"…è un modo di vivere." HCB

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Gli occhi verdi e le tue idee

L’estate è poi bella, peccato che ci sia così caldo. Io poi sudo più degli altri, tipo che di notte dormo in mutande con la finestra spalancata mentre la Lisa ha la copertina e mi viene a cercare perchè lei ha freddo e io sono un termosifone da ottanta chili. O che vado a fare le foto in manica e braghe lunghe e dopo due-minuti-due sono già spolto, e l’idea di tenere i capelli lunghi mi sembra sempre di più una cazzata. Con i clienti ho cominciato a sgarrare mettendo le maniche corte, a un incontro di lavoro mi hanno pure cazziato ma tanto non ci andrò più e quindi fa lo stesso. Sono felice di perdere potenziali clienti, soprattutto se non capiscono l’importanza della manica corta.
L’estate è bella dalle 9 di sera alle 7 di mattina, che è anche l’orario in cui sono più attivo. Il resto del tempo è resistenza. Dopo un matrimonio peso quasi tre chili in meno, magari fosse ciccia, sono tutti liquidi. Ieri invece non mi sono pesato, dopo dodici ore di fiera a Verona avevo solo voglia di una birra mentre aspettavo una birra e un hamburger. Era l’ultimo giorno di sagra e ci tenevo ad esserci, anche se ero cotto e ho fatto fatica a non sbadigliare in faccia ad Andre e alla Debbi. Avrei voluto scattarci una foto, come l’avrei voluta fare alla cena di compleanno della Sere, o sul set quella mattina in cui ho fatto l’attore, ma si vede che i momenti più belli devo tenermeli solo come ricordi impalpabili. E’ un peccato perchè in certi periodi, come questo, mi sembra di lavorare e basta, e invece di cose ne faccio lo stesso. Anche la settimana di ferie alla fine è durata meno del previsto mannaggia. Che va bene eh, non mi lamento del troppo lavoro, però un po’ di riposo ogni tanto non mi dispiacerebbe.
Forse riuscirò a riposarmi stasera, che paccherò i Gazebo Penguins per il Festival della Fiaba. L’anno scorso è stato fantastico farlo da ospite, quest’anno da fotografo sarà ancora meglio. Non vedo l’ora.

Ho anche voglia di fare una sgambata in bici fino al Parco Ferrari, aka Modena Park. Sembra che sia diventato l’unico problema dei modenesi e sono contento, pensa se non ci fosse: tutti si lamenterebbero del caldo, della politica, del prezzo della frutta, della vita che costa sempre più cara, della disoccupazione.. invece grazie a Vasco sembra sparito tutto.
Non ne faceva una buona dal 1993, mi tocca dirgli “bravo”.
Non è mai troppo tardi.

Pensiamo a far l’amore, va là, anche se con questo caldo è una faticaccia.

La settimana di ferie

Ho deciso che questa è la mia settimana di ferie.
Le settimane scorse ho lavorato dodici ore al giorno, ho passato il venerdì sera col portatile sulle gambe davanti a Fracchia la belva umana, e siccome ho consegnato tutti i lavori mi prendo un po’ di tempo per me.
La fotografia è il momento finale di un processo. E’ come la cacca, se non butto niente dentro di me non produco niente. Niente di nuovo almeno. Devo fare altro che non sia fotografia. quindi dò via al cazzeggio, che tradotto in “boniano” significa un lunedì sull’amaca a leggere, e un martedì che non ne potevo già più di tutta quell’immobilità 😀
Durante il lungo e rigido inverno ho utilizzato il 30% di sconto al Conad per comprare dell’alcol 96 vol, ne avevo diversi litri con cui ho preparato 6L di nocino, 6L di liquore di foglie di amarena, 1L di liquore di amarene, 1L di liquore all’alloro e mi rimangono ancora 3L d’alcol puro, che userò per sperimentare qualche altro liquorino.

L’alcol è il mio social network preferito: lo scambio, lo uso per concludere le cene, lo offro ai clienti.
Ho provato a fare l’astemio in pubblico, ma di bere una qualche bibita super zuccherata non ne ho proprio voglia. Di contro, ho ridotto di molto il consumo di alcol a casa, reggo meglio il caldo e sono più produttivo. E poi non ho più l’età per bere come bevevo prima, ci scherzo su ma è così davvero.

Mi piace fare questi lavoretti in casa mentre ascolto gli Who o qualche lectio magistralis di qualche fotografo che amo, mentre sorrido alla legge italiana che ti mazzia se hai sò quant grammi di erba, mentre se autoproduci litri di superalcolici va tutto bene. Anzi, li fa mettere pure in sconto. Che geni.

Oggi sistemo casa da cima a fondo e domani rendo abitabile il garage, che la Giusy ha un divano che vuol sbattere via e mi sa che viene a casa con me.

ASS.CUL(t).

Sono uscito ufficialmente dall’associazione che ho fondato. Era già qualche mese che latitavo dalle riunioni, mi presentavo agli eventi dalla parte giusta del bancone, che è quella di chi ordina, paga e beve la birra.
Ciclicamente mi butto in un qualche progetto, coinvolgo persone, mi sbatto, e un bel giorno mi ritrovo dove assolutamente non volevo andare. Tutti progetti culturali che si sono trasformati in uno strumento comunale, in un club che o sei un fighino o non entri, in un’associazione per sagre. Di solito me ne andavo sbattendo la porta, stavolta schiaccio un cinque alto a ciascun socio. Alla maggioranza va bene così ed è anche contenta di farne parte, contenti loro contenti tutti.
Comincio ad essere stanco e ad avere poche energie da dedicare a queste cose, ho sempre meno voglia di dare un contributo che poi si trasforma e diventa qualcos’altro, qualcosa che non voglio. Preferisco sviluppare le mie idee in autonomia, i miei eventi piccoli, sbattermi da solo ma almeno vengono come dico io, con quell’atmosfera che è tipica delle cose artigianali. A fare le cose per tutti non le faccio per nessuno, ad organizzare con troppe persone non si arriva mai al punto. Preferisco essere una persona comune, usare il poco tempo libero per i cazzi miei, per andare a mangiare alle sagre, per le mie mostre.

La mia più grande aspirazione è di passare le serate in terrazza con del bianco fresco di frigo e qualcuno con cui condividerlo.
W gli anni sabbatici ad libitum, evviva evviva 🙂

A’famigghia

Le temo sempre un po’ le cene di famiglia. In genere arrivo in anticipo per fare compagnia a mia nonna, sentire cos’ha da raccontarmi.
Il più delle volte sono ricordi che bevo come aperitivo nel suo dialetto antico e pratico. E’ un momento che considero importante, abbiamo un rapporto intenso, bello, che mi mancherà molto quando non ci sarà più e le auguro che succeda presto: è molto anziana e fa una gran fatica. Dall’altra parte la aspettano la maggior parte dei suoi parenti e suo marito, il nonno Alcide, che ogni tanto chiama “to pèder”. Come se fossi suo figlio anzichè suo nipote.
Invece con gli altri miei famigliari ho un rapporto strano, per questo non ne parlo nè ci parlo volentieri. O meglio, ci parlo, ma sono tutte chiacchiere per far sapere che sto bene, che riesco a mantenermi, che sono sereno.
Solo con mio padre ho un ottimo rapporto, gli altri manco sanno cosa combino. Sanno che faccio il fotografo ma non penso che abbiano mai visto una mia foto o una mia mostra, nè hanno la curiosità di vederne. Mi vedono come quello che perde tempo sui social, che a tavola guarda il cellulare anche se sono anni che lo lascio in una qualche altra stanza in modalità aereo, che se la tira perchè non va a fotografare il loro musical parrocchiale o perchè non trova il tempo per i lavoretti di casa. Sono quello che ha fatto il Corni, quello che non è laureato e che quindi è meno intelligente, quello che perde tempo e lavora poco, che fare foto non è un lavoro fisico e non serve nemmeno tanto sforzo concettuale. In fondo la reflex ce l’hanno tutti, che ci vuole a fare foto?
Mi incuriosisce il modo in cui loro mi vedono, sono le persone con cui dovrei avere più affinità e invece si fermano a quello che pensano di sapere su di me. Mi incuriosisce capire come possano vivere senza curiosità, senza sapere chi è Renzo Arbore o Iggy Pop, con una sola esperienza forte nella vita portata avanti come se fosse l’Unica Cosa Degna di Cui Valga la Pena Parlare, come se le mostre o gli eventi culturali fossero cazzate, che c’è da preparare il pan di spagna. Come se un concerto di Tiziano Ferro o gestire un orto o un collegio docenti fossero Esperienze mentre le mie, beh, io devo andare, ci vediamo.
Così sono sempre l’ultimo dei figli a rimanere a tavola con gli adulti, e allora cominciano i discorsi seri sulle cose di casa, sui problemi personali di questo o di quell’altro parente, sulle spese e sui grandi lavori di casa.

Anni fa mi mettevano in crisi, poi ho imparato osservarli come si osserva un acquario: dal di fuori, senza nessun contatto, seguendo le loro traiettorie mentali abbastanza prevedibili. Per un po’ lo facevo per ripicca, adesso per il quieto vivere. Col tempo ho imparato a spostare i miei baricentri e sono abbastanza sereno su questo stato delle cose, mi dispiace solo perchè le cose cominciano a girarmi davvero bene e mi sento davvero molto, molto soddisfatto. Sono arrivato dove non pensavo ma questa soddisfazione piena non la posso condividere con loro: è come parlare di aerei a un uomini che non sanno nemmeno che si può volare, e in fondo gli interessa anche poco, tanto non ci saliranno mai su uno di quei zavagli lì.
Ho la Lisa e un fracco di persone che sono come famiglie con cui farlo, ma non è la stessa cosa. E’ vero che nessuno è profeta in patria.

(.)

Ci sono giorni fittissimi in cui lavoro anche più di dodici ore al giorno. Vado in automatico, come una macchina. Organizzo i tempi e i pasti, incastro gli appuntamenti, corro tutto il giorno fino a che non arriva la Lisa che mi dice di frenare. Crollo verso le dieci di sera e mi sveglio verso le tre a causa di un incubo sempre diverso: mio padre che sta male, l’apocalisse, scadenze che vengono anticipate, cose così. Ogni tanto mi alzo e lavoro un’oretta, ogni tanto mi riaddormento. Mi sveglio alle otto, a pezzi. Abolire il caffè non serve, dovrei scaricarmi con un giro in bici ma non ho tempo, vengono prima le mail e le telefonate dei clienti.

Poi un bel mattino salta un appuntamento e riesco a consegnare tutto, e in anticipo.
Mi gira la testa ma mi sento ricco, ne approfitto per andare a comprare delle camicie che è ora di cambiare look, anche di fronte ai clienti. Mi chiama Seda per dirmi che sua sorella si sposa e i suoi hanno voglia di rivedermi, e così a settembre tornerò in Cappadocia. La Lisa mi porta i check-in stampati per Praga, sblocco la carta di credito e prendo gli ultimi biglietti per i Rammstein. Così vado a vedere cosa combina quel matto di Lumi, che da super videomaker si è trasformato in gestore di disko pub. Abrakadabra. Imbottiglio il liquore di amarene da portare alla cena di stasera, che si inaugura la casa nuova della Cami e poi ho l’ultima serata dell’Off invernale, il che significa concertoni di giovedì e tutti i sabati liberi per tutta l’estate. E poi domani Firenze con Fabio, poi l’inaugurazione della mia mostra in cui devo solo andare là, sorridere e bere. Rifiuto un matrimonio per poter avere un intero mese di vacanza, rifiuto anche il divano di Lenny e mi aspetta un’alzataccia di lunedì per volare in Puglia, altro matrimonio (fighissimo) altro regalo.
Da fare: andare a vedere la mostra di Enry e l’Elena domenica a Reggio, prenotare la Cadillac per Niu Orlins, ricordarmi il costume da bagno lunedì.

L’organizzazione di una mostra

Svolgimento 1: se la propongo io
Penso a uno spazio che possa creare un dialogo con le foto che propongo.
Contatto il responsabile dello spazio con un anticipo di almeno un mese: ci mettiamo davanti a una birra e parliamo di dati tecnici, quante foto, quanto stamparle grandi, come attaccarle. Calendario alla mano guardiamo che non ci siano altri eventi, poi decidiamo data, ora e buffet.
Una volta a casa creo le grafiche e l’evento sui social, invito le persone che possono essere interessate.
Ragiono bene e con calma su che foto stampare, dove metterle e con che ordine, e le mando in stampa.
Qualche giorno prima allestisco e in mezza giornata ho la mia mostra.

Svolgimento 2: se la propone un ente
“Stiamo organizzando un evento e ci farebbe molto piacere avere una tua mostra fotografica in concomitanza. Ti apprezziamo molto e ti stimiamo…” -non ricordo di averli mai visti a una mia mostra- “…e sarebbe bello che ci fosse anche il tuo pubblico al nostro evento.”
“Ah ecco, adesso capisco.”
Penso alle settimane che avrò davanti, settimane pienissime e pochissimo tempo.
Penso alla fatica che ho fatto negli anni passati con quell’ente, ai rospi ingoiati.
Però sono anni che mi piacerebbe organizzare qualcosa con loro e stavolta sono loro a propormelo.
Accetto.

Mi fanno vedere lo spazio in cui dovrò allestire la mostra e mi pento subito di quel sì.
Mi danno carta bianca ma non posso toccare i muri appena imbiancati. Decidiamo di usare le travi di legno del tetto e la lenza da pesca, non mi fa impazzire ma va beh.
Due giorni dopo mi chiedono se ho pensato a qualcosa, ho dovuto fare un matrimonio in puglia e non ne ho avuto il tempo. Devo darmi una mossa perchè tra due giorni mandano in stampa il volantino e vogliono sapere come la intitolerò. Temporeggio, dico di mettere “foto di Francesco Boni” e a proposito, c’è un rimborso spese? Se sono 50€ ok, ma non di più.
Mercoledì lavoro vicino a Bologna, sono cotto ma vado lo stesso all’Ikea a prendere le cornici. Arrivato a casa seleziono il doppio delle foto rispetto a quelle che servono, che non si sa mai. Sono esausto, decido di rimandare tutto a domani e spengo il computer. Mi chiamano per sapere quando posso andare ad allestire, loro avrebbero tempo lunedì. Guardo l’agenda e venerdì ho una scadenza, non ho tempo di guardarci. Vaffanculo riaccendo il computer e finisco di sistemare quelle che ho scelto. Telefono in tipografia e riescono a stampare in tempo, figata! Però devo passare sabato mattina, il che significa un’alzataccia visto che venerdì notte farò le 3. Amen. Vado a prendere le foto e me le hanno stampate più piccole perchè nella fretta ho scazzato le misure, tranquillizzo i tipografi che in qualche modo farò. Trovo la soluzione e passo il pomeriggio a tagliare le foto a misura bestemmiando perchè devo correre quando manca una settimana alla mostra, ho una serata importante e finisco appena in tempo, salgo sul palco del Teatro di Maranello che mi si chiudono gli occhi e un po’ d’ansia mi accelera il cuore.
Passo la domenica in casa che tanto piove, son cotto e poi ho anche voglia di stare con la morosa, almeno di domenica.
Lunedì mattina devo essere lì alle 9, mi sveglio prima per andare a comprare la lenza da pesca e i ganci per tener su le foto. Il tecnico che mi deve dare una mano mi dice che c’è un cambio di programma: dobbiamo andare in magazzino a prendere le reti per tener su le foto. Sono piuttosto brutte e l’idea di usarle non mi piace neanche un po’. Ne prendiamo solo quattro perchè le altre servono a un’altra associazione, chiamo la responsabile e mi dice che deve chiedere, devo aspettare cinque minuti. Intanto che aspetto pensiamo che si potrebbero piantare dei chiodi bruniti nei travi, sarebbero invisibili e per niente invadenti. Richiamo la responsabile, lei mi dà l’ok e il tecnico mi dà la scala. Vado a casa a prendere martello e chiodi, salgo sulla scala e la sento aprirsi. Chiamo il tecnico che mi porta una corda di nylon con cui metterla in sicurezza. Le travi non sono dappertutto e riesco ad appendere solo nove foto su venti, decido di appoggiarne tre a un mobile anche se sembrano proprio buttate lì ma non mi va di lasciare un intero muro bianco.
Mi impongo di andar via all’una perchè devo anche lavorare.
Mentre pranzo mi scrivono che hanno cambiato idea e che mi lasciano attaccare qualche chiodo. Devo tornare giovedì.

I dipendenti statali non si smentiscono mai. Ovviamente non tutti, quelli assunti da poco hanno ancora quello che io chiamo il vadèr, ovvero capiscono la differenza tra i problemi e le puttanate, sanno essere pratici e trovare soluzioni.
Quelli che invece sono assunti da un po’ si abituano alla burocrazia, alla struttura, e vigliàc se prendono una decisione o se trovano una soluzione. Devono sempre chiedere, non hanno senso pratico nè gusto, hanno un orizzonte molto vicino al proprio naso e non si chiedono nemmeno se c’è qualcosa oltre quella linea. Faccio sempre una gran fatica a relazionarmi, ogni volta mi incazzo più facilmente e mi preoccupo che sto invecchiando male, ma poi parlandone con altri ci convinciamo che non sono io, sono loro 😀

Mi sono rotto il cazzo anche delle associazioni: poche idee e tanto interesse per visibilità e soldi, che mi chiedo cosa cazzo servono se da statuto si è senza fini di lucro.. un pic nic, che è la cosa più anarchica del mondo, diventa una sagra con menu a prezzi fissi. Così bisogna preoccuparsi di raccattar su gente per la cucina, calcolare i prezzi e sperare di rientrare nei costi. Per organizzare un pic nic di paese.
Basterebbe scrivere che l’associazione non si assume la responsabilità e lasciare che le persone si organizzino da sole, piò bel d’acsè!
Per fortuna che quel weekend sono a Praga a vedere i Rammstein.
E’ anche il motivo per il quale faccio questa mostra a mio nome e non sfrutto quello dell’associazione di cui faccio parte, sono proprio stanco di riunioni serali e di far passare per volontariato qualcosa che non lo è. O non lo sento tale.

Morale della favola: io devo fare le mie cose come voglio io, da solo, con i miei tempi e nei miei spazi.
Che sembra facile, suona come una roba da ragazzini egocentrici e viziati.
In realtà si fa tanta fatica in più, ci si sbatte di più, si spende di più, ci si perde più tempo, però il gioco vale la candela.
A patto di saper chiaramente quello che si vuole e dove si vuole andare.

Il dì di festa

Oggi festeggio.
Festeggio i lavori che non pensavo mi potessero piacere, invece sembrano fatti su misura.
Festeggio i preventivi che mi vengono richiesti senza che vada a bussare a nessuna porta, quelli che vengono accettati e anche quelli che mi regalano un giorno di festa.
Festeggio un matrimonio strano ma bello, e forse sarà la prima volta in cui i miei vedranno un mio lavoro.
Festeggio le persone che credono in me e nella mia professionalità, che non guardano se giro in camicia o in felpa.
Festeggio perchè non ho la testa di un dipendente statale.
Festeggio alla faccia di quelli che si fanno sentire solo quando hanno bisogno.

Festeggio le cose che crescono, le biete e i pomodori spontanei che non devo neanche andare a fare la spesa.
Festeggio i piccoli baobab che spuntano da questa terra e da altri viaggi.
Festeggio il vino sfuso che ho in cantina e che è il mio social network preferito.
Festeggio i sabati sera liberi che d’ora in poi avrò.
Festeggio la Jaguar appesa al muro e il Mojomojo sul tavolo pronto a urlare.
Festeggio la Cami che compie gli anni.
Festeggio una morosa che mi fa capire cosa mi son perso finora.
Festeggio perchè posso fare le cose senza dover pensare ai soldi.
Festeggio la sobrietà in cui mi piace vivere, il basso profilo, qualche follia ogni tanto.

Festeggio i momenti in terrazza, che è l’unica mia ambizione.
Festeggio la pioggia di sera a luci spente.

Adesso

Sono già stanco, di una stanchezza che non si lava via con qualche ora di sono in più. Mi sveglio di notte in un sudore acido, le mani e le gambe che formicolano dopo settecento chilometri di strada. Penso che domani dovrò imbottigliare, andare dal falegname, ritirare la Jaguar con l’elettronica sistemata, telefonare al sostituto per il concerto di sabato, rispondere alle mail della scuola, organizzare una mostra per il comune, sentire Fusorari, prepararmi alla trasferta che sabato ci si sposa a Bari.
Ho bisogno di un giorno di divano e Nintendo Mini, di un libro sull’erba, di pranzare senza pensare a quello che devo fare, di quei momenti in terrazza col sole in faccia, di una passeggiata o un giro in bici senza pensare all’orologio.

Adesso spengo il telefono.
Che si fottano.

Ratatouille

Sono giorni senza respiro, di foto soprattutto, a storie di amore e di dolore, ad amici, a gruppi musicali, a bambini delle elementari che stancano e danno energia. Di cene di pesce e di sbronze fotoniche che ci metto due giorni a recuperare, di spezie cingalesi, di torte e pane fatti in casa, di latticini che mangio senza pastiglie e sto bene. Di mostre, di persone che suonano il campanello dopo vent’anni e non sono cambiate di una virgola, di scrittori newzelandesi che si complimentano per il mio inglese e che mi invitano a trovarli, di amici che aprono birrerie, di quei concerti in cui ritrovi i tuoi ultimi vent’anni e che ti fanno urlare più forte, di radio, di musica, di vino, di vita.

La serata più trasgressiva è stata un giovedì sera nel lettone con un film visto dal portatile, coprifuoco alle 22:30.
Ho deciso che dalle 18 in poi voglio spegnere tutto e godermela, fare un giro in bici, sdraiarmi sul pratino, stare al balcone a guardare chi passa, suonare la chitarra. La Jaguar è in riparazione, appena torna chiamo Claudio che mi insegna il blues.

Tra tre ore inauguro la mostra e poi mi sputtano per tre giorni.
Salute.

100€ al mese e il pane fatto in casa

Si può mangiare per un mese con 100€? La risposta è sì.
Ci ho infilato pure un pranzo di pesce al mare e una magnazza a gnocco e tigelle facendo lo splendido e pagando per entrambi. Modenesi, l’Insolito Bar è la risposta a tutto.

Non ho fatto particolarmente fatica, i fattori prevalenti sono tre:
– la campagna è ripartita e posso contare su biete e tarassachi praticamente illimitati, mi basta scendere le scale e raccoglierli.
– avevo polenta e legumi secchi in dispensa, erano da finire e ne vado matto.
– ho imparato a fare il pane e le tigelle, e un sacco di amici mi hanno invitato a pranzo o a cena, o son venuti da me con delle sporte piene di roba. Mi sento un po’ scroccone però erano loro a chiedere di organizzare, e chi sono io per dire di no? 😉
Peso sempre 80kg, quindi non ho proprio patito la fame…

Fare il pane in casa è molto semplice, servono 500g di farina, una bustina di lievito disidratato (se non ci si vuole sbattere col lievito madre), un cucchiaino di sale grosso (si scioglie più lentamente e dà meno fastidio alla lievitazione), tre cucchiai di olio di oliva o uno di strutto, tre cucchiai di yogurt perchè ho scoperto che aiuta la lievitazione e migliora il sapore e il profumo.
Le nostre nonne usavano il tagliere, io mi trovo meglio con una ciotola di plastica.

Cominciamo! Prima di tutto sciolgo il lievito in un bicchiere di acqua tiepida con un cucchiaino di zucchero di canna.
Metto il sale grosso in fondo alla ciotola e poi verso sopra il mezzo chilo di farina. La mia preferita è quella integrale del mulino di Gombola ma faccio dei gran mischioni con altre farine di tipo 1 o 0 che trovo in giro, soprattutto all’Esselunga. L’importante è che non sia solo integrale perchè lievita peggio.
Quando il lievito ha fatto un bello schiumone lo aggiungo alla farina con lo yogurt, l’olio o lo strutto ed eventualmente dei semini. Impasto tutto aggiungendo l’acqua un cucchiaio alla volta, lavoro l’impasto almeno 10 minuti e alla fine lo sbatto diverse volte sul fondo della terrina per rompere il glutine. Ne faccio una palla che copro con un burazzo umido e lascio riposare per 15 minuti in un posto caldo (>20°C).
Rismanazzo l’impasto per altri 10 minuti ripiegandolo più volte su se stesso in modo da ridistribuire le proteine, poi faccio due baguette di diametro di 7-8cm, le sdraio su una teglia rivestita di carta forno, copro il tutto con il burazzo umido e lascio lievitare un paio d’ore. Cresce almeno del doppio, quindi lasciate abbastanza spazio tra le due baguette.
Passato il tempo inforno, e qui dipende molto da che forno uno ha: io ne ho uno tipo DeLonghi e quindi va in temperatura in un attimo, lo lascio 10 minuti a 200°C in modo che faccia la crosta, e poi 20 minuti a 150°C.
A fine cottura tolgo i filoncini dalla carta forno e li lascio raffreddare su una grata in modo che si asciughino anche sotto. Bisognerebbe lasciarli lì fin che non sono freddi ma un assaggino lo faccio sempre.
Sembra complicato finchè non ci si prova, basta solo organizzarsi con i tempi e stare attenti a non superare la lievitazione o l’impastosi affloscerà e il pane diventerà un bel mattoncino. Il miglior incentivo è avere una morosa che deposita la cesta delle buone feste aziendali nel vostro frigo 😀

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