"…è un modo di vivere." HCB

Stracci – fase 1

Pubblico i punti salienti del mio viaggio in India così come li ho scritti nel mio diario, Raw, grezzi. Se dovessi scrivere la storia del viaggio a post vi annoierei a morte e non penso nemmeno che arriverei in fondo, sono troppo pigro.
Non ho la pretesa che lo leggiate, la pubblico per me perchè voglio avere una copia on-line con i punti principali del viaggio.

Divido il sunto del mio diario in tre fasi: la prima è stata scritta in Rajastan, a Delhi abbiamo deciso di prendere un autista in modo da girare più liberamente possibile e con meno tempi morti, in realtà è stata una scelta difficile da gestire per via dell’autista che non sempre ci portava dove volevamo. Poi Varanasi. Poi McLeod Ganj.

Istanbul Ci siamo. L’aereo è fatto di attese che non passano mai, voci e odori che ci sono solo qui e un po’ stomacano. C’è voluto un giro in Palazza e due passi in una Casinalbo deserta per mandar giù la rabbia; è come per il mio gruppo sanguigno, 0 Positivo, posso donare a tutti ma non posso ricevere che da alcuni. Istanbul solo percepita genera un senso di possibilità mancata, uno spreco: è dall’altra parte del vetro ma non sono qui per lei. Istanbul è la porta, Europa e Asia sospese su un ponte sul Bosforo e noi torniamo all’aria. Stavolta non ho la compagnia di un finestrino ma è già sera e ho bisogno di tenere gli occhi chiusi fino a che non sarà India.

Delhi E’ dura quando dovrebbe essere l’una di notte e invece è l’alba. […] Sono le 10 e non ne posso più dalla stanchezza, ma è tutto troppo bello per rimanere a letto. Ne abbiamo viste di ogni, la gente guida da pazzi. In tutti i templi si entra scalzi e non voglio sapere dove ho messo i piedi, qui la gente scatarra con passione e butta in terra di tutto. Il pavimento è la “pattumiera grande”. La vita brulica nel piccolo e nel grande. Forse è per questo che la religione hindu è politeista, un dio solo sarebbe troppo poco.

Mandawa I bambini non perdono occasione di chiedere rupie o euro, “be careful” ai tori che con le loro gobbe sembrano pescecani. Cani e mucche ovunque in questa città a misura d’uomo e di quadrupede. La notte è iniziata malissimo, uno dei camerieri si è ubriacato e continuava a bussare alla porta delle ragazze, gli ho detto un paio di volte di andare a dormire ma quello continuava. Per fortuna si è svegliato un tizio grossissimo e incazzatissimo e gli ha urlato qualcosa che l’ha convinto ad andarsene ma altrimenti chi cazzo chiamo? La polizia? Non ho nessuna voglia di trovarmi tra le ragazze e gli ormoni di un indiano represso. L’induista cerca un karma che dipende da chi ha intorno, e dopo la morte non andrà in un paradiso ma verrà rimesso in gioco, vivo tra i vivi. Se uno nasce senza salute non si accaniscono perchè magari si reincarnerà in un corpo migliore. Gli ospedali non devono avere molta fortuna qui, però possono insegnarci tanto sul rapporto con l’aldilà, su quanto crediamo che ci sia un “dopo” e quanto in realtà ci aggrappiamo a questa vita. “I believe in everything” è il mio nuovo mantra. L’ha detto un autista di tuk-tuk che aveva esposto santini di Sai Baba, Ganesh, Gesù e Buddha. Effettivamente in una religione politeista un dio in più o in meno non dovrebbe fare molta differenza. Per certi viaggi c’è sempre un momento in cui accadono ed è quando si ha qualcosa nella propria esperienza da contrapporre a ciò che si trova durante il viaggio. Una coppia di ingranaggi che devono combaciare in qualche modo, se no è solo fuga, se no è solo passare il tempo. Se mi immaginassi l’uomo come un meccanismo, credo che questo tipo di viaggio smuova gli ingranaggi più grossi e lenti, che sono poi quelli che hanno più inerzia. L’occidente è fatto di elettronica, impulsi che pizzicano la pelle e non lasciano altra traccia. Qui invece si smuove qualcosa e con fatica, ma tutt’ora che si è preso il via poi tutto funziona con il minimo sforzo. E’ essenzialità, parsimonia di gesti, mani che si appoggiano. Non è la malta a tenere legati i blocchi di arenaria, ma i chiodi. Parlavo con la Laura dei rapporti che si hanno con le cose in relazione alle proprie capacità: se io so fotografare ho un rapporto più profondo con la luce, un pittore lo avrà con i colori. Cambia la consapevolezza che abbiamo delle cose, si arricchiscono di senso in base al rapporto che abbiamo con loro attraverso le proprie capacità, per questo bisognerebbe saper suonare, fotografare, dipingere, cantare, scrivere, camminare, in modo che anche il tragitto da casa al supermercato possa nascondere epifanie. Le capacità delle mani spalancano occhi.

Due ciminiere e un campo di neve fradicia, Qui è dove sono nato e qui morirò.
Se un sogno si attacca come una colla all’anima, tutto diventa vero tu invece no.
Tu puoi quasi averlo sai, e non ricordi cos è che vuoi
Fare parte di un amore anche se è finto male, fare parte della storia anche quella più crudele
liberarti dalla fede e cadere finalmente, tanto è furbo più di noi questo nulla, questo niente.

Ho in testa Padania degli Afterhours, parla della realizzazione ad ogni costo di un sogno ma poi alla fine non ricordi cos’è che vuoi. Sarà che inizia con un riff che ricorda i clacson dei tuk-tuk, sarà che l’India è un luogo in cui sembra non esistere un “prima”: è tutto qui e ora. Se la vita fosse una scala il passo tra Europa e India è l’atto di cambiare gradino. Nè salire nè scendere, solo cambiare. E’ una realtà che nasconde tanti strati sotto la sua pelle, mettere radici qui dev’essere diverso da qualsiasi altro posto nel mondo.

Bikaner E’ divertente vedere che ogni cosa anche piccola come chiedere un’indicazione diventi in fretta un affare che coinvolge dalle tre alle dieci persone. Non ho ancora sentito le puzze che fanno rivoltare lo stomaco di cui mi parlavano, ogni tanto la pipì o la cacca con cui modellano delle specie di offerte votive, o delle formelle per accendere il fuoco. O lo scarico dei motori che mi fa tornare a casa con narici e orecchie nere. Forse ci sto andando giù troppo pesante col piccante ma è veramente buono, poi alla fine prendo un tè caldo allo zenzero e passa la paura. Le cose vogliono fatte quand’è il momento, poi come viene viene. In questi giorni sono stato ribattezzato Zeno, mi piace, ha dentro la parola “zen” e posso firmarmi con una Z come Zorro. Ora ci aspetta il viaggio per Jaisalmeer con il finestrino che non si chiude e l’aria del deserto come mani tra i miei capelli. Le uniche cose alte sono i cespugli e i pali del telefono. Ogni tanto qualche casa, qualche persona senza storia come sospesa: come vive, cosa fa, cosa sogna se mai i sogni possono arrivare fin qui o se le notti nel deserto sono fatte solo per contare le stelle. E’ l’una e non c’è un posto dove mangiare, siamo creature del deserto a sangue caldo e pancia vuota. ..un bacio da ubriachi e tanti sogni attaccati ad altrettanti palloncini. Ma ho imparato a dare il giusto peso, farò con chi è davvero presente come ho sempre fatto. Occhi puntati sul sole che pian piano scioglie i colori. L’India è il paese dei colori perchè è la terra della luce, ce n’è una scheggia in ogni cosa. Una scheggia che di notte è brace, e al mattino ravviva. L’amore è un condimento, come il sugo sulla pasta o la Nutella sul pane; se diventa l’alimento principale stanca. Queste frasi dovrei proporle alle Paoline, nel frattempo sono diventato vegetariano senza deciderlo.

Jaisalmeer Avrei voluto vedere mia madre in un posto così, con mutande abbandonate appese alla porta del cesso, e un cesso e un lavandino veramente da colera. Non mi fido a lavarmi i denti. Faccio davvero fatica a girarla con altre tre persone e un autista, sono davvero troppo abituato a girare per conto mio. “You are my brother” e mi ha fatto ridere, un po’ per il whisky, un po’ per l’erba, un po’ per l’assurdità di voler elemosinare un’amicizia a tutti i costi davanti a una lavatrice. La gente qui ha il deserto intorno ma mille mondi interiori. In men che non si dica è scoppiata una guerra tra musulmani e metodisti. All’improvviso mi è sceso tutto, non avevo più voglia di camel safari e non me ne fregava niente se avevo già pagato, io non ci salgo con uno che gira con una mazza ferrata in macchina. […] mentre guidava nel deserto ero a terra, mi sembrava che tutti volessero mettercelo nel culo. Il dromedario è un buon mezzo di trasporto, sembra di galleggiare. Otto cretini che sono disposti a pagare pur di dormire senza un tetto sulla testa, al freddo e in mezzo al nulla. Non vedevo l’ora che tutti spegnessero le torce per restare da solo con il cielo stellato. Era uno di quei momenti in cui per vedere il deserto basta guardare in alto, e avevo un grazie grande da dire e nessuno che mi stesse a sentire, spero solo sia stato accolto da qualche divinità locale o meno.

Jodhpur Città blu, biro blu. Non fa una piega. Questa solitudine dovuta alla mancanza del cellulare sta per finire, ho fatto la sim indiana. Peccato, era una solitudine che mi teneva molta compagnia. C’erano un sacco di bimbi che uscivano dalle scuole e facevano a gara per farsi fotografare, chiedevano rupie e le cercavano infilando le mani nelle borse. Hanno tutti delle belle facce ma sono simpatici solo se presi a piccole dosi. Ho trovato un ferro di cavallo, dalla parte che sfregava l’asfalto è uno specchio, sull’altra faccia invece c’è l’India. …ma non porterò a casa l’India: porterò a casa la mia india, come suggerisce la Forghi. Sono entrato in una tipografia completamente manuale, i ragazzi stavano componendo i tasselli della pagina. Erano molto orgogliosi del loro lavoro e facevano bene ad esserlo, mi hanno dato il loro indirizzo così posso spedire una foto che gli ho fatto e che è piaciuta molto. Aggiungerò la mail a mò di firma, metti che passi Steve McCurry e gli piaccia.. 😉
Vernice mescolata con madreperla macinata. E’ divertente essere l’attrazione, ma è ancora più divertente osservare intere famiglie aggirarsi imbarazzate perchè non trovano il coraggio di chiederci una foto con noi. Che stupendo popolo gli indiani, curiosi, ospitali, sempre sorridenti. Molesti a volte. “Hello!” “Where are you from?” Sta cambiando il mio concetto di sporco. I primi giorni stavo molto attento all’igiene, adesso mi basta lavarmi le mani senza sapone in uno dei loro lavandini e sono pronto per il pranzo. L’alternativa è disinfettare tutto dalle posate ai bicchieri al collo delle bottiglie ma ovviamente è impossibile. E poi sembra che questa terra non possa fare del male, ogni forma di vita è in simbiosi con le altre. Mi sto facendo un po’ di viaggi sui sogni, quelli belli da realizzare e quelli che è meglio che rimangano nel cassetto, quelli che tengono su e quelli che prima o poi fanno cadere di faccia. Sono un veicolo potente che bisogna saper gestire. C’è chi ci muore per sogni, e chi ci si rovina. “Ed è una morte un po’ peggiore”

Pushkar Abbiamo guardato una soap opera fatta di sguardi, pubblicità, sguardi con gli occhi sempre più sgranati, altra pubblicità, poi uno avanza di tre passi e si ferma.. sembrava una partita a un-due-tre-stella più che una storia sentimentale. “Muslim city, bad city”, questi metodisti cattolici sono le persone più razziste che abbia trovato in questo paese di convivenza intraculturale, per fortuna sono una minoranza. Poi il sedicente bramino mi ha chiesto quanti siamo in famiglia e che “offerta” avrei desiderato fare:
“Dieci rupie”
“Dieci rupie?! Per i tuoi cari daresti solo questo?”
“No, darei di più, ma li darei direttamente a loro..”
“Sì ma le tue rupie servono come offerta agli dei affinchè li proteggano”
“Gli dei hanno bisogno di preghiere, non di soldi”
Non penso che la benedizione di Ganesh mi sia arrivata tutta intera, ci ho guadagnato il braccialetto rosso e giallo di cui vado molto fiero.

Ci ha chiesto il “tip”, la mancia: per come ci ha trattato per me saremmo stati a posto così, si è preso chissà quante commissioni dagli hotel in cui ci ha portato e le 500 rupie che gli abbiamo allungato a testa mi sembravano un’assurdità, ma per cavarmelo dal cazzo va bene. Oltre al fatto che aveva i nostri zaini nel baule e non ne voleva sapere di muoversi se prima non aveva la sua “tip”. Pushkar è proprio turistica ma/e si fa voler bene. Mi sono chiesto più volte come comportarmi ma poi ho pensato che faccio già fatica ad inginocchiarmi davanti al mio Dio e non mi sembra il caso di farlo davanti ad una statua, per quanto scintillante d’argento e con gli occhi terribili. Marco di Arezzo. Mi ha sconsigliato di andare a Dharamsala perchè dice che in questa stagione c’è troppo freddo. Da come me lo raccontava mi ha fatto venire in mente Camaldoli e gliel’ho detto, si è illuminato, ha detto che abita proprio lì vicino e dopo tanti mesi cominciava a mancargli casa. A un certo punto mi sono girato per tornare indietro e sto qua è diventato più insistente, diceva che lo facevo diventare molto triste, poi che forse avevo qualcosa da dargli, poi che andavano bene anche gli euro perchè lui faceva la collezione (piacerebbe anche a me, mio caro..) Il punto è che se facciamo subito le cose importanti come i check-out dagli alberghi, i biglietti per i trasporti e rispettiamo gli orari poi nel resto del tempo ciascuno si organizza come vuole. Se invece ciascuno pensa prima ai cazzi suoi restiamo tutti vincolati e si sputtanano pomeriggi interi in un amen. Ho cucito il simbolo dell’Om sulla borsa fotografica: mi piace, da ex-elettricista mi fa pensare alla resistenza elettrica che è la stessa che fa il mio carattere ruvido ogni volta che deve lasciarsi scivolare di dosso qualcosa di pesante. Mi sono sentito battere sulla spalla: erano due poliziotti, avranno avuto venticinque anni e parlavano un inglese molto sforzato e comunicavamo più a gesti e sorrisi che a parole. Dall’altra parte si è avvicinato un tipo strano che mi ha chiesto l’ora in cambio di qualche arachide tostata. Erano verdi, dolci, le ho condivise con i miei amici poliziotti. Pensavo alla canzone “Marco Polo” di Jovanotti, alla frase “sentirsi molto solo qualche volta”: è una cosa che non mi riesce, c’è sempre qualcuno vicino anche se non fisicamente. Fino a che non è arrivato un bramino che si è incazzato di brutto: ho provato a spiegargli che non stavo fotografando le donne che facevano le abluzioni, “landscape, landscape!” quello insisteva “bad karma, your family is finished. End. End of everything for you!” Sono volute tornare in questo posto inculato e non ho fatto obiezioni. Ci sono venuti a prendere i tizi della Valley Resort, due moto per tre persone con zaini, durante il tragitto mi sono arrivati degli spricchi in faccia e spero fosse soltanto pipì ma da come guidava il tizio mi poteva andare molto peggio. E’ rimasto senza benza e l’ultimo tratto di strada l’ho fatto a piedi. Sto posto lo odio, è solo un casermone con un roof top che è solo una caldana con un tavolo lercio e quattro sedie, e intorno un roseto che stenta a crescere perchè non c’è nè il clima nè il terreno adatto. All’Athiti avevamo la cucina di Pappu e i suoi amici che ogni sera fumavano ashish, era casa sua e se ne sentiva il calore, era un posto con un’anima. Soprattutto eravamo a cinque minuti dalla stazione delle corriere e non dovevamo perdere un mattino per spostarci da una guest house all’altra. Per di più per una notte. E siamo a mezz’ora a piedi dal centro mentre dall’Athiti “rasta cafè” bastavano cinque minuti. Fine della polemica. Tra un mese sarà Natale. Tra un mese sarà a messa con la giacca e le mani fredde e mentre adesso ho una t-shirt e i pantaloni arrotolati. Farei volentieri cambio. Ho bisogno di risposte, se non le avrò farò a meno anche delle persone. Ho accumulato troppi pochi ricordi per sentirne la mancanza. Su un treno sferragliante che fende un mare d’ocra, persone colorate che dormono, stringono un figlio in grembo e ogni tanto mi guardano dal fondo di occhi neri. Sguardi muti di ragazza legata chissà a chi, chissà da chi. Ci sono destini che avrebbero bisogno di volare e invece sono abbracciati a una scelta, o a una società che non lascia possibilità. Solo due occhi per far entrare il mondo e farne uscire un po’, in quantità giusta per infilarmi in bocca una domanda che non le farò. Qui anche il nome dei figli è scelto da qualcun altro. Siamo stati fermi mezz’ora, uno studente si è sporto troppo dal treno e un ostacolo l’ha colpito alla testa, è morto. Il mio vicino di posto si gratta continuamente i piedi, non sembra interessato ad altro e ogni tanto appoggia una mano sulla mia coscia per spostare il baricentro, o appoggia il suo piede nudo su di me. Spinge, cerca di rubarmi dei centimetri. Ho pregato il suo dio che gli si secchino i piedi e gli cadano come foglie. Nebbiolina ovunque, poi qualcuno che corre e l’unico fanale del tuk-tuk illumina un ragazzo sdraiato in mezzo alla strada, casco in testa e moto più in là. Merda, cosa succede oggi?!

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Una Risposta

  1. sfrappa

    Bello.

    19 dicembre 2012 alle 11:24

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