"…è un modo di vivere." HCB

P’carìa

Arriviamo in serata, poca voglia di chiacchierare e molta fame, spazzolo affettato col pane e ci penso su, so che nel giro di ventiquattr’ore qualcosa cambierà. Dormo nel sacco a pelo senza togliermi i vestiti, cappuccio di lana fin sulla testa. Fano per me significa freddo: se a Modena c’è freddo, a Fano sicuramente ne farà di più, il mare aggiunge umidità, i panni non seccano. Dormo nell’ex stanza del Priore Generale, sulla testa un crocefisso e un libro rosso, “Scioperare stanca”, segno che questi monaci camaldolesi hanno il senso dell’umorismo.
“Sai che ore sono?” la voce di mio papà dall’altra stanza. E’ ora. Esco dal sacco a pelo, infilo gli scarponcini e usciamo, la Focus non parte mai al primo colpo, passiamo per stradine scavate nel colle fino a una casa. Salutiamo facce sorridenti, sorrido meno io che scopro solo in quel momento che gli stivali di gomma non mi vanno più, tolgo solette e calze, funziona ma a quale prezzo. Entriamo nello stalletto, fuori un fugone d’acqua fuma su un fuoco di legna, se non ci fosse quello sarebbe un giorno come un altro. Quello e un burazzo con dentro quattro coltelli, più una cassettina di legno con una specie di torcia elettrica.
Un tonfo e un urlo di bestia ferita, poi un altro tonfo e uno scalciare al posto del grido, un uomo si sbriga a saltare di qua della sponda, vapore di sangue nell’aria, l’uomo ha fatto in tempo a raggiungere la gola dell’animale. Mi prende qualcosa allo stomaco ma resisto, non ho mai visto uccidere una bestia così grossa, una vita del genere impone rispetto. In quel momento penso alla violenza, non di quegli uomini: penso alla mia, che uso la macchina fotografica come un coltello nella vita dell’animale.
Altri uomini intorno coprono quei rumori con battute da tutti i giorni finchè non torna la quiete, caricano il corpo su un carrello e cominciano a usare acqua bollente e coltelli, poi lo trasportano in garage mentre il tecnico verifica che sia fatto tutto come si deve.
Il resto, foto e parole, non le userò qui. C’è voluto un pomeriggio di salsedine per tirar via quell’odore.
Era una cosa che volevo da tempo e l’ho fatta. Erano gesti antichi che la prossima generazione non esisteranno più ed è stato un bene che io ci fossi.
Assistere all’uccisione di un maiale mi farà affrontare le grigliate con una maggiore consapevolezza.
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2 Risposte

  1. Tutte queste cose qui mi mancano e credo mi mancheranno sempre, ma proprio perchè non mi interessa, anzi. Il maialetto preferisco mangiarlo, non vedere come lo ammazzano. Tu pensa che mi da fastidio perfino vedere le anguille che si dimenano mentre vengono infilzate nello spiedo…
    Queste cose le lascio a mio fratello, il sadico della famiglia, l’uomo d’altri tempi…che faceva incazzare pure le aragoste schiacciando il loro occhio… Ecco, io non sono così. Io mangio e basta.
    Ah…e non so nemmeno cucinarle. Quindi se verrai dalle mie parti, non chiedermi di prepararti le nostre pietanze, al massimo te le faccio preparare 😉

    PS: noto che ogni Focus ha lo stesso vizio -.-

    27 gennaio 2013 alle 12:40

    • Per me è una questione di tradizione, da piccolo vedere uccidere un coniglio o una gallina era all’ordine del giorno e non c’era violenza o sadismo, spesso anche io aiutavo a pulire gli animali. Adesso non abbiamo più animali da cortile, mi è rimasta solo la nonna che non ha più l’età per tenerci dietro. Dato che faccio foto l’unica cosa che posso fare è tenerne memoria perchè già dalla prossima generazione non ci sarà più nessuno che lo farà di ammazzare animali in casa. Qualcuno mi dice “per fortuna”, ma ho visto molto più ‘calore’ nel veder trasformare in cibo un maiale che hanno allevato con cura rispetto a tanti maiali che muoiono in serie nei macelli.
      A me basta mangiare, se stai a tavola con me a far delle chiacchiere mentre qualcun altro prepara per me non c’è problema! 😀
      PS è da quando son tornato dall’India che ha dei problemi, tenerla ferma un mese non le ha fatto bene 😦

      27 gennaio 2013 alle 14:47

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