"…è un modo di vivere." HCB

Stracci 2

“We can eat outside?”
“Yes, but…” sguardo minaccioso all’orizzonte “…be careful to the monkeys”

Quanta umanità c’è nella sleepers class, c’è di tutto e di tutte le età: bimbette che sgranano gli occhi su un Blackberry, anzoani rasta che stendono il lenzuolo di fianco alla latrina del treno, uomini vari assortiti e colorati che parlano e scendono scalzi dalle cuccette più alte. La prima cosa che ho fatto è attaccar pezza al tizio che occupava il mio posto, volevo che quel posto diventasse familiare nel minor tempo possibile.          Il tipo della guest house si è seduto a tavola con noi, penso che volesse fare due chiacchiere con noi al riparo da sua moglie che sembra una che bacchetta. Si parlava di cucina, di crisi economica e ha riso molto quando gli ho detto che finchè abbiamo del cibo sulla tavola non c’è da preoccuparsi. Mi ha fatto vedere l’album di matrimonio di sua figlia, foto così trash non le avevo mai viste, tutte col flash sparato e addirittura in alcune la sposa aveva gli occhi chiusi o lo sposo parlava al cellulare. Quella più kitch era quella dello sposo con delle mazzette di banconote in mano e nessuna traccia di sorriso, qui funziona che le spose hanno la dote, lui era un ingegnere. “Non ho più un soldi, ma se mia figlia è felice anche io sono felice”. Un matrimonio hindu dura dai 5 agli 11 giorni, mi piacerebbe farne qualcuno.          L’impatto con Varanasi-Benares è stato devastante, ho passato il pomeriggio come se avessi la febbre, cercavo il caldo e camminare scalzo sul marmo del tempio era una sofferenza.          …mega ingorgo: bici, risciò, tuk-tuk, taxi, moto, pedoni, mucche. Che casino, tutti suonavano il clacson. Penso che se abitassi qui impazzirei.         Varanasi mi sfianca. Per l’energia delle persone, per il Gange che chiede materia, risorse minerali come una draga lenta e inarrestabile, per le tante persone a cui passare attraverso. Vorrei una dimensione spirituale per usare solo quella, senza mediazioni fisiche nè un corpo che si schifa per uno spazzolino da denti immerso in quell’acqua o per i panni stesi per terra a valle dell’orinatoio pubblico. Piedi nella sabbia a contatto con tutta quella vita sputata dove capita senza guardare. Tutto è di tutti e non si capisce perchè ci siano mucche libere e mucche al guinzaglio, bufali al pascolo nella plastica e cani appena nati che valgono come la polvere. Il Gange è la vita che ignora se stessa e quella degli altri, è la vita senza tempo che non ha neanche un luogo in cui essere.         Tre ore di film in hindi con qualche pezzo in inglese ma per fortuna la storia la capiva anche un cretino. Ma ancora più bello è stato vedere come gli indiani si aspettano l’occidente: come un posto in cui si balla sempre, dove se inizi da cameriere alla fine diventi il padrone del ristorante, dove se sei indiano e suoni la chitarra per strada sei benvoluto e la gente ti è complice e ti sorride, dove Dio ascolta le preghiere ma ti punisce se sei adultera, dove splende sempre il sole anche se è Londra e se nevica ci sono comunque i peschi in fiore.         Sto imparando ad apprezzare le piccole cose, come il profumare di doccia e di bucato la mattina presto, e non è bello scoprire che il deodorante in stick si è rotto.         Varanasi salva le piccole vite collettive e non risparmia quelle troppo grandi e solitarie. Solo cani di media taglia, gatti pochissimi, scimmie. Non si spiegano mucche e bufali che sono statue semovibili di questo culto strano che non ammette autorità troppo elevate.         La cucina indiana è una cucina veloce. Mi ricorderò il riso con il cumino o con le verdure, il tè allo zenzero e cannella, le lenticchie in umido con la cipolla, gli spinaci agliatissimi con le patate che smorzano, i chapati e i nan.         Tornerò abbronzato e ingrassato come se avessi passato un weekend a Cervia anzichè un mese in India.         Il tempo qui non scorre come altrove, “life is nothing, just now”. E io cosa ne penso della vita? Che è complicata, strana, sorprendente e irresistibile. Che ho troppa passione che mi esplode dentro e mi piace covarla come un nucleo caldo che faccia da baricentro, una specie di stella nana che resta dov’è. E l’India non mi sta spostando, aggiunge sostanza, crea.

Lasciami qui, lasciami stare lasciami così,
non dire una parola che non sia d’amore
per me, per la mia vita che è tutto quello che ho
è tutto quello che io ho e non è ancora finita. Finita.
Annarella è un mantra perfetto e mi piace appoggiarlo sui gradini dei ghat, mi sembra un buon modo di contribuire alla sacralità del posto. Le canzoni sono il mezzo più immediato per condividere qualcosa, nessun agguato può portarle via. Sono moneta importante da portare con sè.         Sono diventato diffidente. Più che altro sono stanco di avere intorno che continuamente chiedono, o verso cui mi sento in dovere di fare o dare qualcosa solo perchè ci hanno seguiti tutto il giorno.         L’unico punto di riferimento è il Gange. Ho saputo della sua capacità di autopurificare le sue acque e forse è per questo che nessuno crepa nonostante si lavi tutti i giorni. Tutti tossiscono, ruttano, scatarrano, pisciano e cagano in pubblico e un po’ mi schifo e un po’ resto affascinato da questa naturalezza.         Mi ha attaccato pezza uno dei paria, voleva mostrarmi il suo lavoro di crematore ma non avevo più voglia di stare dietro a qualcuno. Ero sfinito, qua tutti hanno una volontà molto forte e verso sera sono sempre alla frutta a forza di “no thanks!”. Ieri sera ho comprato le stampe di Shiva e Ganesh solo perchè non avevo più la forza di dire di no.         E’ il 1 dicembre e sto in felpa solo di sera anche se mi mancano le luminarie e l’atmosfera del Natale. Ho dato un’occhio alla webcam di Cerreto in Alpe e c’è la neve, uno spettacolo! Ho proprio voglia di inverno e di vita di montagna, la vita a Castel del Piano mi piaceva, stavo a 12 gradi tutto il giorno e mi scaldavo a forza di camminate e camino ma era tutto sommato una bella vita.         Questo raffreddore comincia a darmi fastidio, così ho deciso di bombarmi: herbal tea, due gocce di olio essenziale di limone e tre di olio essenziale di lavanda direttamente in gola. Il mix dei due profumi mi piace un sacco, sa di “sano” e ci tuffo il naso ogni volta che sono stanco o incazzato o ne ho abbastanza di odori di strada. E’ un profumo che mi fa bene.         India: da quando siamo arrivati è diventato un aggettivo o un sinonimo. La spazzatura è India, il cibo di strada, gli incontri belli e quelli brutti.. l’India è un punto su sfondo bianco, di quei pattern a pois che imbarbagliano gli occhi. India senza tempo, un eterno presente che i sadu cercano di trasformare in futuro leggendolo dalla mano. E’ il colore arancio dei suoi riti, è la povertà in cui nessuno muore di fame, è riso sulle facce e negli stomaci e nelle ciotole per l’elemosina, è cacca, è pattume commestibile per le bucche e il verso strano dei bufali, è l’uomo col bastone, è schifo sotto i piedi e gioia per gli occhi, caos per le orecchie e silenzio nella bocca. E’ pane, è un nulla fatto di deserto e polvere, è mattina presto e la sera altrettanto, è il buio che dalle dieci di sera diventa pericolo, è oppio da mangiare, è guardare in mille occhi sempre diversi, è dire migliaia di “no” al giorno a centinaia di venditori di ogni cosa. L’India è un fiume che non lascia sedimentare, che non si lascia guadare, è una mamma che con la sinistra tiene il figlio e con la destra il bastone.         Ho bisogno di tempo e di avere qualcosa di altrettanto grande ma profondamente diverso con cui trovarmi faccia a faccia. Un mese è tanto, davvero tanto.

Sarnath. La Pace, finalmente.         E insomma siamo capitati in questo monastero tibetano. Le camere sono luminose ed essenziali, non hanno vetri alle finestre ma la coperta di lana mi fa ben sperare. E sono contento di aver finito l’inchiostro di due penne: quella nera era di Tuttauto Davitti, ricordo di un’estate toscana dura ma fatta di grandi incontri, e dell’Hotel Cristal di Cuneo, altro ricordo di un inverno fatto di trasferta e poco altro. Il mio problema è che mi rimane solo il buono, sembra una cosa bella ma a volte ricordare anche il cattivo fa trovare la forza necessaria per chiudere certi conti.         Ho sentito dei versi, spero non siano scimmie comunque ho tirato dentro le scarpe messe fuori a prendere aria e ho sbarrato la porta con lo zaino visto che il catenaccio non entra nella sua sede. Qui le porte non hanno la maniglia ma un catenaccio per parte, forse qui non c’è nessun buontempone che si diverte a chiudere in casa le persone, io lo farei..         Il tè salato, la rivelazione. Abbiamo preso il chai nello sgabbiotto qui di fianco, ho già capito che più il posto è lurido e più è pieno di sorprese. Belle o brutte non importa, ci piace l’avventura: l’uomo aveva i bubboni neri sulle mani, mi ha allungato un bicchiere in cui aveva bevuto tutta Sarnath, il tè in compenso era proprio buono.

Lobzang mi piace, ha una grande calma nello sguardo e quando ride lo fa con trasporto. E’ monaco da quando aveva sei anni, mi ha invitato dai suoi la prossima estate, sua mamma quando è venuta a trovarlo è rimasta intimorita da un gabinetto. Non ne aveva mai visto uno, “cosa devo farci?”. E’ una di quelle persone che sanno farsi voler bene, entrano pian piano nella vita degli altri, sanno raccontare e ascoltare.         Ho una passione per le foglie cadute.         Merlino ci diceva che la gente qui è sempre stata abituata ad essere peones, servi della gleba: non gli interessa della terra, gli interessa solo tirare a campare e non si sentono incentivati nemmeno se lo stato indiano regala loro la terra nel caso la facciano fruttare.         Ecco svelata l’incapacità degli indiani di pronunciare la lettera F: non ce l’hanno nel vocabolario! “Pipty rupies!” “Prancisco”         Un indiano ha quattro mamme: quella che lo mette al mondo, la mucca, l’India e il Gange.         Ultime pagine di questo quaderno, un’altra fase del viaggio che sta per chiudersi e se ne aprirà un’altra domattina. La linda torna a casa e la Laura deciderà cosa fare. Ad agra non ci vado, non voglio sputtanare una giornata solo per un monumento, anche se è il Taj Mahal. Me ne andrò al freddo sperando di vedere la neve. Chiudere questo quaderno è un bel problema, è come se dovessi rendere conto a qualcuno con un riassunto.. comincerò dalla parte più difficile: il ritorno. Lo renderò semplice parlando di ciò che mi è mancato di più in questa estate indiana. Indian summer, by the Doors. Prima di tutto una persona, e non era quella che mi sarei aspettato nè nel modo in cui mi sarei aspettato: sto parlando di amicizia, l’amore è rimasto indietro, si vede che non è stagione. La musica, che per fortuna avevo caricato sul vecchio Nokia senza scheda che mi ero portato dietro. L’Emilia, tutta quanta, dal clima agli amici a casa a tutte quelle piccole cose che riempiono le mie giornate. Cazzate importanti come Facebook grazie al quale rimarrò in contatto con le persone incontrate qui. Il vino rosso fermo, anche. Tanto. Mi manca il mio lavoro e la quotidianità, che non sono cose da cui scappare ma verso cui tornare. E’ bello andare via da Varanasi volando, vedere che tutto rimpicciolisce. Non penso che tornerò mai qui, forse per farmi cremare, disperdere le mie ceneri nel Gange e restare in continuo movimento, non abitare in nessun luogo, non incitare all’attaccamento verso un involucro che non sarà più me. E’ ora di concludere.

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