"…è un modo di vivere." HCB

L’organizzazione di una mostra

Svolgimento 1: se la propongo io
Penso a uno spazio che possa creare un dialogo con le foto che propongo.
Contatto il responsabile dello spazio con un anticipo di almeno un mese: ci mettiamo davanti a una birra e parliamo di dati tecnici, quante foto, quanto stamparle grandi, come attaccarle. Calendario alla mano guardiamo che non ci siano altri eventi, poi decidiamo data, ora e buffet.
Una volta a casa creo le grafiche e l’evento sui social, invito le persone che possono essere interessate.
Ragiono bene e con calma su che foto stampare, dove metterle e con che ordine, e le mando in stampa.
Qualche giorno prima allestisco e in mezza giornata ho la mia mostra.

Svolgimento 2: se la propone un ente
“Stiamo organizzando un evento e ci farebbe molto piacere avere una tua mostra fotografica in concomitanza. Ti apprezziamo molto e ti stimiamo…” -non ricordo di averli mai visti a una mia mostra- “…e sarebbe bello che ci fosse anche il tuo pubblico al nostro evento.”
“Ah ecco, adesso capisco.”
Penso alle settimane che avrò davanti, settimane pienissime e pochissimo tempo.
Penso alla fatica che ho fatto negli anni passati con quell’ente, ai rospi ingoiati.
Però sono anni che mi piacerebbe organizzare qualcosa con loro e stavolta sono loro a propormelo.
Accetto.

Mi fanno vedere lo spazio in cui dovrò allestire la mostra e mi pento subito di quel sì.
Mi danno carta bianca ma non posso toccare i muri appena imbiancati. Decidiamo di usare le travi di legno del tetto e la lenza da pesca, non mi fa impazzire ma va beh.
Due giorni dopo mi chiedono se ho pensato a qualcosa, ho dovuto fare un matrimonio in puglia e non ne ho avuto il tempo. Devo darmi una mossa perchè tra due giorni mandano in stampa il volantino e vogliono sapere come la intitolerò. Temporeggio, dico di mettere “foto di Francesco Boni” e a proposito, c’è un rimborso spese? Se sono 50€ ok, ma non di più.
Mercoledì lavoro vicino a Bologna, sono cotto ma vado lo stesso all’Ikea a prendere le cornici. Arrivato a casa seleziono il doppio delle foto rispetto a quelle che servono, che non si sa mai. Sono esausto, decido di rimandare tutto a domani e spengo il computer. Mi chiamano per sapere quando posso andare ad allestire, loro avrebbero tempo lunedì. Guardo l’agenda e venerdì ho una scadenza, non ho tempo di guardarci. Vaffanculo riaccendo il computer e finisco di sistemare quelle che ho scelto. Telefono in tipografia e riescono a stampare in tempo, figata! Però devo passare sabato mattina, il che significa un’alzataccia visto che venerdì notte farò le 3. Amen. Vado a prendere le foto e me le hanno stampate più piccole perchè nella fretta ho scazzato le misure, tranquillizzo i tipografi che in qualche modo farò. Trovo la soluzione e passo il pomeriggio a tagliare le foto a misura bestemmiando perchè devo correre quando manca una settimana alla mostra, ho una serata importante e finisco appena in tempo, salgo sul palco del Teatro di Maranello che mi si chiudono gli occhi e un po’ d’ansia mi accelera il cuore.
Passo la domenica in casa che tanto piove, son cotto e poi ho anche voglia di stare con la morosa, almeno di domenica.
Lunedì mattina devo essere lì alle 9, mi sveglio prima per andare a comprare la lenza da pesca e i ganci per tener su le foto. Il tecnico che mi deve dare una mano mi dice che c’è un cambio di programma: dobbiamo andare in magazzino a prendere le reti per tener su le foto. Sono piuttosto brutte e l’idea di usarle non mi piace neanche un po’. Ne prendiamo solo quattro perchè le altre servono a un’altra associazione, chiamo la responsabile e mi dice che deve chiedere, devo aspettare cinque minuti. Intanto che aspetto pensiamo che si potrebbero piantare dei chiodi bruniti nei travi, sarebbero invisibili e per niente invadenti. Richiamo la responsabile, lei mi dà l’ok e il tecnico mi dà la scala. Vado a casa a prendere martello e chiodi, salgo sulla scala e la sento aprirsi. Chiamo il tecnico che mi porta una corda di nylon con cui metterla in sicurezza. Le travi non sono dappertutto e riesco ad appendere solo nove foto su venti, decido di appoggiarne tre a un mobile anche se sembrano proprio buttate lì ma non mi va di lasciare un intero muro bianco.
Mi impongo di andar via all’una perchè devo anche lavorare.
Mentre pranzo mi scrivono che hanno cambiato idea e che mi lasciano attaccare qualche chiodo. Devo tornare giovedì.

I dipendenti statali non si smentiscono mai. Ovviamente non tutti, quelli assunti da poco hanno ancora quello che io chiamo il vadèr, ovvero capiscono la differenza tra i problemi e le puttanate, sanno essere pratici e trovare soluzioni.
Quelli che invece sono assunti da un po’ si abituano alla burocrazia, alla struttura, e vigliàc se prendono una decisione o se trovano una soluzione. Devono sempre chiedere, non hanno senso pratico nè gusto, hanno un orizzonte molto vicino al proprio naso e non si chiedono nemmeno se c’è qualcosa oltre quella linea. Faccio sempre una gran fatica a relazionarmi, ogni volta mi incazzo più facilmente e mi preoccupo che sto invecchiando male, ma poi parlandone con altri ci convinciamo che non sono io, sono loro 😀

Mi sono rotto il cazzo anche delle associazioni: poche idee e tanto interesse per visibilità e soldi, che mi chiedo cosa cazzo servono se da statuto si è senza fini di lucro.. un pic nic, che è la cosa più anarchica del mondo, diventa una sagra con menu a prezzi fissi. Così bisogna preoccuparsi di raccattar su gente per la cucina, calcolare i prezzi e sperare di rientrare nei costi. Per organizzare un pic nic di paese.
Basterebbe scrivere che l’associazione non si assume la responsabilità e lasciare che le persone si organizzino da sole, piò bel d’acsè!
Per fortuna che quel weekend sono a Praga a vedere i Rammstein.
E’ anche il motivo per il quale faccio questa mostra a mio nome e non sfrutto quello dell’associazione di cui faccio parte, sono proprio stanco di riunioni serali e di far passare per volontariato qualcosa che non lo è. O non lo sento tale.

Morale della favola: io devo fare le mie cose come voglio io, da solo, con i miei tempi e nei miei spazi.
Che sembra facile, suona come una roba da ragazzini egocentrici e viziati.
In realtà si fa tanta fatica in più, ci si sbatte di più, si spende di più, ci si perde più tempo, però il gioco vale la candela.
A patto di saper chiaramente quello che si vuole e dove si vuole andare.

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