"…è un modo di vivere." HCB

Archivio per maggio, 2012

Sul buonismo conveniente

Condivido un post della Sfrappa perchè fa alcune considerazioni su cui sono molto d’accordo.
Finora ho scritto di casa mia perchè purtroppo ho le mie contingenze e per ora non posso fare granchè per gli altri, ma anche perchè appena fuori dal mio cancello ci sono realtà e situazioni che mi fanno abbastanza incazzare.
Siccome anche dalla cacca nascono i fior taccio, la media tra quello che va e quello che non va è il mio silenzio. Ne parlerò più avanti, forse, per ora citerò solo il passo biblico dei vignaioli dell’ultima ora e quello dei farisei che quando pregano suonano la tromba davanti a sè.
Sono in crisi mistica, abbiate pazienza.


Tremors

Credo che il 29 maggio ce lo ricorderemo, le tre scosse di ieri ci hanno fatto ballare per un bel po’ e va bene che le case sono antisismiche, ma a forza di dai e dai qualche danno lo subiscono e qualcuna comincia ad avere danni strutturali. Nessuno aveva voglia di stare sotto un tetto, la tensione era palpabile e ogni tanto qualche scossettina ci faceva ballare la sedia, così ci siamo trovati tutti sotto al portico ciascuno a fare il suo mestiere: chi a cuocere marmellate, chi a stirare, chi a studiare, qualcuno al pc e qualcuno ogni tanto si alzava a fare due grattini a Barra, perchè il mio desiderio di avere un cane per casa si è avverato :) Insomma, una famiglia riunita come si faceva un tempo, che se da una parte il terremoto divide la terra dall’altra unisce le persone. Sentivo che nei vari parchi cittadini c’è la possibilità di piantare la tenda e sono molto tentato, se non altro per condividere questo momento con i modenesi. O sceglierò la macchina come stanotte, che a dormire con la tensione addosso non ci si riposa e così ho dormito 10 ore filate. I giornali parlano di sessanta scosse notturne, ne ho sentita una.
Anche adesso la terra continua a tremare, poco ogni tanto, ed è un bene. Ora so cosa significa stare in tensione per una cosa che sai che succederà ma non sai quando, la terra sta scaricando l’energia e l’epicentro ora è esattamente a nord di dove sto. Si sta spostando verso ovest e noi rimaniamo a guardare e a fare le solite cose, ma quasi come se fossimo in vacanza, che la paura va esorcizzata come si può.

E comunque è una cazzata che gli animali lo sentono prima, il terremoto: durante la scossa delle 9 la micia ha solo alzato la testa e si è rimessa a dormire.. concludo con una frase polemica: “quando ci sono queste tragedie tutti vogliono fare una parte: o quella delle vittime o quella degli eroi”. Basta twittare & facebookare ogni movimento umanitario, per piacere! Non serve a nessuno e trasforma la beneficenza in pubblicità.


Il terremoto e altre piccole cose

Click, radiosveglia mode ON. Gli speaker di Modena Radio City parlano di terremoto come si potrebbe parlare del meteo, ormai è cosa di tutti i giorni. Rimango a letto volentieri, ho dormito poco, abbiamo tutti il sonno abbastanza leggero. Ho anche messo due calici di cristallo in camera in modo che si sfiorino, il rumore della terra che trema è un brindisi, qui ci piace scherzarci su anche per esorcizzare la paura.
Mi alzo e faccio per andare a far colazione su dai miei, incrocio mia nonna sotto al portico che snocciola le ciliegie e mi fermo a darle il buongiorno, parliamo di cose di casa, della marmellata che l’anno scorso era troppo asciutta e poi tutto inizia a tremare, e dura un bel po’. Sembra di stare su un autobus con l’autista ubriaco. Istintivamente guardo alla porta-finestra, poi penso a mia nonna e non me la sento di schizzare via, metto una mano su una trave in cemento armato per sentire meglio quando smette, lancio uno sguardo alla micia sdraiata al sole che ha appena alzato la testa e penso che è una cazzata che gli animali lo sentono prima, il terremoto.
“E’ il terremoto, Franci” “Sè nòna, adesso smetterà poi anche! … ma quanto cazzo dura?!”
Poi smette.
“Per fortuna c’at ghéra tè, sunà am sà c’am mitìva a bàcaier… (per fortuna che c’eri te, o mi sa che mi mettevo a urlare)”

In questi giorni in cui la terra ci balla sotto ai piedi pensavo alla casa, all’idea di solidità non tanto fisica quanto mentale, all’idea che si ha di casa come di un luogo sicuro. Il terremoto ci dà qualche dubbio e un po’ ne sono contento, non è bene avere certezze incrollabili.
Non ci si può fare granchè, quando la terra balla si può solo aspettare che smetta.
Quindi teniam botta. O teniamoci stretti alla pioppa, come si dice qui.
Vai col lisssssiooo… :p


Giovani demoni senza alcun dio [persi nel weekend]

Due minuti sul letto di fianco alla maglietta, unico momento di pausa in un flusso costante e inarrestabile. Bello passare i weekend così, cominciano con un Max Gazzè in piazza a Castelnuovo davanti al maiale di bronzo e ci sono facce nuove e vecchie volpi travestite da tuoi amici, altri amici che incontri ed “eran belli i nostri tempi” e orari da rispettare nonostante il banchino di birre artigianali chiami a gran voce (rutti, probabilmente), che sabato c’è un matrimonio bello peso senza la mia socia. Ma mi è piaciuto, lo sposo era più giovane di me ed è stato uno spasso vederlo messo alla gogna mentre suo fratello gemello lo fotografava, mi son chiesto quanto possa essere strano vedersi dall’altra parte. Forse ci si abitua, ci si abitua a tutto, anche a fare matrimoni da soli che tanto ci sono le amiche della sposa che con i loro occhi belli danno tutta la compagnia che serve, seduti in cerchio su sedie di plastica con una maglietta nera Decathlon a sentirmi un po’ inadeguato, tutte belle e tutte chiacchierone, con il papà della sposa che regalava perle e tutti che ridevano, e il gusto di andare a mezzo metro dalle persone, un assalto frontale per fotografarle in due tempi. Momenti speciali in posti speciali, come un roseto sperduto che me lo segno per la prossima volta che avrò bisogno di portare via una persona che ha bisogno di magia.
E venne il tramonto, e arrivò un messaggio: “Checco, ti va una pazzia?”, faccio due conti e dopo un’ora sono su una macchina puntata verso il mare, con un numero di cellulare nuovo e Kawasaki a tre cilindri in testa e un Porsche e gli Eurofighter che atterrano mentre vado in spiaggia, sms che mi fanno incazzare e capisco solo dopo perchè e faccio poi anche in fretta a fregarmene, giusto in tempo per patir freddo a Riccione che l’anno scorso non si stava così. Ma non sono fatto per quella musica, non sono fatto per locali strapieni e ragazzette che si mettono in posa non appena uno fa una foto ai propri amici e cubiste e persone che rovesciano i cinque euro di Jaegermeinster che tento di proteggere col mio corpo. Sono fatto per dormire quattro ore e presentarmi ad un battesimo fresco come una rosa, la socia mi vede e non ci crede e resto lì a insegnare come si usa una reflex fino a metà pomeriggio, solo perchè ho un’altra festa di compleanno a sorpresa e prima devo scaricare le foto sul pc. E magari fare una doccia che ho ancora dei coriandoli tra i capelli. Che non sono tanto quelli quanto l’amido del riso.
E un nocino finale, non lo vogliamo prendere? ;)

Due frasi:
“Che non abbiamo vite regolari, che non ci sappiamo limitare” – Vasco Rossi, Siamo solo noi
“Fin che questo cuore non creperà di ruggine, botte o di età” – Luciano Ligabue, Urlando sul mondo

E un pezzo:


Parlo da solo

Un foglio bianco, papaveri di notte alla luce dei lampioni e due passi per smaltire la giornata, che ha fatto davvero caldo e mi bruciavano gli occhi dal sudore tra tutte quelle signore in canottiera che tagliavano e cucivano e ridevano perchè dovevano togliersi l’orologio fuxia davanti al capo. “Perchè c’hai una macchina che fai diventare bella anche me!” Un metro da sarta tricolore e qualche scudetto azzurro su giacche che voleranno a Londra, una telefonata in extremis e un favore che domani devono spedire e mi farebbe piacere tenerne un ricordo, che una giacca non posso, sono contate e poi è per le nostre ragazze a Londra. Incredibile quante storie passino a pochi chilometri da casa, parcheggio di fianco a una Ferrari cammuffata con il tester che scrive curvo su un quadernone e non ci faccio caso, qui è la normalità, tiro fuori i miei giochi e tre ore volano in un lampo tra persone che vivono questa vita da sedute, tra fili e chiacchiere e ciozzerie varie che il capo è l’unico uomo e non so come faccia. Lo dico con un sorriso, ce ne fossero di signore così.
Papaveri di notte alla luce dei lampioni e un topo sbuca dal fosso, poi un riccio. Ci manca solo la solita civetta sul cartello “vendita duroni” e ci sono tutti. Mi ricordo che da piccolo in questa stagione era pieno di lucciole e andavo a sdraiarmi nella vigna e cuardavo verso il cielo, adesso le uniche luci intermittenti sono quelle degli aerei. Non c’è più nemmeno la vigna, nè mio nonno. Arrivo in Palazza per una weiss improvvisata, qualche chiacchiera giusto per finire la giornata in compagnia, un cocabutton troppo dolce che lavo via in fretta.
Papaveri di notte alla luce dei lampioni, c’è ancora un po’ di brezza che li muove, un po’ li hanno già tagliati e rimane l’orzo dritto a lato della ciclabile, quasi nudo senza il vestito rosso, in sentinella.
Arrivo, apro, entra la micia che forse è incinta ed è più inculenta del solito, speriamo che i gattini abbiano preso dal padre. Facebook, un video degli ODP e Lumaca e Guidetti che sono come il prezzemolo. Notte.


Irughegia

Oggi ho imparato cos’è la cohousing. Vi giro il link nel caso voleste saperne di più, cercavano un fotografo che documentasse un world cafè: uno stanzone con sei tavoli, ogni tavolo era dedicato alla discussione di un tema e su ogni tavolo c’era una tovaglia di carta sulla quale le persone potevano annotare i propri appunti. Ogni venti minuti le persone si dovevano alzare e cambiare tavolo, ciascuna scegliendo il nuovo tavolo più o meno a caso in modo da mescolare i gruppi di discussione.
Ora, datemi un teleobbiettivo e un intero pomeriggio in cui cinquanta-sessanta persone discutono senza considerarmi minimamente e mi avrete fatto felice :)
Al di là del lato fotografico dell’evento apprezzo un casino questo genere di iniziative che partono dal basso, è un modo per sostenersi e per creare aggregazione tra famiglie, anche se ammetto che non so se ce la farei a sostenere attivamente un progetto del genere, visto che ho un gran bisogno di tempi e spazi solo miei. Infatti ho dato la mia disponibilità a seguire fotograficamente il progetto per studiare la situazione, annusarla per bene e farmi un’idea più concreta di un progetto che sulla carta mi attira un sacco, poi quando avrò una famiglia avrò anche una possibilità di scelta in più :)

Mannaggia sono le due, domattina chi si alza? :(


Musica a chilometri zero

Ci frega la distanza. La distanza altera il sapore tra l’albero di mele e la tavola dove la mangiamo, che fa la differenza tra una casa in piedi e una caduta, che spegne il suono della musica. A questo pensavo ieri sera mentre ero al concerto degli Spira Mirabilis, talmente vicino ad una violinista che in due passi potevo afferrare l’archetto. La distanza è ciò che non mi fa apprezzare la musica classica: Mike McReady e Mark Lanegan sanno sedersi sul sedile del passeggero ed ingranano loro le marce della macchina, Thom Yorke si siede sulla scrivania e mi guarda mettere a posto le foto, Dente uguale, gli Arctic Monkeys mi fanno capire che è ora di spegnere il pc. Ma Beethoven dice tante di quelle cose che o è lì nella tua stanza e sei disposto ad ascoltare solo lui, o diventa una di quelle persone che suonano alla porta nei momenti meno opportuni. Per questo le due o tre volte l’anno che gli Spira fanno un salto a Formigine li vado ad ascoltare. Perchè sono talmente coinvolgenti che riescono a riesumare un inchiostro secco da secoli e a riportarlo ad uno stato liquido attraverso dei pezzi di legno e dei tubi di ottone. E io, chitarrista volgare che non so nemmeno leggere la musica, rimango ipnotizzato da quelle teste che si muovono su e giù e da quelle dita che danzano sui manici di violini come pirati sulla passerella, dalla caduta lunga tutto un contrabbasso o dall’esplosione dei fiati. Perchè la Pastorale è stata una tempesta che ci ha tenuti col fiato sospeso per quasi un’ora, si è inghiottita tutto. La musica classica è un prodotto deperibile, non regge la distanza. Non è la stessa cosa ascoltarla su un cd mentre qualcun altro l’ha suonata chissà quando. Bisogna essere lì e assistere mentre prende forma sul momento. Perchè se non si vedono i musicisti si è come ciechi che non vedono il labiale. Da vicino invece si vedono -si vedono- i suoni che si creano dal più piccolo sfregamento di tendine con la corda.
Pensavo a com’è diversa la musica classica in cui trenta o quaranta persone tengono il palco senza che nessuno spicchi sugli altri al contrario della musica che ascolto di solito. Pensavo a T. che dice di non aver bisogno di ascoltare la musica contemporanea e a quanto si perde nel farsi bastare una musica vecchia di secoli. Pensavo alle categorie che ci si danno, “ah, io non sono il tipo da..” perchè è tutto relativo e c’è tanto da perdere, non fosse altro la bellezza di andare a un concerto di musica classica e scoprirsi felici dopo una serata così impensabile.

Ringrazio il Comune di Formigine per averci tenuto i posti davanti, e il Comune di Digione perchè senza di loro il Comune di Formigine non ci avrebbe mai tenuto i posti davanti :D


Daboot

Passo di qua di corsa, ci mancava solo il terremoto a darci qualche emozione in più… ma a noi emiliani l’adrenalina piace, anche se preferiamo quella data da un motore, meglio se monocilindrico. Ho fatto queste foto giovedì scorso a Finale Emilia, ora epicentro del sisma, fa un po’ strano pensare a come siano cambiate le cose nel giro di pochi giorni. Fa un po’ male, anche.


The fixer

Sai quei giorni nati male senza un perchè?! Bei giorni in cui stai con i tuoi amici e ridi tanto, e vai a un ristorante giappo a prezzo fisso e fai del danno che ti senti un po’ in colpa per dargli solo dieci euro, e poi passi dal bar e Uber ti consiglia un Petrus ed è proprio quello che ci vuole per spurgare il pranzo. E poi fai un salto in centro a fotografare la 1000Miglia e c’è un sacco di persone, piove ma si sta bene in maglietta e non c’è bisogno dell’ombrello, che il tuo lo devi ancora rimpiazzare e con l’impermeabile suderesti l’impossibile. E conosci un geometra di Manchester che segue la Corsa e ha addirittura il pass con su scritto “PRESS”, e un altro tizio buffo in polo gialla malato per la sua 500 che ti dice che una volta ci ha girato a Marzaglia e ha dato la paga alle Ferrari e nemmeno loro ci credevano, e tu sorridi e annuisci che non te ne frega niente se è vero o no, quel tizio ti sta simpatico con tatuato “Manolo” su un avambraccio e tante chiacchiere e la sua pagina Facebook. Che poi passi un attimo da casa a scaricare la compact flash e riparti subito con un croissant Privolat all’albicocca in mezzo ai denti, direzione Fiorano per un musical, e la più bella ragazza che tu abbia visto da tanto (ma tanto) tempo ti chiama per nome, ti dice che avrebbe dovuto chiamarti e tu non ci credi, le chiedi chi sia e ti risponde che è la sorella dell’A. e che si deve sposare tra un mese, e cerca un fotografo. E poi ritrovi un sacco di persone di Magreta che non ti ricordavi nemmeno di conoscere, che chissà che vite hanno (e tu che vita hai, ora?). Scricchi cinquecento foto senza pensare ad altro, vai a stringere la mano alla Giuly e a Eddy che ha messo l’assolo di Bohemian Rhapsody in Forza Venite Gente e mastichi, finalmente e con soddisfazione, un panino alla salsiccia melanzane maionese a un’ora che sai che ti terrà compagnia per tutta la notte. E qualcuno ti vede mangiare con così tanto gusto che ti sorride. Ti infili in macchina, The Dope Show (Marilyn Manson) e the Fixer cantata a squarciagola con quanto ne hai, che ne hai da sorprenderti, e provi a scacciare via quella vena amara di Petrus che hai da quando ti sei svegliato.
Ma forse va così e basta. Si vede che certi giorni hanno un po’ d’amaro di fondo che non se ne va.

I’ll burn as a way to make light
I’ll dig your grave
We’ll dance and sing
What’s saved could be one last lifetime


Hail seitannnn!!!

Millemila impegni tutti in un colpo, telefonate da appena sveglio, tempi brevissimi, riorganizzazione, quattordici ore e mezzo di corsa tra la bassa Finalese e Bologna e riunioni al posto della cena per poi svegliarsi con un soffitto da pitturare e una riunione in Comune.
La pancetta da birra messa su in anni e anni di onorato (ser)vizio sta calando drasticamente. Brutto segno.
Per fortuna c’è la cucina vegana :D


Modena e qualche pensiero dell’ora di cena


L’ora della cena, quando la città è svestita e non cammina ma infila le gambe sotto i tavoli, voci dalle finestre e rumori di forchette accompagnano il profumo di ragù.
Tutto per strada diventa più delicato.

Tu non butti ombra.
Te fai luce e nemmeno te ne accorgi.

Ludovico Einaudi – Fairytale


Schegge sparse in terra e nell’aria

Il tempo. Che non passa mentre sono in giro da solo, magari in bici in mezzo a qualche campagna. Riprende a scorrere più tardi, mentre mi riavvicino a casa e lo posso misurare da sotto la doccia in ore e chilometri, ma durante.. durante non scorre. Tictictictic fa la catena, mi bruciano le cosce ma ho il cuore tranquillo, battito regolare, bocca aperta per inghiottire l’aria e i profumi della terra che in questa stagione sono i più buoni e dilatano le narici ferme dall’inverno. Piumini di pioppo che fermano i raggi obliqui del sole. C’è pace nel viaggiare così.

Serendipity: frutto del caso e dell’intelligienza, la capacità di trovare qualcosa di importante mentre si cercava tutt’altro.
L’erranza è la forma nomade della serendipity.

L’arte è il culto dell’errore – Picabia

Per me la fotografia è un’arte dell’osservazione. E’ la ricerca di qualcosa di interessante in un luogo anonimo. Ho scoperto che ha poco a che fare con le cose che vediamo e tutto a che fare con il modo di vederle – Elliott Erwitt

Immagino il momento dello scatto, un momento che non si aspettava, l’elogio del caso. Mi immagino soprattutto il suono dell’otturatore, dev’essere una specie di liberazione dall’immobilità, una logica negata: tutto è carico, poi arriva quel momento, viene percepito e -TLACK- l’otturatore si libera, si scarica. Come se avesse il peso di quel momento tutto su di sè e al suo culmine diventasse insopportabile.
-TLACK-
Il rumore della Leica in una stanza che sa di legno, Venezia dai vetri, nessuno nella stanza.

Io non cerco, trovo – Pablo Picasso

La fertilità del caso.

A ogni errore dei sensi corrispondono strani fiori della ragione. – Louis Aragon

Erwitt è IL grande – F.Boni


Ci sono sere che finiscono

Ci sono serate che sembrano finire con un’insana voglia di bici, rubo la mountain a mio papà e faccio quaranta chilometri di sterrato così, in scioltezza. Nel ritorno mi perdo tra i campi di Magreta, chiedo informazioni alla prima casa che trovo e scopro che ci abita un mio amico di vecchia data, spegne il trattore e mi offre del trebbiano fresco in cortile nell’ora più bella, quando l’Emilia somiglia all’Alabama con piumini che volano e balloni di fieno e tutti i profumi che salgono dalla terra. Passo da casa per finire nel solito bar con l’adrenalina ancora sotto la lingua e mi propongono il Baluardo, covo di fighetti, mi cambio per fare un’ora di fila, vedere una ragazza che sviene e decidere che è meglio andare in Pomposa per una birra e che vadano tutti a cagare. Loro, le loro minigonne e il loro trucco troppo perfetto.
Ci sono serate che sembrano finire a mezzanotte meno dieci per una vittoria a Risiko. Poi passo dal solito bar per un saluto e mi trovo a giocare a bigliardino con due nocini in corpo, con una che si propone di infilarsi tra me e le manopole, un morso sul collo e la schiena solcata nonostante una partita giocata alla morte. Io e Jhonny che titta dall’Heineken contro Frate e Fuggy che si lanciano in un testa a testa, ma la vittoria è per noi, nell’ultima pallina. Ci sono serate che finiscono, ma poi arriva un messaggio.
Ci sono serate che sembrano finire con una mostra di Henry Cartier-Bresson a Reggio Emilia e una cena cinese d’asporto nel bar del don.
Ci sono mattine in cui la sveglia suona troppo presto e riapro gli occhi su Venezia, Elliott Erwitt tutto per me che mi vien voglia di farla di nuovo -e la rifaccio- e il profumo della Casa dei Tre Oci fatto di legno per navi, pavimenti scricchiolanti e il profumo del mare Adriatico, che è ben diverso da ogni altro. E un po’ ne rimane addosso anche a Nila che vedo dopo non so quanti anni di social network ed era il momento di incontrarci, tante chiacchiere e uno spritz che con gli “sconosciuti” ci si confida meglio nonostante il senso di disagio per una città che come Roma ha troppo di tutto e io, provinciale abituato a Modena, faccio fatica ad inquadrare. Poche foto, una telefonata che mi dice che sono stato scelto per Digione (yeah \m/), un saluto di corsa, uno scatto quasi rubato, l’Errore Fotografico di Chéroux bevuto d’un fiato nelle ore di treno, un po’ di sonno cullato dal treno e una pizza per poi trovarmi sdraiato su quello che sì, è il mio letto, e non so se questa serata finirà così davvero o è solo un altro rimbalzo.


Tutte le ragazze interessanti che conosco sono già impegnate

Ci sono queste sere in cui mi viene la piomba alle dieci ma ho una sbrusia incredibile di uscire. Alla Tenda danno un film: “Italy, love it or leave it” e lo inizia… adesso cazzo!
Qualche volta è bello uscire da solo, mi faccio sempre un sacco di film sulle persone che incontrerò, film che puntualmente non si avverano mai perchè già ad uscire da solo mi guardano come se fossi un maniaco o uno sfigato e quindi finisco la serata a vagare senza meta per Modena, che si sta bene anche in camicia. Avevo un po’ di pensieri da portare a spasso, persone nuove nella mia vita che sto riorganizzando e non so ancora che peso dare, razionalizzazione degli oggetti visto che sto vendendo tutto quello che non uso più e devo dire che ora che sono venuti a prendere la moto mi sento più leggero (mia mamma ha pianto, piangeva anche ogni volta che partivo: “Torni anche?” e mi davo una bella grattata scaramantica). Obbiettivi, macchine fotografiche… ritorno all’essenziale.
In compenso ho preso il 35L Canon ed è veramente un’arma impropria, ed era quello che ci voleva per far fluire i miei pensieri in immagini, darl loro una forma e un viso per poterli guardare in faccia.
La fotografia mi serve a questo, dove mancano le parole iniziano le immagini e ora, più che parlare, vediamo cosa succederà.


Modena, i visi

I visi che si incontrano in certe piazze, che stanno lì come fiori e nemmeno si alzano al passaggio del vento, notturni e dispersi senza fossi, senza acqua, senza specchi. Seduti su altri posti, altre storie e la voglia di andare, fare due passi lontani da sè ma più vicini ai propri pensieri, vino a volte, scalda, aiuta, la notte offre poco ma dà il necessario.

I visi che si vedono dietro ai vetri, perchè magari sei da solo in un cinema e sei da solo, e può scappare uno sguardo ma mai una parola, nemmeno attraverso un gesto distratto. I visi che osservano da dietro a un vetro e bocche chiuse, silenzi scivolati e trasparenze impenetrabili che servono solo a far star male.

I visi che si illuminano dal di fuori, dietro a macchine fotografiche a ore improbabili, catturano la notte a francobolli e non l’avranno mai tutta intera. Visi che cercano senza trovare, ce l’ho io la chiave ma stasera guardate troppo in alto e io ho trovato la mia fuga in Sant’Eufemia.


la Magnalonga

Oggi mi sento un po’ malinconico e anche molto contento, di quella felicità che non si scalfisce nemmeno per i postumi di una giornata come quella di ieri, con la Magnalonga e il NFF che non ci ha concesso il podio. Perchè alla fine alla Magnalonga ci sono andato e l’ho fatta tutta, la salute si ritrova in fretta grazie agli amici che ho. Eravamo in una trentina tutti piuttosto molesti, l’occasione istigava a cazzarsi via, come si dice qui. Si lasciano i pensieri a casa e ci si da giù di brutto fin che ce n’è, e siccome siamo professionisti nessuno è stato male. C’è sempre un gruppo del Veneto che si fa vedere ogni anno ma il top è farlo da autoctoni perchè si incontrano sempre un sacco di persone che non si vedono mai, c’è chi suona e chi distribuisce il mangiare e diventa una specie di megaraduno in cui tutti sono amici e tutti si vogliono bene, mi fa pensare a una specie di Woodstock in cui tutto è permesso e siccome si è in mezzo ai campi ci si sente in una specie di bolla in cui il tempo e la morale non passano. Vige l’anarchia ma nel rispetto di tutti, e se per caso mi fossi portato dietro un ombrello e lo trovassi a brandelli tra scene di delirio e persone urlanti credo che mi farei una grossa risata. La Magnalonga concede regali, come Gigi che segue proprio il nostro gruppo e sono curioso di vedere che foto ci ha fatto, tre schedine di memoria trovate nell’erba e che sono della M. (coincidenze o gran culo?!), bottiglie di vino a 2,40€ che sono un’istigazione all’ubriachezza, amici che ti abbracciano e creano situazioni esilaranti e non ti ricordi da quant’è che non ridevi così tanto e con così tanto impegno.
Per poi trovarsi in Palazzina due ore dopo per andare a Nonantola. Facce di chi si è appena alzato da letto con il lambrusco ancora in corpo e un cazzo di voglia di passare una serata in giro. Ma ciascuno aveva i suoi buoni motivi ;) e la voglia si trova, e si incontrano registi importanti che ti stringono la mano e fanno due chiacchiere, blogger che non lo sapevi ma sono “di famiglia”, gesti di speranza, l’emozione di vedere il proprio corto sul maxischermo, sguardi che forse durano un po’ troppo (o forse è solo una mia impressione) e ti rendi conto che hai solo degli amici belli, ma belli davvero, e non hai fatto nessuna selezione all’ingresso.
Quindi grazie a tutti, a chi c’era e a chi mi ha solo pensato perchè c’eravate tutti.

Le foto della Magnalonga le metto solo su FB perchè sono 156 e non voglio intasare FlickR
Il nostro corto è questo:


I venerdì in casa

Confesso, ne avevo voglia di un po’ di tempo per me, per guardare quei film che rimangono lì, ieri This must be the place e oggi Midnight in Paris, impressionante quanto un jazz indovinato possa riportare chi guarda indietro nel tempo. Indicare un’epoca, portare lontano da quel che c’è qua e trovarsi là, voglia incredibile di trovarsi a passeggiare per una città con la pioggia senza un motivo vero, solo sogni, o fantasia. Da solo, con le mani in tasca sperando in Marion Cotillard, pensando che in certi momenti ci starebbe bene un vizio come il fumo che butto fuori e se ne va, come qualcosa che esce e prende una direzione propria, diversa. Ma non ce la faccio più a ricominciare, perchè sono fatto a rovescio, faccio il bravo per poi pentirmi. Il vino invece c’è davvero, un Lacrima di Morro denso che ho imbottigliato apposta per queste serate in cui devo dire di no e fa piacere sentirsi cercati via messaggio, o in qualche mail fitta per un appuntamento che non ho mantenuto mio malgrado.

Ho comprato una tavoletta grafica.
Il pensiero risulta
non pervenuto.


Le mattine che ti alzi e hai proprio una brutta cera..

E’ bello prendere l’influenza quando fuori fa freddo o nevica, allora si può accendere il camino, prendersi dietro la bottiglia di grappa (è espettorante) e guardarsi qualche film sotto due dita di coperta a quadrettoni. Ma il tre maggio non ci si può ammalare. La nonna di una mia amica dice “febbre di maggio, salute per tutto l’anno” ma è una magra consolazione, io la salute la voglio adesso se no cosa me ne faccio di questo sole? Oggi poi dovevo essere a Venezia alla mostra di Erwitt, mi sono svegliato alle sei in un lago di sudore e ho iniziato la giornata con delle brutte parole. Tutto saltato. Che poi mi intestardisco e dopo un po’ che sto fermo in casa divento insofferente, ho provato a fare due passi fuori per ossigenarmi ma con il sole ho iniziato a stare malissimo, a sudare, testa che esplode, occhi di fuori. Che due maroni.
Vorrei essere raggiante per un sacco di motivi e invece mi sento come un nido di vespe in un barattolo.
Che due maroni.
L’avevo già detto “che due maroni”?
Che due maroni.

Cera

PS come qualsiasi uomo che si rispetti, quando mi becco l’influenza divento astioso come un moribondo.


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