"…è un modo di vivere." HCB

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A’famigghia

Le temo sempre un po’ le cene di famiglia. In genere arrivo in anticipo per fare compagnia a mia nonna, sentire cos’ha da raccontarmi.
Il più delle volte sono ricordi che bevo come aperitivo nel suo dialetto antico e pratico. E’ un momento che considero importante, abbiamo un rapporto intenso, bello, che mi mancherà molto quando non ci sarà più e le auguro che succeda presto: è molto anziana e fa una gran fatica. Dall’altra parte la aspettano la maggior parte dei suoi parenti e suo marito, il nonno Alcide, che ogni tanto chiama “to pèder”. Come se fossi suo figlio anzichè suo nipote.
Invece con gli altri miei famigliari ho un rapporto strano, per questo non ne parlo nè ci parlo volentieri. O meglio, ci parlo, ma sono tutte chiacchiere per far sapere che sto bene, che riesco a mantenermi, che sono sereno.
Solo con mio padre ho un ottimo rapporto, gli altri manco sanno cosa combino. Sanno che faccio il fotografo ma non penso che abbiano mai visto una mia foto o una mia mostra, nè hanno la curiosità di vederne. Mi vedono come quello che perde tempo sui social, che a tavola guarda il cellulare anche se sono anni che lo lascio in una qualche altra stanza in modalità aereo, che se la tira perchè non va a fotografare il loro musical parrocchiale o perchè non trova il tempo per i lavoretti di casa. Sono quello che ha fatto il Corni, quello che non è laureato e che quindi è meno intelligente, quello che perde tempo e lavora poco, che fare foto non è un lavoro fisico e non serve nemmeno tanto sforzo concettuale. In fondo la reflex ce l’hanno tutti, che ci vuole a fare foto?
Mi incuriosisce il modo in cui loro mi vedono, sono le persone con cui dovrei avere più affinità e invece si fermano a quello che pensano di sapere su di me. Mi incuriosisce capire come possano vivere senza curiosità, senza sapere chi è Renzo Arbore o Iggy Pop, con una sola esperienza forte nella vita portata avanti come se fosse l’Unica Cosa Degna di Cui Valga la Pena Parlare, come se le mostre o gli eventi culturali fossero cazzate, che c’è da preparare il pan di spagna. Come se un concerto di Tiziano Ferro o gestire un orto o un collegio docenti fossero Esperienze mentre le mie, beh, io devo andare, ci vediamo.
Così sono sempre l’ultimo dei figli a rimanere a tavola con gli adulti, e allora cominciano i discorsi seri sulle cose di casa, sui problemi personali di questo o di quell’altro parente, sulle spese e sui grandi lavori di casa.

Anni fa mi mettevano in crisi, poi ho imparato osservarli come si osserva un acquario: dal di fuori, senza nessun contatto, seguendo le loro traiettorie mentali abbastanza prevedibili. Per un po’ lo facevo per ripicca, adesso per il quieto vivere. Col tempo ho imparato a spostare i miei baricentri e sono abbastanza sereno su questo stato delle cose, mi dispiace solo perchè le cose cominciano a girarmi davvero bene e mi sento davvero molto, molto soddisfatto. Sono arrivato dove non pensavo ma questa soddisfazione piena non la posso condividere con loro: è come parlare di aerei a un uomini che non sanno nemmeno che si può volare, e in fondo gli interessa anche poco, tanto non ci saliranno mai su uno di quei zavagli lì.
Ho la Lisa e un fracco di persone che sono come famiglie con cui farlo, ma non è la stessa cosa. E’ vero che nessuno è profeta in patria.

(.)

Ci sono giorni fittissimi in cui lavoro anche più di dodici ore al giorno. Vado in automatico, come una macchina. Organizzo i tempi e i pasti, incastro gli appuntamenti, corro tutto il giorno fino a che non arriva la Lisa che mi dice di frenare. Crollo verso le dieci di sera e mi sveglio verso le tre a causa di un incubo sempre diverso: mio padre che sta male, l’apocalisse, scadenze che vengono anticipate, cose così. Ogni tanto mi alzo e lavoro un’oretta, ogni tanto mi riaddormento. Mi sveglio alle otto, a pezzi. Abolire il caffè non serve, dovrei scaricarmi con un giro in bici ma non ho tempo, vengono prima le mail e le telefonate dei clienti.

Poi un bel mattino salta un appuntamento e riesco a consegnare tutto, e in anticipo.
Mi gira la testa ma mi sento ricco, ne approfitto per andare a comprare delle camicie che è ora di cambiare look, anche di fronte ai clienti. Mi chiama Seda per dirmi che sua sorella si sposa e i suoi hanno voglia di rivedermi, e così a settembre tornerò in Cappadocia. La Lisa mi porta i check-in stampati per Praga, sblocco la carta di credito e prendo gli ultimi biglietti per i Rammstein. Così vado a vedere cosa combina quel matto di Lumi, che da super videomaker si è trasformato in gestore di disko pub. Abrakadabra. Imbottiglio il liquore di amarene da portare alla cena di stasera, che si inaugura la casa nuova della Cami e poi ho l’ultima serata dell’Off invernale, il che significa concertoni di giovedì e tutti i sabati liberi per tutta l’estate. E poi domani Firenze con Fabio, poi l’inaugurazione della mia mostra in cui devo solo andare là, sorridere e bere. Rifiuto un matrimonio per poter avere un intero mese di vacanza, rifiuto anche il divano di Lenny e mi aspetta un’alzataccia di lunedì per volare in Puglia, altro matrimonio (fighissimo) altro regalo.
Da fare: andare a vedere la mostra di Enry e l’Elena domenica a Reggio, prenotare la Cadillac per Niu Orlins, ricordarmi il costume da bagno lunedì.

L’organizzazione di una mostra

Svolgimento 1: se la propongo io
Penso a uno spazio che possa creare un dialogo con le foto che propongo.
Contatto il responsabile dello spazio con un anticipo di almeno un mese: ci mettiamo davanti a una birra e parliamo di dati tecnici, quante foto, quanto stamparle grandi, come attaccarle. Calendario alla mano guardiamo che non ci siano altri eventi, poi decidiamo data, ora e buffet.
Una volta a casa creo le grafiche e l’evento sui social, invito le persone che possono essere interessate.
Ragiono bene e con calma su che foto stampare, dove metterle e con che ordine, e le mando in stampa.
Qualche giorno prima allestisco e in mezza giornata ho la mia mostra.

Svolgimento 2: se la propone un ente
“Stiamo organizzando un evento e ci farebbe molto piacere avere una tua mostra fotografica in concomitanza. Ti apprezziamo molto e ti stimiamo…” -non ricordo di averli mai visti a una mia mostra- “…e sarebbe bello che ci fosse anche il tuo pubblico al nostro evento.”
“Ah ecco, adesso capisco.”
Penso alle settimane che avrò davanti, settimane pienissime e pochissimo tempo.
Penso alla fatica che ho fatto negli anni passati con quell’ente, ai rospi ingoiati.
Però sono anni che mi piacerebbe organizzare qualcosa con loro e stavolta sono loro a propormelo.
Accetto.

Mi fanno vedere lo spazio in cui dovrò allestire la mostra e mi pento subito di quel sì.
Mi danno carta bianca ma non posso toccare i muri appena imbiancati. Decidiamo di usare le travi di legno del tetto e la lenza da pesca, non mi fa impazzire ma va beh.
Due giorni dopo mi chiedono se ho pensato a qualcosa, ho dovuto fare un matrimonio in puglia e non ne ho avuto il tempo. Devo darmi una mossa perchè tra due giorni mandano in stampa il volantino e vogliono sapere come la intitolerò. Temporeggio, dico di mettere “foto di Francesco Boni” e a proposito, c’è un rimborso spese? Se sono 50€ ok, ma non di più.
Mercoledì lavoro vicino a Bologna, sono cotto ma vado lo stesso all’Ikea a prendere le cornici. Arrivato a casa seleziono il doppio delle foto rispetto a quelle che servono, che non si sa mai. Sono esausto, decido di rimandare tutto a domani e spengo il computer. Mi chiamano per sapere quando posso andare ad allestire, loro avrebbero tempo lunedì. Guardo l’agenda e venerdì ho una scadenza, non ho tempo di guardarci. Vaffanculo riaccendo il computer e finisco di sistemare quelle che ho scelto. Telefono in tipografia e riescono a stampare in tempo, figata! Però devo passare sabato mattina, il che significa un’alzataccia visto che venerdì notte farò le 3. Amen. Vado a prendere le foto e me le hanno stampate più piccole perchè nella fretta ho scazzato le misure, tranquillizzo i tipografi che in qualche modo farò. Trovo la soluzione e passo il pomeriggio a tagliare le foto a misura bestemmiando perchè devo correre quando manca una settimana alla mostra, ho una serata importante e finisco appena in tempo, salgo sul palco del Teatro di Maranello che mi si chiudono gli occhi e un po’ d’ansia mi accelera il cuore.
Passo la domenica in casa che tanto piove, son cotto e poi ho anche voglia di stare con la morosa, almeno di domenica.
Lunedì mattina devo essere lì alle 9, mi sveglio prima per andare a comprare la lenza da pesca e i ganci per tener su le foto. Il tecnico che mi deve dare una mano mi dice che c’è un cambio di programma: dobbiamo andare in magazzino a prendere le reti per tener su le foto. Sono piuttosto brutte e l’idea di usarle non mi piace neanche un po’. Ne prendiamo solo quattro perchè le altre servono a un’altra associazione, chiamo la responsabile e mi dice che deve chiedere, devo aspettare cinque minuti. Intanto che aspetto pensiamo che si potrebbero piantare dei chiodi bruniti nei travi, sarebbero invisibili e per niente invadenti. Richiamo la responsabile, lei mi dà l’ok e il tecnico mi dà la scala. Vado a casa a prendere martello e chiodi, salgo sulla scala e la sento aprirsi. Chiamo il tecnico che mi porta una corda di nylon con cui metterla in sicurezza. Le travi non sono dappertutto e riesco ad appendere solo nove foto su venti, decido di appoggiarne tre a un mobile anche se sembrano proprio buttate lì ma non mi va di lasciare un intero muro bianco.
Mi impongo di andar via all’una perchè devo anche lavorare.
Mentre pranzo mi scrivono che hanno cambiato idea e che mi lasciano attaccare qualche chiodo. Devo tornare giovedì.

I dipendenti statali non si smentiscono mai. Ovviamente non tutti, quelli assunti da poco hanno ancora quello che io chiamo il vadèr, ovvero capiscono la differenza tra i problemi e le puttanate, sanno essere pratici e trovare soluzioni.
Quelli che invece sono assunti da un po’ si abituano alla burocrazia, alla struttura, e vigliàc se prendono una decisione o se trovano una soluzione. Devono sempre chiedere, non hanno senso pratico nè gusto, hanno un orizzonte molto vicino al proprio naso e non si chiedono nemmeno se c’è qualcosa oltre quella linea. Faccio sempre una gran fatica a relazionarmi, ogni volta mi incazzo più facilmente e mi preoccupo che sto invecchiando male, ma poi parlandone con altri ci convinciamo che non sono io, sono loro 😀

Mi sono rotto il cazzo anche delle associazioni: poche idee e tanto interesse per visibilità e soldi, che mi chiedo cosa cazzo servono se da statuto si è senza fini di lucro.. un pic nic, che è la cosa più anarchica del mondo, diventa una sagra con menu a prezzi fissi. Così bisogna preoccuparsi di raccattar su gente per la cucina, calcolare i prezzi e sperare di rientrare nei costi. Per organizzare un pic nic di paese.
Basterebbe scrivere che l’associazione non si assume la responsabilità e lasciare che le persone si organizzino da sole, piò bel d’acsè!
Per fortuna che quel weekend sono a Praga a vedere i Rammstein.
E’ anche il motivo per il quale faccio questa mostra a mio nome e non sfrutto quello dell’associazione di cui faccio parte, sono proprio stanco di riunioni serali e di far passare per volontariato qualcosa che non lo è. O non lo sento tale.

Morale della favola: io devo fare le mie cose come voglio io, da solo, con i miei tempi e nei miei spazi.
Che sembra facile, suona come una roba da ragazzini egocentrici e viziati.
In realtà si fa tanta fatica in più, ci si sbatte di più, si spende di più, ci si perde più tempo, però il gioco vale la candela.
A patto di saper chiaramente quello che si vuole e dove si vuole andare.

Il dì di festa

Oggi festeggio.
Festeggio i lavori che non pensavo mi potessero piacere, invece sembrano fatti su misura.
Festeggio i preventivi che mi vengono richiesti senza che vada a bussare a nessuna porta, quelli che vengono accettati e anche quelli che mi regalano un giorno di festa.
Festeggio un matrimonio strano ma bello, e forse sarà la prima volta in cui i miei vedranno un mio lavoro.
Festeggio le persone che credono in me e nella mia professionalità, che non guardano se giro in camicia o in felpa.
Festeggio perchè non ho la testa di un dipendente statale.
Festeggio alla faccia di quelli che si fanno sentire solo quando hanno bisogno.

Festeggio le cose che crescono, le biete e i pomodori spontanei che non devo neanche andare a fare la spesa.
Festeggio i piccoli baobab che spuntano da questa terra e da altri viaggi.
Festeggio il vino sfuso che ho in cantina e che è il mio social network preferito.
Festeggio i sabati sera liberi che d’ora in poi avrò.
Festeggio la Jaguar appesa al muro e il Mojomojo sul tavolo pronto a urlare.
Festeggio la Cami che compie gli anni.
Festeggio una morosa che mi fa capire cosa mi son perso finora.
Festeggio perchè posso fare le cose senza dover pensare ai soldi.
Festeggio la sobrietà in cui mi piace vivere, il basso profilo, qualche follia ogni tanto.

Festeggio i momenti in terrazza, che è l’unica mia ambizione.
Festeggio la pioggia di sera a luci spente.

Adesso

Sono già stanco, di una stanchezza che non si lava via con qualche ora di sono in più. Mi sveglio di notte in un sudore acido, le mani e le gambe che formicolano dopo settecento chilometri di strada. Penso che domani dovrò imbottigliare, andare dal falegname, ritirare la Jaguar con l’elettronica sistemata, telefonare al sostituto per il concerto di sabato, rispondere alle mail della scuola, organizzare una mostra per il comune, sentire Fusorari, prepararmi alla trasferta che sabato ci si sposa a Bari.
Ho bisogno di un giorno di divano e Nintendo Mini, di un libro sull’erba, di pranzare senza pensare a quello che devo fare, di quei momenti in terrazza col sole in faccia, di una passeggiata o un giro in bici senza pensare all’orologio.

Adesso spengo il telefono.
Che si fottano.

Ratatouille

Sono giorni senza respiro, di foto soprattutto, a storie di amore e di dolore, ad amici, a gruppi musicali, a bambini delle elementari che stancano e danno energia. Di cene di pesce e di sbronze fotoniche che ci metto due giorni a recuperare, di spezie cingalesi, di torte e pane fatti in casa, di latticini che mangio senza pastiglie e sto bene. Di mostre, di persone che suonano il campanello dopo vent’anni e non sono cambiate di una virgola, di scrittori newzelandesi che si complimentano per il mio inglese e che mi invitano a trovarli, di amici che aprono birrerie, di quei concerti in cui ritrovi i tuoi ultimi vent’anni e che ti fanno urlare più forte, di radio, di musica, di vino, di vita.

La serata più trasgressiva è stata un giovedì sera nel lettone con un film visto dal portatile, coprifuoco alle 22:30.
Ho deciso che dalle 18 in poi voglio spegnere tutto e godermela, fare un giro in bici, sdraiarmi sul pratino, stare al balcone a guardare chi passa, suonare la chitarra. La Jaguar è in riparazione, appena torna chiamo Claudio che mi insegna il blues.

Tra tre ore inauguro la mostra e poi mi sputtano per tre giorni.
Salute.

100€ al mese e il pane fatto in casa

Si può mangiare per un mese con 100€? La risposta è sì.
Ci ho infilato pure un pranzo di pesce al mare e una magnazza a gnocco e tigelle facendo lo splendido e pagando per entrambi. Modenesi, l’Insolito Bar è la risposta a tutto.

Non ho fatto particolarmente fatica, i fattori prevalenti sono tre:
– la campagna è ripartita e posso contare su biete e tarassachi praticamente illimitati, mi basta scendere le scale e raccoglierli.
– avevo polenta e legumi secchi in dispensa, erano da finire e ne vado matto.
– ho imparato a fare il pane e le tigelle, e un sacco di amici mi hanno invitato a pranzo o a cena, o son venuti da me con delle sporte piene di roba. Mi sento un po’ scroccone però erano loro a chiedere di organizzare, e chi sono io per dire di no? 😉
Peso sempre 80kg, quindi non ho proprio patito la fame…

Fare il pane in casa è molto semplice, servono 500g di farina, una bustina di lievito disidratato (se non ci si vuole sbattere col lievito madre), un cucchiaino di sale grosso (si scioglie più lentamente e dà meno fastidio alla lievitazione), tre cucchiai di olio di oliva o uno di strutto, tre cucchiai di yogurt perchè ho scoperto che aiuta la lievitazione e migliora il sapore e il profumo.
Le nostre nonne usavano il tagliere, io mi trovo meglio con una ciotola di plastica.

Cominciamo! Prima di tutto sciolgo il lievito in un bicchiere di acqua tiepida con un cucchiaino di zucchero di canna.
Metto il sale grosso in fondo alla ciotola e poi verso sopra il mezzo chilo di farina. La mia preferita è quella integrale del mulino di Gombola ma faccio dei gran mischioni con altre farine di tipo 1 o 0 che trovo in giro, soprattutto all’Esselunga. L’importante è che non sia solo integrale perchè lievita peggio.
Quando il lievito ha fatto un bello schiumone lo aggiungo alla farina con lo yogurt, l’olio o lo strutto ed eventualmente dei semini. Impasto tutto aggiungendo l’acqua un cucchiaio alla volta, lavoro l’impasto almeno 10 minuti e alla fine lo sbatto diverse volte sul fondo della terrina per rompere il glutine. Ne faccio una palla che copro con un burazzo umido e lascio riposare per 15 minuti in un posto caldo (>20°C).
Rismanazzo l’impasto per altri 10 minuti ripiegandolo più volte su se stesso in modo da ridistribuire le proteine, poi faccio due baguette di diametro di 7-8cm, le sdraio su una teglia rivestita di carta forno, copro il tutto con il burazzo umido e lascio lievitare un paio d’ore. Cresce almeno del doppio, quindi lasciate abbastanza spazio tra le due baguette.
Passato il tempo inforno, e qui dipende molto da che forno uno ha: io ne ho uno tipo DeLonghi e quindi va in temperatura in un attimo, lo lascio 10 minuti a 200°C in modo che faccia la crosta, e poi 20 minuti a 150°C.
A fine cottura tolgo i filoncini dalla carta forno e li lascio raffreddare su una grata in modo che si asciughino anche sotto. Bisognerebbe lasciarli lì fin che non sono freddi ma un assaggino lo faccio sempre.
Sembra complicato finchè non ci si prova, basta solo organizzarsi con i tempi e stare attenti a non superare la lievitazione o l’impastosi affloscerà e il pane diventerà un bel mattoncino. Il miglior incentivo è avere una morosa che deposita la cesta delle buone feste aziendali nel vostro frigo 😀

La differenza tra professionista e professionale

Una volta ho lavorato per un fotografo matrimonialista.
Mi aveva contattato dopo aver visto alcune mie foto ma voleva vedere come lavoravo, quindi il primo matrimonio insieme non mi avrebbe pagato.
E’ stato un matrimonio abbastanza insipido, non c’è niente di male, solo che un fotografo lavora sulla realtà e se non succede nulla di interessante si fa fatica a tirare fuori qualche foto memorabile. Volevo fare bella figura e mi sono sbattuto tanto nel cercare l’inquadratura giusta, le espressioni, la luce, tanto che qualche giorno dopo mi ha chiamato per dirmi che era molto soddisfatto e che avevo fatto foto molto più belle delle sue.
-“Quindi mi paghi?”
-“No, avevamo detto che venivi gratis…”
Mi sono girati i coglioni ma va beh, gli accordi erano quelli e amen.

Dopo quello mi ha assegnato altre quattro date, sempre in affiancamento a lui, per un prezzo ridicolo, ovviamente in nero. Ho stretto i denti e me lo sono fatto andar bene, avevo poca esperienza e dovevo pur cominciare a farmi un portfolio.
A quel tempo scattavo con 5Dmark2 16-35L e un 70-200L f2.8 IS per i dettagli: non gli andava bene, voleva un 24-70L e me lo sono fatto prestare.
Lui aveva due camere, una 5Dmark2 macinata che ogni tanto si impallava, una 7D che faceva strani rumori, un 24-70L che quando zoomava a 24mm faceva un clunk sospetto: una qualche lente interna si spostava e la parte sotto era tutta sfocata nonostante il resto fosse a fuoco. Le uniche lenti che si salvavano erano un 17-40L f4 buio come la notte e un 50 f1.8 seconda versione, una lente dal buon rapporto prezzo prestazioni, ma non ci avrei fatto troppo affidamento.
Il primo matrimonio era in centro, qualche giorno prima mi è venuta l’idea di chiedere il permesso per la ZTL, “ottimo, io non ci avevo neanche pensato!”. Anche questo matrimonio era abbastanza insipido, in un agriturismo che offriva pochi spunti ma la luce era fantastica. Durante gli scatti in posa mi ha chiesto in prestito gli obbiettivi perchè non si fidava della sua attrezzatura, gli ho chiesto perchè non la faceva sistemare e mi ha risposto “perchè mai? tanto lavoro sempre con un altro fotografo…”
In pratica ero un mix tra un fotografo, un’assicurazione e un noleggio, ma con un rapporto prezzo/prestazioni incredibilmente vantaggioso. Rapportato alle ore nemmeno in pizzeria mi avrebbero dato così poco, e per lavorare in pizzeria non avevo bisogno di 5000€ di attrezzatura. Ero incazzatissimo, avrei voluto rispondergli ma eravamo con gli sposi e non ho detto niente. Non vedevo l’ora che la giornata finisse, invece è durata quattordici ore. Tra l’altro mi dava già fastidio lui come persona, a pelle; alla luce di queste cose era diventato insopportabile. Tornando a casa ero molto silenzioso, lui ha dato la colpa alla stanchezza e mi fa “senti, se ti pagassi con fattura? Ovviamente la cifra che avevamo concordato sarebbe lorda… anzi, sì dai, facciamo così che mi sento più tranquillo”
Fumavo. Gli ho detto che ci avrei pensato. Ho preso tempo per evitare di esplodere.

Ci ho pensato su tre giorni ma la rabbia non mi è passata.
Sono andato in studio a riprendermi le schedine e gli ho detto che per una cifra così ridicola preferivo andare al mare. Mi ha detto che gli accordi andavano bene a entrambi e che non era professionale rimangiarseli, gli ho risposto che per me non era professionale nemmeno lavorare con l’attrezzatura marcia e appoggiarsi a quella del secondo fotografo, e che se voleva che gli facessi le altre date doveva darmi la cifra che chiedevo. I toni si sono scaldati, mi ha detto che se prima mi apprezzava adesso non mi apprezzava più, che non ci si comporta così, che con lui avevo chiuso e che non mi avrebbe nemmeno pagato il matrimonio appena fatto.
Sono uscito sbattendo la porta, con un senso di leggerezza nello stomaco e la sensazione che si ha appena usciti dalla doccia dopo una sudata memorabile. Non ci ho più avuto a che fare. Ultimamente mi è tornato in mente e sono andato a vedere cosa combina: è diventato un pezzo grosso dei matrimoni, lavora tanto e fa le stesse foto di allora, foto che a me non piacciono come non mi piacevano allora, solo che al contrario di me è molto bravo a vendersi.
Devo ammettere che in questo lo apprezzo, perchè è una dote che mi manca e su cui devo lavorare. Volevo affiancarlo proprio per imparare questo aspetto, ma c’è un limite anche allo sfruttamento.
Chissà se ha cambiato attrezzatura… ma tanto non sono cazzi miei.

Marzo ha giornate lunghe

Poco tempo fa ero in crisi pesa. In questo periodo lo sono sempre, è il periodo in cui ho meno soldi perchè non è che si lavori granchè, ma non è questo che mi preoccupa: è il momento di procacciarsi i matrimoni, solo che evidentemente non sono bravo a vendermi o dovrei calare i prezzi, poi ultimamente ho scoperto che “prezzi” e “braghe” per qualcuno sono sinonimi.

-Quanto vuoi per un matrimonio?
-1000€
-Eeeeh, così tanto?
-Sì perchè ho un’attrezzatura pro, due reflex così in caso di rottura ho l’altra, doppio slot così se si strina una schedina ho le foto salvate anche sull’altra, lenti luminose così se c’è poca luce…
-Va beh ma quell’altro vuole 200€ in meno, grazie, ciao.
Preferirei un “guarda, lo stile di quell’altro mi piace di più e preferisco che sia lui a raccontare uno dei giorni più importanti della mia vita”, e invece ci sono quei 200€ che fanno proprio la differenza.
Mi viene voglia di vendere tutto, comprare una entry level con obbiettivo kit e lavorare così, leggero di spalle e di testa, senza garanzie e senza cespiti. Poi se si rompe la macchina, se c’è poca luce, se le foto vengono sgranate cazzi loro.
Solo che lavorare così è una merda, quindi tanto vale fare altro e farlo bene. Un bel lavoro manuale, di quelli in cui non c’è da pensare, che se è un periodo di merda non devo per forza essere creativo, che garantiscono ferie e malattia pagate, di quelli che all’attrezzatura e all’aspetto commerciale e promozionale ci pensa qualcun altro, di quelli in cui la prestazione offerta ha quantità misurabili.

Poi come per magia arriva un messaggio, poi una chiamata, poi un altro messaggio e devo far slittare tutto avanti di due settimane perchè non so da che parte prendere. Tra l’altro roba tosta, il backstage a un documentario su un certo tipo di malati terminali, sul mondo che ci gravita attorno. Arrivo a sera svuotato, penso agli operatori e alla forza che hanno per affrontare quella quotidianità col sorriso. Voglio chiedere di sviluppare un progetto mio, per un po’ l’ho vissuto anch’io quel mondo anche se attraverso il filtro dei miei genitori. Adesso mi sento pronto.
Si parte sempre da se stessi, dal proprio vissuto.
Vissuto che non si ferma, la vita continua e ho un’ora per cambiare vestito e presentarmi a cena da Luca. Scopro che ci sono due gradi di separazione tra me e Helmut Newton, che uno shooting può trasformarsi in una sbronza colossale collettiva e dichiarata alla Rana, che il calore di una famiglia scalda più del camino, che sono ancora in grado di tenere in braccio un cinno di pochi mesi senza ammazzarlo, che la Stefi è diventata una bravissima mamma lavoratrice, che la Nanda sa bussare alla porta ma non sa quello che vuole e che riesco a reggere molto più alcol di quanto pensassi. Forse l’alcol è il motivo per cui io e Luca ci vediamo così poco nonostante siamo così amici, è istinto di conservazione.
Ho il suo album tra le mani, copia 11/99.
Un disco scritto, registrato e suonato da Luca durante i quattro giorni della tempesta di neve del 2010.

Disco Emilia

Son stato a Riaperture a Ferrara. Ho scoperto questa rassegna per caso dal blog di un fotografo che segue un’altra fotografa. Con i blog ho lo stesso rapporto che ho con le serie tv, non ce la faccio a essere costante, non li cago per settimane o mesi e poi leggo tutti gli articoli tutti d’un fiato. Faccio così per pigrizia, ma anche perchè mi piace il gioco di unire i puntini e vedere che evoluzione c’è stata nel tempo. Che cosa stanno inseguendo questi fotografi vip.
Ci sono andato di domenica, mi costa assai perchè non ho più l’età per fare doppia serata venerdì e sabato, ma ogni tanto la volontà vince. Sono stato ricompensato con una mostra su tutte, Disco Emilia, che avevo già visto allo Spazio Gerra. Sono foto fatte negli anni 70 e 80, ai tempi delle cattedrali del divertimento che qui in Emilia crescevano come funghi. Il nome che spicca su tutti è quello di Basilico a cui avevano commissionato il reportage, ieri invece c’era Hyena e l’ho agganciato per un parere di prima penna. In quest’epoca di notizie, i testimoni sono oro.

Lui c’era, e descriveva un mondo di persone che finalmente si liberavano, non c’erano i giudizi del mondo esterno, c’era la voglia di incontrarsi.
Adesso invece le ragazze si fanno selfie col telefonino e poi se le condividono tra loro. Chiedo se posso scattare anche io una foto ma dicono di no. Stessa risposta ai ragazzi che vorrebbero fare una foto assieme a loro. E’ una rete sempre più stretta, paradossalmente viviamo ovunque in qualsiasi momento e siamo altrove chi vorremmo essere, ma il qui ed ora è quasi un momento di serie B rispetto alla rete. Si è solo quando si è stati, il presente è solo in funzione del passato.
Mi lascia perplesso questa vita virtuale a discapito di quella… stavo per scrivere “reale”, ma è reale anche la vita virtuale.

E’ un’indagine in un ambito poco battuto, le discoteche non interessano al mondo culturale e i tg ne parlano solo quando succede qualche tragedia. Nemmeno io sono mai stato attratto da questo mondo, l’ho sempre pensato frivolo e superficiale, poco impegnativo e impegnato. Qualcuno mi ha anche detto che sono sprecato a battere quella pista, che preferisce i miei reportage in cui c’è più ciccia. In certi momenti l’ho pensato anch’io, ma sempre più spesso mi rendo conto che è come avere uno sgabellino privilegiato (con free drink) davanti alla migrazione di una bella fetta di mondo. Mi costa lasciare la presa per essere un po’ più riposato alla domenica mattina, e nel frattempo mi son fatto degli amici lì dentro, che ogni tanto mi chiedono un selfie ma ogni tanto ci troviamo anche in centro, o su una collina del parco Amendola.

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