Moleskine | 30.07.2012
Elaborare pensieri a crescita verticale è un bel casino quando sei abituato a scegliere agende a righe orizzontali. Bisogna imparare l’arte del salto, affidarsi al vuoto.

E le magliette troppo sporche e vissute
In questa immobilità da caldo torrido mi trovo spesso a sudare sul letto aspettando il momento in cui chiudere gli occhi. Di solito arriva da una doccia gelata poco prima di mettermi a letto, o dalla finestra insieme al fresco e ai grilli. Da quest’anno si sentono anche le cicale, in piena Emilia. Non credo di ricordarle. E’ tempo di grandi domande esistenziali, tipo mi chiedo quand’è che finisce sto caldo, se ho messo il cellulare sotto carica o se il rumore di foglie secche che sento a un metro dalla finestra sia prodotto da un riccio o da un cristiano..
Poi in genere ripenso alla giornata, solo alle cose belle perchè per le brutte c’è tempo al mattino dopo, se mai. Penso a questa immobilità che non è solo dovuta al caldo, che forse da qualche parte è ancora inverno o forse ci sono certi cambiamenti, certe crescite, che partono da dentro come le radici degli alberi e da fuori non lo diresti mai. C’è chi cresce di punta, io cresco di radice. Ho bisogno di una spinta da sotto più che di qualcosa che mi attiri a sè, il resto resta immobile, poco rumore di foglie e molti schiocchi sordi. Le parole sono foglie e fiori e qualcuna ce l’ho da dare al vento. Che le ferite di radice sono più lente a guarire rispetto alle ferite di ramo, ma non ci si può guardare sempre le punte delle scarpe e mai a chi si ha davanti.
Mo – l’è ora d’zeina
Una canzone che mi gira in testa a 33 giri al minuto e una Regina, Modena.
Una città femmina come Bologna, ma più modesta, “piccola città, bastardo posto” che ti compresi a trent’anni suonati. Spazi vuoti all’ora di cena in cui manca l’uomo o c’è a piccole dosi, una coabitazione tra muri e persone che si completano a vicenda e si ritrovano a orari prestabiliti come un’immensa famiglia che sa le consuetudini di casa propria.
Incontro di uomini ma anche periferia delle tradizioni, una mano al bicchiere e una alle cose care.
“Perchè Modena è violenta e la polizia spara in aria, se vuoi trovar riparo allora vieni qui. Vai verso la Rotonda, poi svolta alla tua destra, saluta mia madre alla finestra”. – Lomas
“Empty spaces – what are we living for?
Abandoned places – I guess we know the score
On and on, does anybody know what we are looking for…?” – The Queen
Due passi, un paio di occhi: le cose importanti vanno a due a due. Modena e i Modenesi, anche dell’ultima ora.
Note: ho usato una 5D2 e il Canon EFs 10-22 opportunamente adattato con un abile stratagemma.
Non sempre le accoppiate impossibili sono realmente impossibili.
Baby building
Ho bisogno di città, di sapere che per strada ci passa della gente, di sentire i rumori del traffico, il cigolare delle biciclette. Ieri ero a fare delle foto a Palazzo Europa e nonostante fossi uscito nel primo pomeriggio avevo già progettato la serata. Ho finito tardi perchè c’è stato un fiume di chiacchiere, non so perchè ma con gli amici faccio veramente fatica a trovare degli argomenti mentre tra estranei divento un torrente, a volte mi metto in secca per accogliere l’acqua altrui e potrei stare ore così, a intermittenza. Abbiamo staccato la spina perchè è arrivata l’ora di cena, quella scandita più dalla pancia che dall’orologio. Io invece non avevo appetito, così sono andato in giro per Modena senza una meta, ed era l’ora più bella. Nessuno o quasi a spasso, tutta la vita era dietro alle finestre spalancate e il senso principe diventa l’udito, arriva il momento di lasciar riposare gli occhi. Poi oltre alle stoviglie arriva un Sweet child o’mine e basta a far serata. Altre sere invece c’è qualche programma figo, tipo stasera con il concerto dei Simple Minds che è più che altro una scusa per uscire visto che conosco sì e no quattro canzoni. Però è quello che ci vuole dopo una giornata pesa, a patto di lasciare a casa la bici e prendere lo scooter di papà. E poi è sempre istruttivo andare così vicino alla fonte di tanti anni di musica. E’ bello vedere tanta gente a spasso, tante coppie per mano che fanno tenerezza perchè cominciano ad avere una certa età e si comportano da ragazzini, cani che bevono dalle fontane, amici che si ritrovano (bella Simon!
), cercando l’angolo con l’acustica migliore visto che quegli stronzi hanno messo impalcature apposta per non fare vedere niente. Avevo voglia anche di sgamare e provare a passare le transenne con il teleobbiettivo in una mano e la faccia da culo che dice “sono della Gazzetta di Modena, posso fare due foto al volo?” ma era bello anche stare dalla parte sbagliata. Era più popular, ci stava. E poi la musica rimbalzava sotto i portici ed era bello ascoltarla come se ci fosse una cassa in ogni finestra, che per la musica non c’è transenna che tenga.
Oggi ero contento senza un motivo, anzi, per una manciata di cose che alla fine sono cazzate però mantengono a galla: ho stuccato e pitturato le finestre di casa mia, Moneti (chitarrista dei MCR) che mi ha fatto i complimenti su FB per una foto che gli ho fatto, il pomeriggio di chiacchiere con un musicoterapeuta, la scenata dell’Ele ieri sera che non si capisce perchè, la “giornata di mare al condizionale” arrivata per sms, i gattini che mi corrono incontro e inarcano la schiena per fare gli stupidi, la cena a base di capocollo toscano e zucchine, l’oroscopo del sagittario superfigo linkato da una vecchia amica di blog, la birra Coop che sto bevendo che vorrei non finisse mai, al contrario di questa canzone ![]()
Siore e siori: Dente.
Quando ci sono così tanti concerti in giro come si fa a non essere felici?!
Quando ci si ferma
Si fa presto a dire “grigliata”. Si fa presto anche a dire di sì così, a cuor leggero, che tanto cosa vuoi che sia. E invece mi accorgo che non ho fatto i conti col resto della settimana, che oggi è domenica (domenica?!) e son stato a Fano, e poi a Reggio, e poi tra Modena e Magreta e poi di nuovo a Bologna. A suon di sei ore a notte quando va bene e la soddisfazione come surrogato del sonno, di persone fighe ma fighe davvero, e per di più abbastanza alla mano da svelarti la loro vita sul palmo e a ripensarci sembra di aver vissuto qualche vita virtuale.
Conclusione una festa di laurea. Anzi, no, una porchettata. Anzi no, una grigliata con del nocino fatto in casa e un secchio da 5kg di strutto, Vibram Five Fingers ai piedi e la pioggia che cade a un metro mentre mangio pizza e spiedini con la voracità di chi ha saltato il pranzo. Ripartono i divertimenti con un gioco dell’oca etilico e qualcuno torna con le mutande in mano, un “Checco stai attento” detto a mezza voce che è strano sentirlo a una cena, parlando d’altro, definendo chi ci prova con chi, certi tiri di dado vanno oltre il sei per risultati del tutto imprevisti. Mi perdo con i giorni, all’Officina delle Arti a dare schiaffi lunghi tre minuti su macchine virtuali e soft box che attenuano le ombre ma non quella che mi rimane sullo stomaco, una specie di tristezza di fondo da pomeriggi troppo azzurri e lunghi da sopportare, giovani e bellissimi ma partono lacrime da appena svegli che non si lasciano controllare e allora si alza lo stereo per qualche minuto che con il volume alto è tutto più facile. Inghiotto, poi passa.
Resta il vento fresco della sera, grilli, un senso di insoddisfazione lavato via da una doccia ghiacciata la mattina dopo. Finchè si corre va tutto bene, quando si rallenta si inciampa.
Toxoplasmosi e cuori troppo grandi per preoccupazioni che tengono svegli, senza caffè, troppa vita alle spalle e qualche rischio davanti che, ma non merita attenzione. Dovrei smetterla di girarmi ad ogni passo, metterne insieme due e poi tre e poi iniziare. C’è vento, sta cambiando il tempo, fosse così facile cambiare ci metterei la firma e invece mi lascio rimescolare e non cambio.
Non cambio.
You’re not welcome anymore…
“Le lacrime alla fine lasciano il tempo che trovano: è quando qualcuno ti manda affanculo che capisci di aver costruito davvero qualcosa.”
Da “I dialoghi con LauraS”, in tempi non sospetti.
Tutti tornano, prima o poi ![]()
Sopravvivrò.
Essere
Son partito dopo il lavoro, una doccia e sudavo ancora. L’Emilia sa essere molto calda di domenica pomeriggio. Mi piace il lavoro che ho scelto, lavoro quando gli altri fanno festa e viceversa. Sarà un problema se mai avrò una famiglia, per ora non lo è.
Fa strano trovarmi sulla A1, c’è stato un tempo in cui congiungeva casa mia a casa mia; chiamare “casa” un posto è sapere dove fermare i piedi, averne due crea tensione che toglie equilibrio da sotto le piante. Ho i capelli più corti, ad ogni partenza lascio qualcosa, creo spazio. Ritrovo le strade nella mia memoria, sono l’unica cosa che rimane, il resto cambia o si distrugge: chiavi che aprono porte, macchine bianche, persone.. la sfiga o le scelte ci hanno messo del loro e ora non rimane niente di materiale a legarmi, solo ricordi.
Ci sono i posti “miei”: Principina a Mare, Roselle, via San Martino a Grosseto, entro senza esserci mai uscito, ogni volta con qualcosa di diverso nelle mani. L’atmosfera è da “C’è uno straniero in città” e sorrido a certi messaggi, la colt è un Moleskine e il proiettile è una penna rubata a un hotel, l’indice è pronto. Altre storie, le munizioni sono sempre le stesse. Poi tutto si mescola: i posti in cui ho dormito, mai gli stessi, una Focus che era armadio e salotto e camera da letto, tanta spiaggia da cui guardare albe e tramonti finchè il sole non lascia il posto, il metro quadro sotto l’ombrellone, le piazzole dell’Aurelia che mi hanno regalato riposo e il parcheggio di Pricipina, vero rifugio in cui aspettare il giorno nuovo, cibi semplici, tante parole scritte e lette, poche dette. Ho tenuto le parole chiuse in bocca che stessero a contatto col palato, me ne accorgevo quando facevo la spesa che salutare le commesse era un affare a cui non ero abituato, la voce non veniva. Sono rimasto tre giorni così, a leggere e fissare punti a caso, o facce, ad ascoltare. Non mi è venuto incontro nessuno che conoscevo, più che uno straniero mi sentivo un fantasma, un tronco sradicato come gli eucalipti bianchi che riposano sulla spiaggia dell’Uccellina.
Da morti ci si accorge di cosa conta davvero, in tanto deserto c’è una pista che si fa più nitida e si capisce al volo quando si ha finito di cercare. Mi sono infilato piano in acqua, mattino presto, la pelle del mare era liscia e calda, d’un verde trasparente. On the edge of the deep green sea. Ho camminato fino ad avere l’acqua all’ombelico e ho lasciato che le gambe cedessero. Flush. E’ stato il bagno più lungo di tutti, sale sul sale dei giorni scorsi, i capelli si scioglievano in mare. Mai una doccia, mai un profumo diverso, mai un orario che fosse deciso. Mai qualcuno con cui scendere a compromessi, con cui condividere a parte qualche bolla di sapone nella testa che non so, è ancora presto.
“Finora la mia presenza, c’era o non c’era, non spostava niente. Maria dice che io ci sto e così ecco qua, me ne accorgo pure io che ci sto.
Mi chiedo da solo: non me ne potevo accorgere per conto mio di esserci?
Pare di no. Pare chi ci voglia un’altra persona che avvisa.” – Erri de Luca, Montedidio
Dis-integrati-on
Me ne vado, qualche giorno sulla strada con la macchina come casa e solo un appuntamento certo: i Cure a Roma. Domani sera. Al resto non voglio pensare.
Ho raschiato tutta la pazienza che avevo, l’ho cercata dove di solito ne ho la scorta, senza trovarla. Ho crepe addosso e dentro, braccia che sbattono contro un muro e parole inceppate che vanno dalla A alla K47. Non mi riconosco e vado a cercarmi altrove.
Prendo da scrivere e qualche libro, prendo il costume e la macchina fotografica, sacco a pelo, coltello per il pane e per tutto il resto, acqua.
Lascio il cellulare, spento.
Cerco un fulcro, un passo, un ritmo. Cerco qualcuno che non troverò. Cerco per il gusto di cercare. Stare. In silenzio.
Anche i Cure hanno annunciato che sarà uno dei loro ultimi concerti. C’è un tempo per ogni cosa.
Ho solo canzoni dei NoFx in testa.
I “mai” e i “mai più”
Abituato a stare in mezzo ai “Per Sempre” me lo chiedo ogni volta, come se bastassero due sole lettere a dire una cosa tanto grande. Non cerco risposte, solo domande, e guardo accadere due destini da dietro un muro con gli occhi nascosti ma entrambi ben aperti, vicinanza rubata quasi da vigliacco attraverso un vetro. Quello che so è che sono sempre giorni stupendi, sono feste copiate da vecchi film ma vere, palpabili, tra eccessi che ci stanno e nonne in carrozzina a ricevere baci, lacrime senza sale, mulini in collina o tra tende colorate nella bassa. E le persone, sempre in quantità giusta, misurate e dispensatrici di attimi che non rimarranno ma verranno amalgamati in una serie di sensazioni piacevoli difficili da recuperare ad una ad una. Provo a raccontare uno di quei giorni d’estate con i piedi nudi sull’erba mentre il sole va giù, i bimbi che corrono nei prati, le chiacchiere e il vino e gli amici che ritrovi dopo anni, i sorrisi indossati da tutti a bordo di un vecchio maggiolino cabriolet che prende deviazioni inaspettate, la pasta fatta in casa, le braghe corte che mi invidiano, gli scherzi spinti, gli occhi del papà e le attenzioni della mamma, il karaoke ubriaco, il cotto che fa attrito sotto i piedi scalzi.
Provo a raccontarlo. Non ci riesco. Bisognava esserci per capire.
Le ore che passano e non me ne accorgo se non fosse che anche stare Bene stanca, fisicamente almeno, a un certo punto non partecipo più ma sto a guardare. Penso a quant’è bello dire un “Per Sempre” così, come tappa intermedia che rimane per il tempo di un giorno e il giorno dopo si ricomincia, con il peso della novità al dito sinistro e tutta la leggerezza di un paio di “sì” detti al momento giusto della vita di qualcun altro che non conoscevo e che ha scelto me per rendermi partecipe. La gioia la riconosco sempre quando è troppo tardi.
Lascio queste e altre lucciole intermittenti fuori dalla macchina. I lupi invece sono già dentro e mordono mentre torno all’una di notte, che è già finito tutto e sono di nuovo oltre quei confini in cui i Mai e i Mai Più esistono, di nuovo. Il mio giorno dopo è speso secondo i bisogni dei lupi, per poi ritrovarmi davanti a una birra con i soliti nonostante il telefono spento. Le persone si ritrovano sempre.
Della sabbia e un maxischermo, poi di nuovo la Palazza e calci sugli stinchi da piedi neri che mi lasciano bene, una doccia, una finestra spalancata e un letto. Non il sonno, quello mi sa che l’ho lasciato da qualche parte che non ricordo. Ho sognato molto, però.
