E ‘nzomma..
Ho un bruttissimo difetto: che so come va a finire, ma ogni volta mi illudo che possa andare diversamente. Mi faccio del male gratuito ma non ce la faccio a stare lontano troppo tempo da Grosseto, c’è una grossa parte di me là e se ormai molte porte sono state chiuse passa sempre uno spiffero che mi arriva sul collo. L’ultimo tramonto sul mare mi graffia dentro e ho una gran voglia di chiedere lavoro ai pescherecci che rientrano, solo per poter essere dall’altra parte. Per non avere niente di solido sotto i piedi da barattare con la certezza di un passato che non prende le distanze. Non cicatrizza.
Me ne stavo a piedi nudi sulla spiaggia di Principina magiando panini, la giacca era un po’ più in là, appesa al tronco di un albero portato dal fiume. Pensavo che questo sole ce l’avremo tra un mese e mezzo. Pensavo che mi sono sfilato tutte le corazze insieme alla giacca. Pensavo che le onde vengono incontro ma portano via, tolgono con dolcezza. Pensavo che vorrei poter dare alle persone quello che mi chiedono ma per certe cose non dipende da me.
Prima o poi mi si rompe la voce, butto giù dell’earl grey con il millefiori ma non conta.
Stare. Sostare. So-stare. In spiaggia con un osso di eucalipto a sostenere la schiena, ogni tanto un Eurofighter in ricognizione.
Lascio qui un seme per tornare e vedere com’è cresciuto, per vedere cosa crea un’assenza.

P’carìa
Arriviamo in serata, poca voglia di chiacchierare e molta fame, spazzolo affettato col pane e ci penso su, so che nel giro di ventiquattr’ore qualcosa cambierà. Dormo nel sacco a pelo senza togliermi i vestiti, cappuccio di lana fin sulla testa. Fano per me significa freddo: se a Modena c’è freddo, a Fano sicuramente ne farà di più, il mare aggiunge umidità, i panni non seccano. Dormo nell’ex stanza del Priore Generale, sulla testa un crocefisso e un libro rosso, “Scioperare stanca”, segno che questi monaci camaldolesi hanno il senso dell’umorismo.
“Sai che ore sono?” la voce di mio papà dall’altra stanza. E’ ora. Esco dal sacco a pelo, infilo gli scarponcini e usciamo, la Focus non parte mai al primo colpo, passiamo per stradine scavate nel colle fino a una casa. Salutiamo facce sorridenti, sorrido meno io che scopro solo in quel momento che gli stivali di gomma non mi vanno più, tolgo solette e calze, funziona ma a quale prezzo. Entriamo nello stalletto, fuori un fugone d’acqua fuma su un fuoco di legna, se non ci fosse quello sarebbe un giorno come un altro. Quello e un burazzo con dentro quattro coltelli, più una cassettina di legno con una specie di torcia elettrica.
Un tonfo e un urlo di bestia ferita, poi un altro tonfo e uno scalciare al posto del grido, un uomo si sbriga a saltare di qua della sponda, vapore di sangue nell’aria, l’uomo ha fatto in tempo a raggiungere la gola dell’animale. Mi prende qualcosa allo stomaco ma resisto, non ho mai visto uccidere una bestia così grossa, una vita del genere impone rispetto. In quel momento penso alla violenza, non di quegli uomini: penso alla mia, che uso la macchina fotografica come un coltello nella vita dell’animale.
Altri uomini intorno coprono quei rumori con battute da tutti i giorni finchè non torna la quiete, caricano il corpo su un carrello e cominciano a usare acqua bollente e coltelli, poi lo trasportano in garage mentre il tecnico verifica che sia fatto tutto come si deve.
Il resto, foto e parole, non le userò qui. C’è voluto un pomeriggio di salsedine per tirar via quell’odore.
Era una cosa che volevo da tempo e l’ho fatta. Erano gesti antichi che la prossima generazione non esisteranno più ed è stato un bene che io ci fossi.
Assistere all’uccisione di un maiale mi farà affrontare le grigliate con una maggiore consapevolezza.

White Dog brewery
Già da tempo sono sostenitore del motto “bere poco ma bere bene”, e nonostante l’ultimo dell’anno non vi abbia mantenuto fede per eccedere in “minima spesa massima resa” ho deciso di tornare sulla retta via. Il birrificio White Dog lo conosco da quest’estate, a Spilamberto c’è una simpatica manifestazione chiamata Spinalamberto che richiama tutti i birrifici artigianali della zona e nonostante io avessi avuto un matrimonio proprio in quel weekend sono riuscito a partecipare a due serate. Perchè sono un amante delle eccellenze dell’Emilia eh, cosa pensavate?! ![]()
Così ieri mi è arrivato l’sms giusto ed ho accettato di fare un salto a Guiglia, vicino alla ben più famosa Zocca. Il birrificio è davvero piccolino ma la titolare ci ha informato che si stanno spostando nell’ex caseificio che abbiamo incontrato lungo la strada e faranno una festa di inaugurazione. Per ora la fanno produrre al Birrificio Amiata, che ho conosciuto quando abitavo giù in Toscana perchè ci abitavo vicino, altra eccellenza soprattutto per la sua Bastarda Rossa, una birra alle castagne. Boot hill, Yellow fever, IPA (India Pale Ale), nomi molto evocativi di altrettante varietà di birra, più una birra natalizia da nove gradi che si sono raccomandati di non berla a stomaco vuoto.. la tipa ci ha pensato un po’ su e alla fine ci ha regalato una bottiglia senza etichetta: “è una nuova cotta, non sappiamo ancora come chiamarla ma intanto ve la faccio assaggiare”.
Sono regali che si apprezzano sempre e volentieri
Stracci 2
“We can eat outside?”
“Yes, but…” sguardo minaccioso all’orizzonte “…be careful to the monkeys”
Quanta umanità c’è nella sleepers class, c’è di tutto e di tutte le età: bimbette che sgranano gli occhi su un Blackberry, anzoani rasta che stendono il lenzuolo di fianco alla latrina del treno, uomini vari assortiti e colorati che parlano e scendono scalzi dalle cuccette più alte. La prima cosa che ho fatto è attaccar pezza al tizio che occupava il mio posto, volevo che quel posto diventasse familiare nel minor tempo possibile. Il tipo della guest house si è seduto a tavola con noi, penso che volesse fare due chiacchiere con noi al riparo da sua moglie che sembra una che bacchetta. Si parlava di cucina, di crisi economica e ha riso molto quando gli ho detto che finchè abbiamo del cibo sulla tavola non c’è da preoccuparsi. Mi ha fatto vedere l’album di matrimonio di sua figlia, foto così trash non le avevo mai viste, tutte col flash sparato e addirittura in alcune la sposa aveva gli occhi chiusi o lo sposo parlava al cellulare. Quella più kitch era quella dello sposo con delle mazzette di banconote in mano e nessuna traccia di sorriso, qui funziona che le spose hanno la dote, lui era un ingegnere. “Non ho più un soldi, ma se mia figlia è felice anche io sono felice”. Un matrimonio hindu dura dai 5 agli 11 giorni, mi piacerebbe farne qualcuno. L’impatto con Varanasi-Benares è stato devastante, ho passato il pomeriggio come se avessi la febbre, cercavo il caldo e camminare scalzo sul marmo del tempio era una sofferenza. …mega ingorgo: bici, risciò, tuk-tuk, taxi, moto, pedoni, mucche. Che casino, tutti suonavano il clacson. Penso che se abitassi qui impazzirei. Varanasi mi sfianca. Per l’energia delle persone, per il Gange che chiede materia, risorse minerali come una draga lenta e inarrestabile, per le tante persone a cui passare attraverso. Vorrei una dimensione spirituale per usare solo quella, senza mediazioni fisiche nè un corpo che si schifa per uno spazzolino da denti immerso in quell’acqua o per i panni stesi per terra a valle dell’orinatoio pubblico. Piedi nella sabbia a contatto con tutta quella vita sputata dove capita senza guardare. Tutto è di tutti e non si capisce perchè ci siano mucche libere e mucche al guinzaglio, bufali al pascolo nella plastica e cani appena nati che valgono come la polvere. Il Gange è la vita che ignora se stessa e quella degli altri, è la vita senza tempo che non ha neanche un luogo in cui essere. Tre ore di film in hindi con qualche pezzo in inglese ma per fortuna la storia la capiva anche un cretino. Ma ancora più bello è stato vedere come gli indiani si aspettano l’occidente: come un posto in cui si balla sempre, dove se inizi da cameriere alla fine diventi il padrone del ristorante, dove se sei indiano e suoni la chitarra per strada sei benvoluto e la gente ti è complice e ti sorride, dove Dio ascolta le preghiere ma ti punisce se sei adultera, dove splende sempre il sole anche se è Londra e se nevica ci sono comunque i peschi in fiore. Sto imparando ad apprezzare le piccole cose, come il profumare di doccia e di bucato la mattina presto, e non è bello scoprire che il deodorante in stick si è rotto. Varanasi salva le piccole vite collettive e non risparmia quelle troppo grandi e solitarie. Solo cani di media taglia, gatti pochissimi, scimmie. Non si spiegano mucche e bufali che sono statue semovibili di questo culto strano che non ammette autorità troppo elevate. La cucina indiana è una cucina veloce. Mi ricorderò il riso con il cumino o con le verdure, il tè allo zenzero e cannella, le lenticchie in umido con la cipolla, gli spinaci agliatissimi con le patate che smorzano, i chapati e i nan. Tornerò abbronzato e ingrassato come se avessi passato un weekend a Cervia anzichè un mese in India. Il tempo qui non scorre come altrove, “life is nothing, just now”. E io cosa ne penso della vita? Che è complicata, strana, sorprendente e irresistibile. Che ho troppa passione che mi esplode dentro e mi piace covarla come un nucleo caldo che faccia da baricentro, una specie di stella nana che resta dov’è. E l’India non mi sta spostando, aggiunge sostanza, crea.
Lasciami qui, lasciami stare lasciami così,
non dire una parola che non sia d’amore
per me, per la mia vita che è tutto quello che ho
è tutto quello che io ho e non è ancora finita. Finita.
Annarella è un mantra perfetto e mi piace appoggiarlo sui gradini dei ghat, mi sembra un buon modo di contribuire alla sacralità del posto. Le canzoni sono il mezzo più immediato per condividere qualcosa, nessun agguato può portarle via. Sono moneta importante da portare con sè. Sono diventato diffidente. Più che altro sono stanco di avere intorno che continuamente chiedono, o verso cui mi sento in dovere di fare o dare qualcosa solo perchè ci hanno seguiti tutto il giorno. L’unico punto di riferimento è il Gange. Ho saputo della sua capacità di autopurificare le sue acque e forse è per questo che nessuno crepa nonostante si lavi tutti i giorni. Tutti tossiscono, ruttano, scatarrano, pisciano e cagano in pubblico e un po’ mi schifo e un po’ resto affascinato da questa naturalezza. Mi ha attaccato pezza uno dei paria, voleva mostrarmi il suo lavoro di crematore ma non avevo più voglia di stare dietro a qualcuno. Ero sfinito, qua tutti hanno una volontà molto forte e verso sera sono sempre alla frutta a forza di “no thanks!”. Ieri sera ho comprato le stampe di Shiva e Ganesh solo perchè non avevo più la forza di dire di no. E’ il 1 dicembre e sto in felpa solo di sera anche se mi mancano le luminarie e l’atmosfera del Natale. Ho dato un’occhio alla webcam di Cerreto in Alpe e c’è la neve, uno spettacolo! Ho proprio voglia di inverno e di vita di montagna, la vita a Castel del Piano mi piaceva, stavo a 12 gradi tutto il giorno e mi scaldavo a forza di camminate e camino ma era tutto sommato una bella vita. Questo raffreddore comincia a darmi fastidio, così ho deciso di bombarmi: herbal tea, due gocce di olio essenziale di limone e tre di olio essenziale di lavanda direttamente in gola. Il mix dei due profumi mi piace un sacco, sa di “sano” e ci tuffo il naso ogni volta che sono stanco o incazzato o ne ho abbastanza di odori di strada. E’ un profumo che mi fa bene. India: da quando siamo arrivati è diventato un aggettivo o un sinonimo. La spazzatura è India, il cibo di strada, gli incontri belli e quelli brutti.. l’India è un punto su sfondo bianco, di quei pattern a pois che imbarbagliano gli occhi. India senza tempo, un eterno presente che i sadu cercano di trasformare in futuro leggendolo dalla mano. E’ il colore arancio dei suoi riti, è la povertà in cui nessuno muore di fame, è riso sulle facce e negli stomaci e nelle ciotole per l’elemosina, è cacca, è pattume commestibile per le bucche e il verso strano dei bufali, è l’uomo col bastone, è schifo sotto i piedi e gioia per gli occhi, caos per le orecchie e silenzio nella bocca. E’ pane, è un nulla fatto di deserto e polvere, è mattina presto e la sera altrettanto, è il buio che dalle dieci di sera diventa pericolo, è oppio da mangiare, è guardare in mille occhi sempre diversi, è dire migliaia di “no” al giorno a centinaia di venditori di ogni cosa. L’India è un fiume che non lascia sedimentare, che non si lascia guadare, è una mamma che con la sinistra tiene il figlio e con la destra il bastone. Ho bisogno di tempo e di avere qualcosa di altrettanto grande ma profondamente diverso con cui trovarmi faccia a faccia. Un mese è tanto, davvero tanto.
Sarnath. La Pace, finalmente. E insomma siamo capitati in questo monastero tibetano. Le camere sono luminose ed essenziali, non hanno vetri alle finestre ma la coperta di lana mi fa ben sperare. E sono contento di aver finito l’inchiostro di due penne: quella nera era di Tuttauto Davitti, ricordo di un’estate toscana dura ma fatta di grandi incontri, e dell’Hotel Cristal di Cuneo, altro ricordo di un inverno fatto di trasferta e poco altro. Il mio problema è che mi rimane solo il buono, sembra una cosa bella ma a volte ricordare anche il cattivo fa trovare la forza necessaria per chiudere certi conti. Ho sentito dei versi, spero non siano scimmie comunque ho tirato dentro le scarpe messe fuori a prendere aria e ho sbarrato la porta con lo zaino visto che il catenaccio non entra nella sua sede. Qui le porte non hanno la maniglia ma un catenaccio per parte, forse qui non c’è nessun buontempone che si diverte a chiudere in casa le persone, io lo farei.. Il tè salato, la rivelazione. Abbiamo preso il chai nello sgabbiotto qui di fianco, ho già capito che più il posto è lurido e più è pieno di sorprese. Belle o brutte non importa, ci piace l’avventura: l’uomo aveva i bubboni neri sulle mani, mi ha allungato un bicchiere in cui aveva bevuto tutta Sarnath, il tè in compenso era proprio buono.
Lobzang mi piace, ha una grande calma nello sguardo e quando ride lo fa con trasporto. E’ monaco da quando aveva sei anni, mi ha invitato dai suoi la prossima estate, sua mamma quando è venuta a trovarlo è rimasta intimorita da un gabinetto. Non ne aveva mai visto uno, “cosa devo farci?”. E’ una di quelle persone che sanno farsi voler bene, entrano pian piano nella vita degli altri, sanno raccontare e ascoltare. Ho una passione per le foglie cadute. Merlino ci diceva che la gente qui è sempre stata abituata ad essere peones, servi della gleba: non gli interessa della terra, gli interessa solo tirare a campare e non si sentono incentivati nemmeno se lo stato indiano regala loro la terra nel caso la facciano fruttare. Ecco svelata l’incapacità degli indiani di pronunciare la lettera F: non ce l’hanno nel vocabolario! “Pipty rupies!” “Prancisco” Un indiano ha quattro mamme: quella che lo mette al mondo, la mucca, l’India e il Gange. Ultime pagine di questo quaderno, un’altra fase del viaggio che sta per chiudersi e se ne aprirà un’altra domattina. La linda torna a casa e la Laura deciderà cosa fare. Ad agra non ci vado, non voglio sputtanare una giornata solo per un monumento, anche se è il Taj Mahal. Me ne andrò al freddo sperando di vedere la neve. Chiudere questo quaderno è un bel problema, è come se dovessi rendere conto a qualcuno con un riassunto.. comincerò dalla parte più difficile: il ritorno. Lo renderò semplice parlando di ciò che mi è mancato di più in questa estate indiana. Indian summer, by the Doors. Prima di tutto una persona, e non era quella che mi sarei aspettato nè nel modo in cui mi sarei aspettato: sto parlando di amicizia, l’amore è rimasto indietro, si vede che non è stagione. La musica, che per fortuna avevo caricato sul vecchio Nokia senza scheda che mi ero portato dietro. L’Emilia, tutta quanta, dal clima agli amici a casa a tutte quelle piccole cose che riempiono le mie giornate. Cazzate importanti come Facebook grazie al quale rimarrò in contatto con le persone incontrate qui. Il vino rosso fermo, anche. Tanto. Mi manca il mio lavoro e la quotidianità, che non sono cose da cui scappare ma verso cui tornare. E’ bello andare via da Varanasi volando, vedere che tutto rimpicciolisce. Non penso che tornerò mai qui, forse per farmi cremare, disperdere le mie ceneri nel Gange e restare in continuo movimento, non abitare in nessun luogo, non incitare all’attaccamento verso un involucro che non sarà più me. E’ ora di concludere.
Stracci – fase 1
Pubblico i punti salienti del mio viaggio in India così come li ho scritti nel mio diario, Raw, grezzi. Se dovessi scrivere la storia del viaggio a post vi annoierei a morte e non penso nemmeno che arriverei in fondo, sono troppo pigro.
Non ho la pretesa che lo leggiate, la pubblico per me perchè voglio avere una copia on-line con i punti principali del viaggio.
Divido il sunto del mio diario in tre fasi: la prima è stata scritta in Rajastan, a Delhi abbiamo deciso di prendere un autista in modo da girare più liberamente possibile e con meno tempi morti, in realtà è stata una scelta difficile da gestire per via dell’autista che non sempre ci portava dove volevamo. Poi Varanasi. Poi McLeod Ganj.
Istanbul Ci siamo. L’aereo è fatto di attese che non passano mai, voci e odori che ci sono solo qui e un po’ stomacano. C’è voluto un giro in Palazza e due passi in una Casinalbo deserta per mandar giù la rabbia; è come per il mio gruppo sanguigno, 0 Positivo, posso donare a tutti ma non posso ricevere che da alcuni. Istanbul solo percepita genera un senso di possibilità mancata, uno spreco: è dall’altra parte del vetro ma non sono qui per lei. Istanbul è la porta, Europa e Asia sospese su un ponte sul Bosforo e noi torniamo all’aria. Stavolta non ho la compagnia di un finestrino ma è già sera e ho bisogno di tenere gli occhi chiusi fino a che non sarà India.
Delhi E’ dura quando dovrebbe essere l’una di notte e invece è l’alba. [...] Sono le 10 e non ne posso più dalla stanchezza, ma è tutto troppo bello per rimanere a letto. Ne abbiamo viste di ogni, la gente guida da pazzi. In tutti i templi si entra scalzi e non voglio sapere dove ho messo i piedi, qui la gente scatarra con passione e butta in terra di tutto. Il pavimento è la “pattumiera grande”. La vita brulica nel piccolo e nel grande. Forse è per questo che la religione hindu è politeista, un dio solo sarebbe troppo poco.
Mandawa I bambini non perdono occasione di chiedere rupie o euro, “be careful” ai tori che con le loro gobbe sembrano pescecani. Cani e mucche ovunque in questa città a misura d’uomo e di quadrupede. La notte è iniziata malissimo, uno dei camerieri si è ubriacato e continuava a bussare alla porta delle ragazze, gli ho detto un paio di volte di andare a dormire ma quello continuava. Per fortuna si è svegliato un tizio grossissimo e incazzatissimo e gli ha urlato qualcosa che l’ha convinto ad andarsene ma altrimenti chi cazzo chiamo? La polizia? Non ho nessuna voglia di trovarmi tra le ragazze e gli ormoni di un indiano represso. L’induista cerca un karma che dipende da chi ha intorno, e dopo la morte non andrà in un paradiso ma verrà rimesso in gioco, vivo tra i vivi. Se uno nasce senza salute non si accaniscono perchè magari si reincarnerà in un corpo migliore. Gli ospedali non devono avere molta fortuna qui, però possono insegnarci tanto sul rapporto con l’aldilà, su quanto crediamo che ci sia un “dopo” e quanto in realtà ci aggrappiamo a questa vita. “I believe in everything” è il mio nuovo mantra. L’ha detto un autista di tuk-tuk che aveva esposto santini di Sai Baba, Ganesh, Gesù e Buddha. Effettivamente in una religione politeista un dio in più o in meno non dovrebbe fare molta differenza. Per certi viaggi c’è sempre un momento in cui accadono ed è quando si ha qualcosa nella propria esperienza da contrapporre a ciò che si trova durante il viaggio. Una coppia di ingranaggi che devono combaciare in qualche modo, se no è solo fuga, se no è solo passare il tempo. Se mi immaginassi l’uomo come un meccanismo, credo che questo tipo di viaggio smuova gli ingranaggi più grossi e lenti, che sono poi quelli che hanno più inerzia. L’occidente è fatto di elettronica, impulsi che pizzicano la pelle e non lasciano altra traccia. Qui invece si smuove qualcosa e con fatica, ma tutt’ora che si è preso il via poi tutto funziona con il minimo sforzo. E’ essenzialità, parsimonia di gesti, mani che si appoggiano. Non è la malta a tenere legati i blocchi di arenaria, ma i chiodi. Parlavo con la Laura dei rapporti che si hanno con le cose in relazione alle proprie capacità: se io so fotografare ho un rapporto più profondo con la luce, un pittore lo avrà con i colori. Cambia la consapevolezza che abbiamo delle cose, si arricchiscono di senso in base al rapporto che abbiamo con loro attraverso le proprie capacità, per questo bisognerebbe saper suonare, fotografare, dipingere, cantare, scrivere, camminare, in modo che anche il tragitto da casa al supermercato possa nascondere epifanie. Le capacità delle mani spalancano occhi.
Due ciminiere e un campo di neve fradicia, Qui è dove sono nato e qui morirò.
Se un sogno si attacca come una colla all’anima, tutto diventa vero tu invece no.
Tu puoi quasi averlo sai, e non ricordi cos è che vuoi
Fare parte di un amore anche se è finto male, fare parte della storia anche quella più crudele
liberarti dalla fede e cadere finalmente, tanto è furbo più di noi questo nulla, questo niente.
Ho in testa Padania degli Afterhours, parla della realizzazione ad ogni costo di un sogno ma poi alla fine non ricordi cos’è che vuoi. Sarà che inizia con un riff che ricorda i clacson dei tuk-tuk, sarà che l’India è un luogo in cui sembra non esistere un “prima”: è tutto qui e ora. Se la vita fosse una scala il passo tra Europa e India è l’atto di cambiare gradino. Nè salire nè scendere, solo cambiare. E’ una realtà che nasconde tanti strati sotto la sua pelle, mettere radici qui dev’essere diverso da qualsiasi altro posto nel mondo.
Bikaner E’ divertente vedere che ogni cosa anche piccola come chiedere un’indicazione diventi in fretta un affare che coinvolge dalle tre alle dieci persone. Non ho ancora sentito le puzze che fanno rivoltare lo stomaco di cui mi parlavano, ogni tanto la pipì o la cacca con cui modellano delle specie di offerte votive, o delle formelle per accendere il fuoco. O lo scarico dei motori che mi fa tornare a casa con narici e orecchie nere. Forse ci sto andando giù troppo pesante col piccante ma è veramente buono, poi alla fine prendo un tè caldo allo zenzero e passa la paura. Le cose vogliono fatte quand’è il momento, poi come viene viene. In questi giorni sono stato ribattezzato Zeno, mi piace, ha dentro la parola “zen” e posso firmarmi con una Z come Zorro. Ora ci aspetta il viaggio per Jaisalmeer con il finestrino che non si chiude e l’aria del deserto come mani tra i miei capelli. Le uniche cose alte sono i cespugli e i pali del telefono. Ogni tanto qualche casa, qualche persona senza storia come sospesa: come vive, cosa fa, cosa sogna se mai i sogni possono arrivare fin qui o se le notti nel deserto sono fatte solo per contare le stelle. E’ l’una e non c’è un posto dove mangiare, siamo creature del deserto a sangue caldo e pancia vuota. ..un bacio da ubriachi e tanti sogni attaccati ad altrettanti palloncini. Ma ho imparato a dare il giusto peso, farò con chi è davvero presente come ho sempre fatto. Occhi puntati sul sole che pian piano scioglie i colori. L’India è il paese dei colori perchè è la terra della luce, ce n’è una scheggia in ogni cosa. Una scheggia che di notte è brace, e al mattino ravviva. L’amore è un condimento, come il sugo sulla pasta o la Nutella sul pane; se diventa l’alimento principale stanca. Queste frasi dovrei proporle alle Paoline, nel frattempo sono diventato vegetariano senza deciderlo.
Jaisalmeer Avrei voluto vedere mia madre in un posto così, con mutande abbandonate appese alla porta del cesso, e un cesso e un lavandino veramente da colera. Non mi fido a lavarmi i denti. Faccio davvero fatica a girarla con altre tre persone e un autista, sono davvero troppo abituato a girare per conto mio. “You are my brother” e mi ha fatto ridere, un po’ per il whisky, un po’ per l’erba, un po’ per l’assurdità di voler elemosinare un’amicizia a tutti i costi davanti a una lavatrice. La gente qui ha il deserto intorno ma mille mondi interiori. In men che non si dica è scoppiata una guerra tra musulmani e metodisti. All’improvviso mi è sceso tutto, non avevo più voglia di camel safari e non me ne fregava niente se avevo già pagato, io non ci salgo con uno che gira con una mazza ferrata in macchina. [...] mentre guidava nel deserto ero a terra, mi sembrava che tutti volessero mettercelo nel culo. Il dromedario è un buon mezzo di trasporto, sembra di galleggiare. Otto cretini che sono disposti a pagare pur di dormire senza un tetto sulla testa, al freddo e in mezzo al nulla. Non vedevo l’ora che tutti spegnessero le torce per restare da solo con il cielo stellato. Era uno di quei momenti in cui per vedere il deserto basta guardare in alto, e avevo un grazie grande da dire e nessuno che mi stesse a sentire, spero solo sia stato accolto da qualche divinità locale o meno.
Jodhpur Città blu, biro blu. Non fa una piega. Questa solitudine dovuta alla mancanza del cellulare sta per finire, ho fatto la sim indiana. Peccato, era una solitudine che mi teneva molta compagnia. C’erano un sacco di bimbi che uscivano dalle scuole e facevano a gara per farsi fotografare, chiedevano rupie e le cercavano infilando le mani nelle borse. Hanno tutti delle belle facce ma sono simpatici solo se presi a piccole dosi. Ho trovato un ferro di cavallo, dalla parte che sfregava l’asfalto è uno specchio, sull’altra faccia invece c’è l’India. …ma non porterò a casa l’India: porterò a casa la mia india, come suggerisce la Forghi. Sono entrato in una tipografia completamente manuale, i ragazzi stavano componendo i tasselli della pagina. Erano molto orgogliosi del loro lavoro e facevano bene ad esserlo, mi hanno dato il loro indirizzo così posso spedire una foto che gli ho fatto e che è piaciuta molto. Aggiungerò la mail a mò di firma, metti che passi Steve McCurry e gli piaccia.. ![]()
Vernice mescolata con madreperla macinata. E’ divertente essere l’attrazione, ma è ancora più divertente osservare intere famiglie aggirarsi imbarazzate perchè non trovano il coraggio di chiederci una foto con noi. Che stupendo popolo gli indiani, curiosi, ospitali, sempre sorridenti. Molesti a volte. “Hello!” “Where are you from?” Sta cambiando il mio concetto di sporco. I primi giorni stavo molto attento all’igiene, adesso mi basta lavarmi le mani senza sapone in uno dei loro lavandini e sono pronto per il pranzo. L’alternativa è disinfettare tutto dalle posate ai bicchieri al collo delle bottiglie ma ovviamente è impossibile. E poi sembra che questa terra non possa fare del male, ogni forma di vita è in simbiosi con le altre. Mi sto facendo un po’ di viaggi sui sogni, quelli belli da realizzare e quelli che è meglio che rimangano nel cassetto, quelli che tengono su e quelli che prima o poi fanno cadere di faccia. Sono un veicolo potente che bisogna saper gestire. C’è chi ci muore per sogni, e chi ci si rovina. “Ed è una morte un po’ peggiore”
Pushkar Abbiamo guardato una soap opera fatta di sguardi, pubblicità, sguardi con gli occhi sempre più sgranati, altra pubblicità, poi uno avanza di tre passi e si ferma.. sembrava una partita a un-due-tre-stella più che una storia sentimentale. “Muslim city, bad city”, questi metodisti cattolici sono le persone più razziste che abbia trovato in questo paese di convivenza intraculturale, per fortuna sono una minoranza. Poi il sedicente bramino mi ha chiesto quanti siamo in famiglia e che “offerta” avrei desiderato fare:
“Dieci rupie”
“Dieci rupie?! Per i tuoi cari daresti solo questo?”
“No, darei di più, ma li darei direttamente a loro..”
“Sì ma le tue rupie servono come offerta agli dei affinchè li proteggano”
“Gli dei hanno bisogno di preghiere, non di soldi”
Non penso che la benedizione di Ganesh mi sia arrivata tutta intera, ci ho guadagnato il braccialetto rosso e giallo di cui vado molto fiero.
Ci ha chiesto il “tip”, la mancia: per come ci ha trattato per me saremmo stati a posto così, si è preso chissà quante commissioni dagli hotel in cui ci ha portato e le 500 rupie che gli abbiamo allungato a testa mi sembravano un’assurdità, ma per cavarmelo dal cazzo va bene. Oltre al fatto che aveva i nostri zaini nel baule e non ne voleva sapere di muoversi se prima non aveva la sua “tip”. Pushkar è proprio turistica ma/e si fa voler bene. Mi sono chiesto più volte come comportarmi ma poi ho pensato che faccio già fatica ad inginocchiarmi davanti al mio Dio e non mi sembra il caso di farlo davanti ad una statua, per quanto scintillante d’argento e con gli occhi terribili. Marco di Arezzo. Mi ha sconsigliato di andare a Dharamsala perchè dice che in questa stagione c’è troppo freddo. Da come me lo raccontava mi ha fatto venire in mente Camaldoli e gliel’ho detto, si è illuminato, ha detto che abita proprio lì vicino e dopo tanti mesi cominciava a mancargli casa. A un certo punto mi sono girato per tornare indietro e sto qua è diventato più insistente, diceva che lo facevo diventare molto triste, poi che forse avevo qualcosa da dargli, poi che andavano bene anche gli euro perchè lui faceva la collezione (piacerebbe anche a me, mio caro..) Il punto è che se facciamo subito le cose importanti come i check-out dagli alberghi, i biglietti per i trasporti e rispettiamo gli orari poi nel resto del tempo ciascuno si organizza come vuole. Se invece ciascuno pensa prima ai cazzi suoi restiamo tutti vincolati e si sputtanano pomeriggi interi in un amen. Ho cucito il simbolo dell’Om sulla borsa fotografica: mi piace, da ex-elettricista mi fa pensare alla resistenza elettrica che è la stessa che fa il mio carattere ruvido ogni volta che deve lasciarsi scivolare di dosso qualcosa di pesante. Mi sono sentito battere sulla spalla: erano due poliziotti, avranno avuto venticinque anni e parlavano un inglese molto sforzato e comunicavamo più a gesti e sorrisi che a parole. Dall’altra parte si è avvicinato un tipo strano che mi ha chiesto l’ora in cambio di qualche arachide tostata. Erano verdi, dolci, le ho condivise con i miei amici poliziotti. Pensavo alla canzone “Marco Polo” di Jovanotti, alla frase “sentirsi molto solo qualche volta”: è una cosa che non mi riesce, c’è sempre qualcuno vicino anche se non fisicamente. Fino a che non è arrivato un bramino che si è incazzato di brutto: ho provato a spiegargli che non stavo fotografando le donne che facevano le abluzioni, “landscape, landscape!” quello insisteva “bad karma, your family is finished. End. End of everything for you!” Sono volute tornare in questo posto inculato e non ho fatto obiezioni. Ci sono venuti a prendere i tizi della Valley Resort, due moto per tre persone con zaini, durante il tragitto mi sono arrivati degli spricchi in faccia e spero fosse soltanto pipì ma da come guidava il tizio mi poteva andare molto peggio. E’ rimasto senza benza e l’ultimo tratto di strada l’ho fatto a piedi. Sto posto lo odio, è solo un casermone con un roof top che è solo una caldana con un tavolo lercio e quattro sedie, e intorno un roseto che stenta a crescere perchè non c’è nè il clima nè il terreno adatto. All’Athiti avevamo la cucina di Pappu e i suoi amici che ogni sera fumavano ashish, era casa sua e se ne sentiva il calore, era un posto con un’anima. Soprattutto eravamo a cinque minuti dalla stazione delle corriere e non dovevamo perdere un mattino per spostarci da una guest house all’altra. Per di più per una notte. E siamo a mezz’ora a piedi dal centro mentre dall’Athiti “rasta cafè” bastavano cinque minuti. Fine della polemica. Tra un mese sarà Natale. Tra un mese sarà a messa con la giacca e le mani fredde e mentre adesso ho una t-shirt e i pantaloni arrotolati. Farei volentieri cambio. Ho bisogno di risposte, se non le avrò farò a meno anche delle persone. Ho accumulato troppi pochi ricordi per sentirne la mancanza. Su un treno sferragliante che fende un mare d’ocra, persone colorate che dormono, stringono un figlio in grembo e ogni tanto mi guardano dal fondo di occhi neri. Sguardi muti di ragazza legata chissà a chi, chissà da chi. Ci sono destini che avrebbero bisogno di volare e invece sono abbracciati a una scelta, o a una società che non lascia possibilità. Solo due occhi per far entrare il mondo e farne uscire un po’, in quantità giusta per infilarmi in bocca una domanda che non le farò. Qui anche il nome dei figli è scelto da qualcun altro. Siamo stati fermi mezz’ora, uno studente si è sporto troppo dal treno e un ostacolo l’ha colpito alla testa, è morto. Il mio vicino di posto si gratta continuamente i piedi, non sembra interessato ad altro e ogni tanto appoggia una mano sulla mia coscia per spostare il baricentro, o appoggia il suo piede nudo su di me. Spinge, cerca di rubarmi dei centimetri. Ho pregato il suo dio che gli si secchino i piedi e gli cadano come foglie. Nebbiolina ovunque, poi qualcuno che corre e l’unico fanale del tuk-tuk illumina un ragazzo sdraiato in mezzo alla strada, casco in testa e moto più in là. Merda, cosa succede oggi?!
Stati di agitazione
In questi primi giorni di “ritorno” devo fare i conti con un senso generale di tristezza.
E’ una vena che pulsa molto a fondo, non traspare azzurra in qualche angolo della mia faccia.
Ma c’è, e lascio che ci sia.
Mi mescola a questo clima di nebbia, di erba gelata ai bordi dei fossi, di neve stracciata nei campi arati che frolla le zolle, di cielo lontano e sensazioni molto a pelle, una pelle abituata all’Himalaya e alla mancanza di riscaldamento nelle case, ma anche alle mani delle persone. E’ una tristezza che non voglio combattere, è terra di nessuno tra due patrie, tensione che genera fantasmi.
C’è un tempo per seminare e un tempo per raccogliere. Questo è il tempo di mezzo, il tempo di attendere, avere fede.
Si è ‘a casa’.
Si è a casa sotto il cielo.
Si è a casa dovunque su questa terra, se si porta tutto in noi stessi. – Etty Hillesum, Diario

15 dicembre, qui da qualche parte
Non c’era un prima, sono capitato là, reincarnato.
Non c’è un prima nemmeno ora che sono a casa, in una casa.
E’ una questione di stanze, di vestiti che si portano, di abitudini che si sfilano dopo due notti senza sonno per un giorno troppo lungo e un tramonto lungo un’ora tra Istanbul e Bologna.
Il mio pensiero è su qualche divano a Bangkok, Fuerteventura, Istanbul, Berlino, Parigi e Bordeaux, ma il mio cuore è in Himachal Pradesh, tra scimmie e aquile sui davanzali, tra i capelli resi crespi dalla troppa vita.
Non ci si salva dalla vita, esige sempre tanto e adesso non so se ridere o commuovermi.

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“Oggi pomeriggio ho guardato alcune stampe giapponesi con Glassner. Mi sono resa conto che è così che voglio scrivere: con altrettanto spazio attorno a poche parole. Troppe parole mi danno fastidio. Vorrei scrivere parole che sono organicamente inserite in un gran silenzio, e non parole che esistono solo per coprirlo e disperderlo: dovrebbero accentuarlo, piuttosto. [...]
Io detesto gli accumuli di parole. In fondo, ce ne vogliono così poche per dire quelle quattro cose che veramente contano nella vita. [...] La cosa più importante sarà stabilire il giusto rapporto tra parole e silenzio – il silenzio in cui succedono più cose che in tutte le parole affastellate insieme. [...] Le parole dovranno servire soltanto a dare al silenzio la sua forma e i suoi contorni, e ciascuna di loro sarà come una piccola pietra miliare, o come un piccolo rilievo, lungo strade piane e senza fine o ai margini di vaste pianure. [...]
Del resto credo che un viaggio in Oriente lo farò in futuro – per trovare in quei luoghi, vissute ogni giorno, quelle cose in cui qui ci si sente soli, in dissonanza.” Etty Hillesum
Non mi piace usare testi o foto di altri nel mio blog ma leggendo il diario di Etty mi ritrovo in molte, moltissime cose. Mio padre continua a chiedermi cosa andrò a vedere in India, perchè vado proprio lì e non alle Maldive. Credo che andrò per essere lì, per ascoltare, e soprattutto per perdere tempo.
Mi è stato chiesto di aprire un blog insieme alle mie due compagne di viaggio, una specie di “FormIndia” sullo stile di Formìzine, di farmi sentire ogni tanto (“ma Facebook…?!”), di fare uno squillo per dire che va tutto bene. Davvero, non so cosa farò, il desiderio di dis-occidentalizzarmi è forte e visto che ho un mese di tempo probabilmente sparirò.
Prendo con me solo roba a perdere, gli unici oggetti di valore sono i documenti, un quaderno, la macchina fotografica e un coltellino svizzero che ho comprato a 12 anni di nascosto dagli animatori in un campeggio parrocchiale. Basta. Zaino, vestiti.. tutta roba sacrificabile. Shiva sarebbe fiero di me, Ganesh mi approverebbe.
Visto che vado in oriente proverò ad orientarmi
Sto già studiando un piano per non tornare subito, se riesco sarò ospite di amici per qualche giorno di decompressione, per il resto valgono le parole di Jovanotti: “ritorno per Natale ad ogni costo”.
A presto, ma non troppo ![]()
Emilianità
Sono contento di questo tempo uggioso, ogni stagione ha la sua atmosfera e l’autunno è grigio in modo che i colori appaiano più vivi. Mi piace anche camminare sotto la pioggia e nella nebbia, e proprio la nebbia mi manca un sacco. L’altra sera ero a cena con una ragazza di Grosseto, una di Avellino e una di Bolzano e mi davano del matto.. Forse è perchè qui ci sono nato e ho parecchi momenti belli legati alla nebbia, fatto sta che ci sto proprio bene e la cerco anche, a costo di fare una levataccia solo per andare a fare due foto a un pioppeto sul Po. Sfuma i contorni e mi dà un confortante senso di presenza tutto intorno, come se fossi in una stanza intima che tiene lontani anche i rumori. Ieri sono stato nella bassa parmense a fare delle foto per una mostra che farò a brevissimo e probabilmente ho beccato una delle poche giornate di sole.. ero a Roncole Verdi, che ha dato i natali a Giuseppe Verdi e sepoltura a Giovannino Guareschi. Un pugno di case, un Conad minuscolo che vendeva lambrusco delle terre verdiane (“vaaa pensieeeeroooo”, cantavo nonostante l’abbondante panino al crudo) e il casolare in cui è stato girato Novecento di Bertolucci. Ero lì davanti al cancello principale e non si sentiva una mosca volare, un falco, un trattore lontanissimo e una specie di chiarore dorato per l’umidità che si alzava dai campi. Mai visto tanto nulla, impressionante pensare che Depardieu e De Niro, e Verdi, e Guareschi, e Bertolucci e molti altri abbiano trovato ispirazioni così grandi da un posto così desolato. Forse perchè quando l’ambiente in cui si vive non dà abbastanza stimoli si è portati ad integrarli cercandoli dentro se stessi. Per questo sono contento di essere emiliano, perchè è una terra che climaticamente è inospitale -e poi non c’è il mare- però è grazie a questo se le persone sono così.. così emiliane ![]()
Poi ho suonato il campanello ed è uscita la classica rezdora che mi ha aperto, due foto, due parole sul tempo e sul tetto da rifare che “non sono metri, son biolche!” e un grazie che bastava.

Stasera invece faccio un salto a Milano, che ai Magazzini Generali ci sono i Tame Impala in concerto e io, Matte e Niger siamo carichissimi. Frate, manchi solo te ma ormai non te lo dico più.. sarà una seratona anche se mi sono vaccinato stamattina e ho la poliomelite e l’epatite A che battagliano dentro di me. Ma la psichedelia avrà la meglio!
Non mi ricordo più come volevo chiamare questo post..
Mi capita spesso di vedere persone per la prima volta e avere l’impressione di averle già viste. Anzi, di conoscerci già. E la cosa è reciproca, sappiamo entrambi che è impossibile. Gli esempi più eclatanti sono stati a Biella o a Rimini ma capita anche qui di trovarmi a fare una partita a chiacchiere con qualcuno appena conosciuto e avere quell’impressione, la persona di fronte si racconta come al vecchio amico di sempre mentre mi gratto la testa e magari certe cose preferirei non saperle.
Come mi sembra di avere dei ricordi non miei, ricostruisco la cronologia dei giorni e tutto torna ma com’è possibile che sia successo davvero? Però poi le persone partono e non c’è tempo di riprendere contatto con la realtà, mi sveglio che è ancora buio e vedo l’alba a chilometri di distanza da casa, da Brescello mando un messaggio a Londra per chiedere conferma, e arriva. E sono felice e ancora incredulo, poi con la testa ritorno dove sono: davanti al cancello del casolare in cui è stato girato Novecento di Bertolucci, suono il campanello e non mi ricordo cosa volevo. Ah, già, le foto..
Oh, è grave eh!
Ho voglia di mare
Forse la prossima settimana.
Però Ferrara e/o Rimini, devo andare per forza lì, niente West Coast nè tramonti sul mare.
Se qualcuno volesse aggregarsi lo rusco su volentieri, così smezziamo il viaggio.

PS foto fatta con un Lensbaby Muse, modificato solo il color grading.
Moleskine | 11.10.2012
India -33 giorni. Preparazione:

No, è che ancora non “sento” il viaggio :p
Ma che vaccinazioni mi conviene fare? Il tifo, quello di sicuro.
Colera? Moh, anche no, l’antitifica mi previene già dalla salmonella e poi l’erborista mi ha confermato che con l’olio essenziale di limone e l’aglio tengo l’intestino disinfettato. La Tormentilla blocca tutto anche se non so se sia un bene non lasciare sfogare nel caso sia di natura batterica o virale. L’Imodium e le compresse hanno tutte una parte di lattosio. Tanto il caghetto mi viene di sicuro, figurati se non mangerò dello yogurt o qualche latticino. Quindi amen.
Epatite no che poi mi debilita, ‘antitetanica l’ho fatta l’anno scorso..
Voi che dite?!
..ah, il sangiovese?! Quello è per domani sera..
Per il 2012 non ci saranno più notti in macchina. Credo.
Venerdì sera in scazzo totale: per i cazzi miei e per le ultime foto da sistemare, la sola forza di volontà a spingermi verso l’uscita del tunnel. Una settimana sul pc è la morte, poi mi ero già fatto la bocca per l’Eroica e invece un impegno per la domenica mi faceva saltare tutto, mannaggia. Du maroun… Così vado sul sito tanto per distrarmi un attimo e vedo che il sabato è anche il giorno con più mossa… Come se non bastasse vado su FB e scopro che c’è il concerto dei Bud al Locomotiv, giusto in tempo prima che si rinchiudano a scrivere nuovi pezzi per l’album nuovo.
Testa bassa, spengo il pc meno di un’ora prima l’inizio del concerto e parto con un mal di testa martellante, un pugno di liquerizie e lo stick del deodorante (che poi non ho usato, sono sicuro che volevate saperlo) verso la mia medicina: due ore di blues cattivissimo. I Bud sono uno spettacolo che su cd non rende, bisogna vederli live, croccanti e aggressivi come i suoni che escono da quei poveri strumenti fatti di legno e metallo su cui si accaniscono, dieci euro spesi bene e una maglietta Dio odia i tristi che è già entrata nella mia top five personale. Così è iniziata la notte, macchina puntata in direzione opposta al ritorno per arrivare a Gaiole in Chianti tra caprioli e cinghiali solo per abbassare i sedili della Focus e prendere tutto il freddo possibile nonostante il sacco a pelo e il pile. Mi sono svegliato nella nebbia e ho aspettato il sole con il sacco a pelo fin sopra le orecchie, sono uscito come una lucertola a scaldarmi le ossa e cercare il primo forno per una schiaccia. Il resto è Eroica, ticchettio di bici antiche e un accento che conosco bene, suoni che a casa non sono gli stessi perchè certa musica è una sostanza che va consumata sul posto, come gli Spira ieri sera che non ho seguito tanto perchè avevo la testa altrove, un’ubriacatura di pensieri che mi tiene a un dito da terra e non mi fa dormire la notte. Come le giornate passate per l’OZU Film Festival a chiedere alle persone chi è Mefisto e scoprire che nessuno lo sapeva, il peccato non fa più audience. Qualche goccia di pioggia e Fede che fa il frocio col culo degli altri (“aggresivi eh, mi raccomando” e poi esce di scena e poi compra i gnocchini e lo perdoniamo), Mirco che vuole coinvolgermi nella conquista del mondo e io non mi tiro certo indietro, Marcello che ci fa trovare la pappa pronta nella più bella casa vintage che abbia mai visto, il teatro Carani, i bandi di concorso e tutte quelle cose iniziate perchè non avevo nessun motivo per dire di no e mi portano più lontano, ma molto più lontano di quanto credessi.
Vivere diventa un lasciarsi trasportare dopo una rincorsa fatta di crisi e poca salute. Ora basta dare un colpo di remi quando serve, essenzialità allo stato puro di gesti e parole che van dette al momento giusto e che un po’ spaventano per quello che porteranno. Ma c’è tutto il tempo del mondo, a volte sottratto al sonno, al 120% di ciò che posso dare e scoprire che non raschio mai il fondo. Un pensiero a scatto fisso che trascina i piedi e non riesco a smettere di spingere sulle gambe. E va bene, va Bene così.
“Ciao ragazzi, noi siamo i Bud..” e altre foto.
>Autocelebrescion<
4.450 (quattromilaquattrocentocinquanta) visualizzazioni su FlickR solo ieri grazie alle foto dell’Eroica.
Se passate al Pulp a Formigine tra mezz’ora vi pago da bere, certi avvenimenti vanno festeggiati ![]()

EDIT: oggi, 09 ottobre, siamo arrivati a 4.703
Venerdì si festeggia come si deve, micca un bicchiere di chianti al Pulp!
Sfumature
Pensavo che in inglese “foglie” è “leaves”, che significa anche “lasciar andare”.
Pensavo agli alberi inglesi, che per due stagioni le fanno crescere e sanno fin dall’inizio che dovranno lasciarle andare.
Pensavo agli alberi italiani, che non conoscono questi stupidi giochetti di parole che potrebbero mandarli in casino e possono arrossire fin che vogliono nelle nostre campagne.
In primavera ne avranno di nuove, così, senza chiedere o pensarci.
Da “riflessioni da un pouff dimenticato sotto un albero nel chianti shire”

Modena 02.10.2012
Ci sono sere che battezzi in casa.
E invece no, che ho passato ore e ore sul pc, che non ne posso più di vedere tutto a 16:9 come se fosse a mezzo metro e ho bisogno di orizzonti un po’ più distanti. Così è nato questo mini album, un’uscita leggera sia di testa che di attrezzatura grazie a un Lensbaby Muse che lascio troppo spesso in casa.
Mezz’ora a spasso, solito giro collaudato.
Enjoy! on FlickR..
A Bologna succedono solo cose belle.
E così è finita anche l’avventura del Cersaie e dei miei giorni bolognesi, ospite in un monolocale. La partenza è stata buffa, come i vecchi coloni che partivano con melanzane e pancetta che a me sono serviti per cucinare la cena alle mie coinquiline. Patate bollite, vino di Saumur, primo giorno di università. Questo per dire che alzavo di molto l’età media. Poi sveglia alle 8 per prendere l’autobus, un carrello della spesa pieno di riviste sulle piastrelle da consegnare (chissà cosa si può scrivere sulle piastrelle, dev’essere un ottimo esercizio di fantasia) e una bottiglia d’acqua che finiva entro sera, amici tanto incravattati quanto imbarazzati nel vedermi lì fischiettante a fare un lavoro poco qualificato che però mi è piaciuto molto: nessuno mi corre dietro, non ho preoccupazioni, le hostess sono sempre bellissime, gentili e sorridenti e non ho pensieri di nessun tipo. Anzi, mi pulisce la testa dai pensieri, e arrivo a sera con quella fame buona che si ha solo dopo il lavoro manuale. Il kebabbaro del “Punjab” ha vinto a mani basse ![]()
Poi è ufficiale, Bologna mi porta bene e nonostante fossi in vacanza da internet il telefono è squillato il numero giusto di volte, tutte cose positive: lavori, persone interessanti appena conosciute e persone che finalmente si fanno sentire. Il tutto condito da posti nuovi scoperti dietro l’angolo, documentari su Woody Allen e ravioli di zucca mangiati da solo senza sentirmi solo, il cinema Lumière e la Cineteca a sfogliare backstage di Bartolucci con guanti bianchi, riso patty mangiato da in piedi, t-shirt anche di sera dopo mezzanotte, tetti condominiali all’alba schiacciati dalle nuvole e chiavi duplicate che non si sa mai.
Di tornare proprio non ne avevo voglia, e stasera in Palazza e poi al calcetto delle ragazze ero un po’ giù per tutte le cose belle che qui non ci sono e mi mancano. Anche solo uscire di casa e avere una città che accoglie. Qui solo campi, e grilli sulla ciclabile. Ci si sente un po’ soli quando si torna, mi capita ogni volta.

L’OZU e altre quisquilie
Io la Liguria la odio. Davvero, non è per dire. E’ l’unico posto in cui mi viene voglia di avere un’arma e usarla. Sui passanti che non sorridono mai, sui ciclisti che creano file chilometriche, sui conducenti d’auto che ti mandano affanculo perchè stai attraversando sulle strisce, sulle vecchie che escono di casa e ti mandano via solo perchè hai accostato in un regolare parcheggio pubblico per guardare il panorama. Ho l’impressione che voglia far scivolare tutto quanto, case e persone, sul fianco dei monti e scaraventare tutto in mare, senza nemmeno un pezzo di terreno orizzontale dove sostare. E’ tutto stretto, è claustrofobia.
La odio insomma, ma non la rifiuto. Faccio una classifica delle priorità e le concedo l’ultimo posto, infatti ho deciso di passarci due giorni in camper per andare a vedere la mostra di quadri di un’amica. Che ovviamente era chiusa perchè visto il poco afflusso hanno pensato bene di metterci davanti un cartello con su scritto “aperto solo il sabato e la domenica” e fregarsene di avvertire anche sul sito. Fanculo, di cuore. Almeno le vetrine non avevano le tende..
Ciò non mi ha comunque impedito di passare due giorni piacevoli, vuoi perchè la Vale è un’amica pluricollaudata, vuoi perchè è robbosa più di me e basta un melone comprato dall’ambulante per pranzare, vuoi perchè non c’è dubbio che mi faccia rovinare due giorni di svago solo perchè il luogo mi si ritorce contro. Ne avevo bisogno, due giorni dietrofila in cui non sono sul pezzo sono una rarità e faceva strano organizzare il tempo in base ai soli nostri ritmi. Quindi pastasciutta delle quattro di pomeriggio, passeggiata sul molo e combo di rosso, tramonto + bottiglia di vino e il resto della serata in chiacchiere prima di smezzare la fritturina finale. Ho scoperto anche che il camper non è il mio mezzo ideale perchè se è vero che una volta parcheggiato è impareggiabile, non è nemmeno divertente rifare la Cisa (stavolta in autostrada) a una velocità compresa tra i 50 e gli 80 all’ora, a notte fonda, con la prospettiva di una giornata di riprese per il giorno dopo tanto bella quanto stancante.
Quello che mi rende davvero belle queste sfacchinate sono le persone, che stemperano la fatica con la battuta giusta o un abbraccio collettivo, ciascuno nel modo che gli riesce meglio. Quindi ci tengo a ringraziare la Vale per le molestie varie e l’amicizia, Frate che potrebbe concedersi un po’ di più alla Vale così romperebbe meno le scatole anche a me (occhio a quello che scrivi perchè legge questo blog ;D), Niger per i chiarimenti che ho davvero apprezzato, lo staff dell’OZU Mirco, Fede e Marcello che hanno reso leggera ogni cosa e la Natalia che è squisita più delle cose che cucina.
“Vedi perchè volevo Checcoboni all’OZU?! …perchè sa mentire al momento giusto con la frase giusta” (M.M.)
Next soon OZU Film Festival – Sassuolo [MO] 09.11.2012
Vai col teaser:
Moleskine | 15.09.2012

Un lieve giramento di testa e un sorriso grande così.
“Le cose giuste non hanno un gran bisogno di parole” – Cesare Cremonini
Rimini e il profumo dell’Adriatico
Rimini è una canzone di Vasco che torna dagli anni Ottanta. E’ partire di venerdì sera e svegliarsi tra i filari di vite, conoscere un calabbbreh’se e un ravennate e starci come se si fosse amici da sempre, è una foto di Silvio sulla scala per la toilette, è pesce di lusso e un verdicchio che sa di caramello e che devo ritrovare assolutamente. E’ un panorama troppo figo per le mie possibilità, è un obbiettivo nuovo che da 30mm perde contrasto, è una coppia di sposi che mi semina a un semaforo rosso, è un parcheggio a pagamento che riesco a non pagare, è una endurance di dodici ore sempre sul pezzo che non se ne vede la fine e non ci portano nemmeno la frutta. O un caffè, camarri in camicia nera del cazzo…
E’ finire tutte le energie e aver bisogno di braccia che tengano ferme tutte le costole prima che si sfaldino, è cercare il parcheggio di un hotel a cui ci siamo dati appuntamento, è scendere dalla macchina e sedersi sul marciapiede con la testa tra le mani senza riuscire a dire niente, è il tramonto che arriva così, è un rumore continuo di gomme e motori al minimo in attesa di entrare nella rotonda. E’ mangiare un fritto misto tra bambole russe che sfilano, è ridere e parlare e confessioni da ubriachi al sapor di limoncino, è un Barbera da tre euro comprato dai pakistani che sapevo che erano soldi buttati. E’ il freddo della spiaggia di notte, in settembre. E’ l’odore forte del mare. E’ girare un’ora per trovare un posto tranquillo senza lampioni, è dormire in macchina in due in un baule e darsi dei calci e svegliarsi con la condensa sui vetri e mettersi il costume seduti in macchina mentre passano intere famiglie. E’ scoprire che Fellini ha ricostruito Rimini a Cinecittà, è una macchina fotografica lasciata nel seggiolino dietro, è un problema che si risolverà da sè. E’ darsi fastidio in costume e svegliarsi strinati, è mangiare piadine alle alici sottaceto cipolla e rucola e aspettare le Frecce Tricolore (“in via del tutto eccezionale, la motonave Bella Rimini effettuerà, alle ore quindici e trenta…”). E’ stancarsi di aspettare e fare un bagno prima di rimettersi in macchina con il sole negli occhi.
E’ tutto questo, e altro ancora, e non ci sarebbe stato se non fossi venuta tu a rompermi le balle, che se no tornavo anche volentieri a casa sabato sera dal gran che ero cotto.
Però è stato figo dai, mi piacciono le cose improvvisate. E poi se non lo facciamo adesso che siamo giovani…
…mah, io credo che continuerò a farlo per molto altro tempo ancora. Questione di soldi, che mancano. Soldi, e voglia di avventura ![]()
Checco, la palla!
Il ronzio del bidone aspiratutto mi riempie le orecchie, la sabbia delle due riviere viene via troppo facilmente dalla macchina. Non è mai facile tornare, chi può sta a occhi chiusi, chi non può è perchè deve guidare. Ci sta, la vacanza non è fatta per riposarsi ma per scaricare le spalle dal peso dei giorni passati, per sciogliere sacchi di sale in un mare che ha bisogno di tempo per fare il suo mestiere; la pelle ispessita attutisce la ruvidità della sabbia, il calore del sole. Prende l’aria, l’acqua, prende altro sale ma più delicato, il freddo delle ore piccole e gli schizzi di sugo della sagra di turno, dove per bere vino di sgamo basta allungare la mano. Prende un colore che non ha mai avuto e il suo spessore tiene separati i pensieri di superficie da quelli di profondità, osmosi di parole qualcuna ricacciata nella gola di qualche notte, qualcuna a imputridire per essere rigettata al largo dove non si tocca, qualcuna a ridere tra i denti, a sfottere che “in vacanza con me non vi porto più”, a svegliare la mattina e decidere di che morte morire alla sera. Amici vecchi e nuovi, tutti preziosi, con qualcuno ci si rivedrà con più calma che è strano come ci si combini quando si ha il lusso di poter aspettare.
E niente, questo è quanto. Questo e l’incendio a Marina di Grosseto, fumo tra gli alberi e una luce strana, azzurro di sirene al posto del cielo ed eliche d’aereo. L’hanno preso, il coglione, andrebbe messo in prima linea al prossimo incendio e calci in culo finchè campa.
Poi l’arrivo in Palazza prima di passare da casa, sudore che sa un po’ di limoncino e gente a ballare sul bancone che gliela devi raccontare il giorno dopo.
La felicità la si riconosce sempre a posteriori, a volte quando è troppo tardi. Non questa volta.
Summer Jamboree
…comunque il Summer Jamboree è una figata. Un po’ perchè guardi sul sito ufficiale e ti carichi gli occhi di tutte quelle facce e di quelle camicie che fanno molto nerd, ma che lì sono il modo giusto di stare. Prima di arrivare tiri giù dal letto un prete solo per fare il sopralluogo a una chiesa, e dal suo sguardo capisci che non sono ancora le otto del mattino e che la tua amica è un po’ troppo tatuata e svestita per avere anche buone intenzioni. Invece tiri fuori quel sorriso pluricollaudato che funziona meglio di qualsiasi chiave, che poi non lo rimetti in tasca ma lo tieni pronto per il momento in cui affondi i piedi nella sabbia chiara di Senigallia, ti cavi la maglietta e sei in acqua in un amen. Lotti un po’ con i cavalloni poi ti asciughi e tieni il sale addosso che un po’ luccichi anche tu, apri una boccia di bianco e mangi salatini al sesamo in modo da essere pronto per quando partirà la musica al Mascalzone.
Poi con lo swing tutto si mescola, le persone anche, e ti ritrovi sbalzato indietro del doppio dei tuoi anni tra cromature e persone bellissime che non parlano la tua lingua ma masticano mojitos e cannucce fluo, poi si alzano e volano tra i tavoli del bagno senza far rumore con piede leggero, e se non sentissi lo spostamento d’aria potresti credere che non sta succedendo davvero. Bastano la musica e i colori a fermare il tempo, il tragitto tra il bagno e la rocca diventa familiare in un pomeriggio in cui ti rendi conto di aver bevuto a stomaco vuoto senza che ti giri la testa, senti i profumi delle cucine ma l’unica cosa che ti sazia è stare lì, essere lì. Poi col jazz viene notte, due passi in centro fino alla Rotonda per vedere la città dal mare lisciato dalle onde lunghe, voglia di un bagno ma finisci schiacciato tra una collina e migliaia di stelle nelle campagne di Morro d’Alba, e arriva anche l’alba con la “a” minuscola vista a occhi stretti mentre un trattore ti mostra l’aratro da molto vicino. Cerchi un bar dove lavarti i denti e due dame di vino buono, torni verso il mare per immergerti in quella magia che ormai hai dentro, che sentivi come un’eco di gabbiano e la trattieni finchè non è ora di tornare, che non ne hai davvero più e ti preoccupa fare tre ore di macchina con un baule pienissimo di cose che hanno peso solo se le pensi, ogni tanto scappa un sorriso ma stavolta la porta si chiude e partono le idee malsane, come di tornare lì da solo il giorno dopo e stare lì fino alla fine, ma è il tempo che manca e sarebbe bello avere una vita più lineare in cui c’è un tempo anche per fermarsi a oltranza. Anche solo per riposarsi un po’, per sedersi in riva ai fossi e non aspettare niente, per stare senza il pensiero di tornare. Per l’adesso, il qui e ora che altri ti strappano via a ogni squillo di un cellulare che chissà quanti rimbalzi farebbe su queste onde lunghe, in questa luce dorata d’autostrada che fa solo venir voglia di tornare indietro fin che non finisce da sola, la festa.

…e il Bed & Breakfast, un po’ spartano ma con tante stelle ![]()

Il modo distratto in cui si ride
Pugni scagliati contro foglie di tiglio, così comincia un sabato che mi vedrà sdraiato con la schiena al pavimento per recuperare il fiato, che il sangue dopo un po’ non mi arrivava alle dita e bisogna lasciar lì tutto per tornare preda dei pensieri senza possibilità di restituire i colpi. Perchè il mare inganna, sembra sempre di trovare le cose giuste appena sotto la sabbia e invece poi capisco che i campi dove parcheggiare sotto la luna per dormire, le parole prima di dormire, le querce morte e tutte quelle stelle non significano un cazzo, sono solo una bella scatola per il niente. Che camminare e sfiorarsi è un impulso da ricacciare giù più in fondo da dov’era venuto, non ci sarà nessun bacio dato da sotto il cappello, nè altre notti, nè onde alte o acqua azzurra, solo una riga buttata lì il mattino dopo per imparare che le parole sono sabbia che si attacca alla pelle e che non dura un giorno. Un giorno, la stessa distanza che c’è tra il dire e il mare, e guardarsi e ridere così, senza motivo, è solo il contenuto di una bolla di sapone che mi ero messo in testa davanti a un piatto di affettato e due birre, una casa disegnata, sogni a carta e penna fermati da una mia frase in cui non c’è un dopo, solo un adesso, e avevo più ragione di quanto pensassi. Una bottiglia di vino bianco in spiaggia e dieci medie a testa non mandano giù il tempo passato insieme e non si lavano con spazzolino e dentifricio nel primo circolo ACLI capitato sulla strada. Ci devo fare i conti in autostrada, e tutta questa luce non aiuta a rendere più chiare le cose. Mi resta il tocco di una mano bagnata d’acqua fresca di Chiara che fa gli scherzi ancor più belli dei suoi quattro anni, musica marina che mi porta lontano nel tempo, risa, sconosciuti con cui intendersi in due giorni perfetti da cui cadere per duecentocinquanta chilometri. Senza contare l’andata.
Non viviamo nella stessa estate. Si vede che non è tempo per Battisti o Ligabue, però forse i Vultures hanno qualcosa da dire.

Altre foto del Summer Jamboree su Facebook e su Flickr.
