarvi di questo mucchio di cartoline sparse in terra.

Cominciamo. Alla posizione numero sette troviamo Delorazepam, un post crudo di un anno fa in cui a causa del troppo stress e di vari pensieri ho avuto diversi problemi cardiaci. Ora sto meglio ma ogni tanto qualcosa torna, torna sempre, a certi dolori ci si abitua ma non sempre ci lasciano in pace.
Numero sei: FormìZine, perchè ha segnato la fine dell’anno scorso e tutto quest’anno. E’ l’associazione di cui faccio parte anche se a causa del poco tempo non siamo più così attivi come all’inizio. Mi ha salvato la vita, senza mezzi termini, e riabilitando questo post ne approfitto per rinnovare il grazie a tutte le persone preziose che lo compongono.
Numero cinque: Perdo i capelli bianchi, un post sull’esigenza di cambiamento e sull’importanza di eliminare il superfluo via via che si forma.
Numero quattro: Il mare d’inverno, grande presenza e allo stesso tempo grande mancanza, in entrambi i casi è un elemento che fa crescere sia per gli spazi che lascia da riempire che per le volte che mi colma oltre la misura. Adesso ci incontriamo con meno frequenza ma con più intensità.
Numero tre: Frederick, la canzone che salverei se ne dovessi scegliere una sola fra tutte, fatta di sfumature nella voce e di testo, catarsi di tre minuti esatti e perfetti senza niente di troppo, o di troppo poco. La canzone che ascolterei per ore.
Numero due: Muovere. La testa oltre che le mani. Un post frammentato di riflessioni arrivate quasi per caso mentre lavoravo alla casa nuova, curiosità, situazioni e pezzi alla rinfusa, un po’ com’è il mio vivere di queati tempi, senza ordine e con una qualche dimensione di profondità, più percepita che reale.
Numero uno: Le cose non dette. Primo posto assoluto, il mio post preferito, scritto in un pomeriggio tranquillo come se niente fosse, così, di getto. Parla di sabbie mobili che allontanano e di cose troppo piccole e troppo grandi, che nonostante tutto si perdono sotto un sottile strato e non si riescono nemmeno a trovare. Perchè non le si cerca, non si sa niente di loro, non si pensa nemmeno che esistano e così acquistano forza e diventano mari. O deserti, che poi è la stessa cosa. La consistenza è la stessa.

Ed ora spezzerò la catena perchè invece che nominare altri blogger lascerò a ciascuno la libertà di scegliere se alzare la mano o meno. Sperando che qualcuno risponda all’invito :)


E tutto fa un po’ male

Io che non so mai iniziare bene e a volte taccio, come quei momenti in cui sento la rabbia scorrere subito sotto pelle come cavalli, magari per delle cazzate, però a forza di dai e dai si arriva al punto di rottura. E basta poco a far venire la voglia di restituire una stilettata precisa, esatta, nel punto in cui fa più male.
Ma non lo faccio, perchè non sono così. Userei troppa forza nel vibrare il colpo.
C’è che le persone stupiscono e a volte in negativo, e mi tornano nitidi molti perchè. Scuoto la testa come per vedere se cadono da soli, come parassiti, con l’unico risultato di affondare in un silenzio fatto di buio che trattiene gesti e tempo che scorre, con la sensazione di averne tonnellate addosso e non poter sbilanciare il baricentro. E tutto fa un po’ male, e aumenta con l’inclinazione.
Ma forse è il prezzo, forse dopo le cose vengono da sè senza fatica.


Taking CURE of me

E’ stato strano risvegliarmi nel mio letto, otto e trentaquattro, intera giornata per me. Incredibile quante cose si possano fare a casa, da stanchi. Con i miei tempi, tra la valigia da disfare e il corriere che mi ha portato l’ultimo acquisto, un saluto a mia nonna commossa che sono tornato, due chiacchiere con mia sorella mentre preparava il pranzo. Ho stappato una bottiglia di Vignabenefizio che tenevo per i momenti speciali, oggi era un giorno speciale, con mio padre felice perchè stasera sono a cena e due passi in centro, a comprare il biglietto per i Cure a Roma, così faccio filotto e quest’anno direi di essere a posto tra loro e i Radiohead. Più che a posto. C’è di che essere felici e oggi lo ero, senza un vero motivo ma ero a casa e potevo andarmene a spasso, cosa che ho fatto, senza una meta, a respirare l’aria fredda e umida di Modena. Non mi ricordavo da quant’è che non pranzavo a casa, non mi ricordavo nemmeno il pin del bancomat perchè stando via tanto non lo uso più, unico aspetto positivo di questo periodo. E non mi ricordavo come si stia bene a casa propria, tanto che ho poca voglia di ripartire la prossima settimana ma è solo la fatica del primo passo. Come in tutte le cose.
Il bello dei periodi di merda è che poi basta poco, davvero poco, per essere felici.


Da un diario turco

Doveva essere l’ultima notte qui, prima di svegliarmi in un mondo di zucchero a -15°C e aspettare che il tempo e la pazienza mi trasportassero a casa. Invece hanno chiesto due giorni in più, non a me perchè avrei risposto diversamente. E’ scattato qualcosa, non so. Vedrò. Che qui non si sta male, ma non si sta come a casa ed è da dicembre che manco. Cazzo. La Turchia non è come me l’aspettavo, innanzitutto le persone: credevo fossero simili agli arabi e invece non hanno dei lineamenti che si somigliano tra loro. Sembrano arabi, ma anche russi, italiani, tedeschi, europei e asiatici e infatti il Bosforo è questo, è un ponte tra Europa e Asia e sono contento di averlo attraversato via terra, come un viaggiatore e non come un fagocitatore di distanze in aeroplano. La Turchia è un timbro senza identità sul passaporto, è una lingua musicale e una musica dalle vocali modulate, è un tè offerto ogni ora, anche se sei in fabbrica e per mescolarlo usi un pezzo di reggia, o una biro usata da tutti. E’ un insieme di persone belle, sorridenti, è un cesso intasato in cui piscio di fianco al dirigente, è cibo speziato e “bira” e vagoni di yogurt, è un bacio in bocca tra uomini che ridono e si danno del ‘pinocchio’ con la P, è la bellezza portata in viso a occhi bassi, è attenzione da parte delle persone, è calore con la porta del capannone ghiacchiata all’interno, sono occhi che ti guardano e ti vedono e ti chiedono di te e non del tuo lavoro, è una piscina piena in cui ogni mattina viene spezzato il lastrone sulla superficie, è persone che camminano all’alba in un paesaggio lunare, è decadenza dignitosa e un accontentarsi ed essere felici di ciò che si ha, che si fa, che si è, è un “oggi mi sembra che ci sia meno freddo – infatti siamo solo a meno undici”, è far capire a gesti che ti serve una livella, è la scoperta che l’inglese non serve a niente se non a dare un suono diverso all’incomunicabilità ma è anche la scoperta che i confini tra le persone sono davvero labili se se ne ha la volontà. Sono contento di essere qua, solo mi girano le balle pensando che potrei stare tra le persone invece che attorno a una macchina di vent’anni fa piena di escrementi di topo che qualcuno ha pensato bene di resuscitare. Ma quest’anno è andato così e per me deve ancora finire, spero presto, spero nel modo più netto possibile.


#

Una delle più belle mattine di brina mai viste, il sole che va su arancione nel cielo che concede poco al colore, vetri opachi di ghiaccio grattato via, una nebbiolina leggera e una macchina fotografica sul seggiolino lato passeggero. Una macchina fotografica che non ho tempo di usare visto che mi tocca lavorare anche oggi, ultima riunione prima della partenza di domattina in cui partirò ben prima dell’alba per essere in Turchia nel pomeriggio. Niente caffè, l’unica cosa che mi tirerebbe su sarebbe una bella dormita come si deve e un paio di giorni di sani cazzi miei. Tempo che non ho, domande che non mi faccio che tanto ne conosco la risposta e tempo che passa in fretta tutta sotto lo sterno, schiacciando, strozzando la gola. Pressione e tempo. Saluto i miei e disfo e rifaccio valigie come se fosse la cosa più naturale, e il senso di spreco pensando a come sarebbe tutto diverso se potessi fare le stesse cose con lo spirito di chi viaggia per vedere, senza inseguire il proprio lavoro. E poi ci sarà di nuovo Cuneo e le sue alpi e la Francia a quaranta chilometri, che fosse per me sarebbe a portata di mano, al punto da toccarla e calpestarne i confini giusto per poter dire “l’ho fatto”, per poi tornare. E in questi giorni capisco l’importanza dei social network, delle mie foto soprattutto, a ricordarmi che non è tutto così e che ci sono anche altri tempi e altri modi di vivere. Mi conforta pensare che posso portarli sempre con me, per quanti siano. Per me è casa, è aria di casa, quando casa è un posto in cui vivere e mettere radici, oltre che ali.


Shahàr

Shahàr
Di radici e di ali,
sospeso in aria, bisognoso di terra,
e vento, e acqua.

Se solo potessi
essere
lo vorrei.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 66 follower