"…è un modo di vivere." HCB

Da un diario turco

Doveva essere l’ultima notte qui, prima di svegliarmi in un mondo di zucchero a -15°C e aspettare che il tempo e la pazienza mi trasportassero a casa. Invece hanno chiesto due giorni in più, non a me perchè avrei risposto diversamente. E’ scattato qualcosa, non so. Vedrò. Che qui non si sta male, ma non si sta come a casa ed è da dicembre che manco. Cazzo. La Turchia non è come me l’aspettavo, innanzitutto le persone: credevo fossero simili agli arabi e invece non hanno dei lineamenti che si somigliano tra loro. Sembrano arabi, ma anche russi, italiani, tedeschi, europei e asiatici e infatti il Bosforo è questo, è un ponte tra Europa e Asia e sono contento di averlo attraversato via terra, come un viaggiatore e non come un fagocitatore di distanze in aeroplano. La Turchia è un timbro senza identità sul passaporto, è una lingua musicale e una musica dalle vocali modulate, è un tè offerto ogni ora, anche se sei in fabbrica e per mescolarlo usi un pezzo di reggia, o una biro usata da tutti. E’ un insieme di persone belle, sorridenti, è un cesso intasato in cui piscio di fianco al dirigente, è cibo speziato e “bira” e vagoni di yogurt, è un bacio in bocca tra uomini che ridono e si danno del ‘pinocchio’ con la P, è la bellezza portata in viso a occhi bassi, è attenzione da parte delle persone, è calore con la porta del capannone ghiacchiata all’interno, sono occhi che ti guardano e ti vedono e ti chiedono di te e non del tuo lavoro, è una piscina piena in cui ogni mattina viene spezzato il lastrone sulla superficie, è persone che camminano all’alba in un paesaggio lunare, è decadenza dignitosa e un accontentarsi ed essere felici di ciò che si ha, che si fa, che si è, è un “oggi mi sembra che ci sia meno freddo – infatti siamo solo a meno undici”, è far capire a gesti che ti serve una livella, è la scoperta che l’inglese non serve a niente se non a dare un suono diverso all’incomunicabilità ma è anche la scoperta che i confini tra le persone sono davvero labili se se ne ha la volontà. Sono contento di essere qua, solo mi girano le balle pensando che potrei stare tra le persone invece che attorno a una macchina di vent’anni fa piena di escrementi di topo che qualcuno ha pensato bene di resuscitare. Ma quest’anno è andato così e per me deve ancora finire, spero presto, spero nel modo più netto possibile.

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5 Risposte

  1. Quando dovevo scegliere la mia meta Erasmus (che alla fine, come sai, fu la Spagna), la mia relatrice di tesi mi propose pure la Turchia. Io dissi subito di no, non mi ci vedevo lì per sei mesi; tiravo in ballo la scusa della lingua, ma in realtà non mi ispirava proprio come destinazione. Col senno di poi, forse ora mi prenderei un po’ più di tempo prima di dare una risposta negativa.
    PS: se ti va di rispolverare vecchi post, sappi che ti ho nominato in un giochino nel mio blog.
    Ciao Checcuz, stammi bene 🙂

    23 gennaio 2012 alle 19:01

    • Secondo me per un universitario la Spagna è sicuramente una meta più allettante, Istanbul la vedo più adatta per gente con più pelo sullo stomaco. Ogni età ha le sue destinazioni, pensa, forse l’avresti subita e non l’avresti apprezzata come avresti fatto oggi 🙂
      Adesso passo a vedere in che modo mi hai diffamato 😀

      24 gennaio 2012 alle 18:47

  2. OmarM

    Si resuscitano cadaveri che neanche Lazzaro, vè! 😉
    Anyway, guarda e incorpora che il sapiente sa quello che dice e l’ignorante dice quello che sà, acciocchè alla fine della fiera salendo sull’areoplanino che ti riporterà a casa, tra tigelle e pistoni di Lambro, tu possa ritrovarti più sapiente di quando eri partito.
    But remember che dover fare di necessità virtù è un arte e non un obbligo (professionalmente parlando).
    See you soon

    27 gennaio 2012 alle 10:43

    • Omar, ti dico solo che era la prima macchina di quel tipo che vedevo -oltretutto con un software impossibile da leggere, pieno di subroutine e con grossi problemi di ciclica: a volte perde i fronti di salita delle fotocellule, tanto per dire a che livello siamo- ma per quello che potevo fare direi che me la sono cavata. Poi ci sono i dettagli, come due schede di ingressi saltate a causa degli escrementi di topo colati dentro, uscite del plc bruciate senza motivo, teleruttori che fanno corto tra la ventiquattro e la treottanta… e il mio responsabile che era lì con me non era disposto a sostituire niente per non spendere. Quando si lavora in queste condizioni fare di necessità virtù è una questione di sopravvivenza, ma che sia bello lavorare così… il mio problema non era la macchina in sè, ma il personaggio che era con me e lì non c’è software che funzioni 😀

      27 gennaio 2012 alle 11:04

      • OmarM

        :DDDDDD
        Bellà lì, l’importante è sei ritornato a casa. Che tanto gli esami son mica mai finiti..
        See you soon

        7 febbraio 2012 alle 14:41

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