"…è un modo di vivere." HCB

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La differenza tra professionista e professionale

Una volta ho lavorato per un fotografo matrimonialista.
Mi aveva contattato dopo aver visto alcune mie foto ma voleva vedere come lavoravo, quindi il primo matrimonio insieme non mi avrebbe pagato.
E’ stato un matrimonio abbastanza insipido, non c’è niente di male, solo che un fotografo lavora sulla realtà e se non succede nulla di interessante si fa fatica a tirare fuori qualche foto memorabile. Volevo fare bella figura e mi sono sbattuto tanto nel cercare l’inquadratura giusta, le espressioni, la luce, tanto che qualche giorno dopo mi ha chiamato per dirmi che era molto soddisfatto e che avevo fatto foto molto più belle delle sue.
-“Quindi mi paghi?”
-“No, avevamo detto che venivi gratis…”
Mi sono girati i coglioni ma va beh, gli accordi erano quelli e amen.

Dopo quello mi ha assegnato altre quattro date, sempre in affiancamento a lui, per un prezzo ridicolo, ovviamente in nero. Ho stretto i denti e me lo sono fatto andar bene, avevo poca esperienza e dovevo pur cominciare a farmi un portfolio.
A quel tempo scattavo con 5Dmark2 16-35L e un 70-200L f2.8 IS per i dettagli: non gli andava bene, voleva un 24-70L e me lo sono fatto prestare.
Lui aveva due camere, una 5Dmark2 macinata che ogni tanto si impallava, una 7D che faceva strani rumori, un 24-70L che quando zoomava a 24mm faceva un clunk sospetto: una qualche lente interna si spostava e la parte sotto era tutta sfocata nonostante il resto fosse a fuoco. Le uniche lenti che si salvavano erano un 17-40L f4 buio come la notte e un 50 f1.8 seconda versione, una lente dal buon rapporto prezzo prestazioni, ma non ci avrei fatto troppo affidamento.
Il primo matrimonio era in centro, qualche giorno prima mi è venuta l’idea di chiedere il permesso per la ZTL, “ottimo, io non ci avevo neanche pensato!”. Anche questo matrimonio era abbastanza insipido, in un agriturismo che offriva pochi spunti ma la luce era fantastica. Durante gli scatti in posa mi ha chiesto in prestito gli obbiettivi perchè non si fidava della sua attrezzatura, gli ho chiesto perchè non la faceva sistemare e mi ha risposto “perchè mai? tanto lavoro sempre con un altro fotografo…”
In pratica ero un mix tra un fotografo, un’assicurazione e un noleggio, ma con un rapporto prezzo/prestazioni incredibilmente vantaggioso. Rapportato alle ore nemmeno in pizzeria mi avrebbero dato così poco, e per lavorare in pizzeria non avevo bisogno di 5000€ di attrezzatura. Ero incazzatissimo, avrei voluto rispondergli ma eravamo con gli sposi e non ho detto niente. Non vedevo l’ora che la giornata finisse, invece è durata quattordici ore. Tra l’altro mi dava già fastidio lui come persona, a pelle; alla luce di queste cose era diventato insopportabile. Tornando a casa ero molto silenzioso, lui ha dato la colpa alla stanchezza e mi fa “senti, se ti pagassi con fattura? Ovviamente la cifra che avevamo concordato sarebbe lorda… anzi, sì dai, facciamo così che mi sento più tranquillo”
Fumavo. Gli ho detto che ci avrei pensato. Ho preso tempo per evitare di esplodere.

Ci ho pensato su tre giorni ma la rabbia non mi è passata.
Sono andato in studio a riprendermi le schedine e gli ho detto che per una cifra così ridicola preferivo andare al mare. Mi ha detto che gli accordi andavano bene a entrambi e che non era professionale rimangiarseli, gli ho risposto che per me non era professionale nemmeno lavorare con l’attrezzatura marcia e appoggiarsi a quella del secondo fotografo, e che se voleva che gli facessi le altre date doveva darmi la cifra che chiedevo. I toni si sono scaldati, mi ha detto che se prima mi apprezzava adesso non mi apprezzava più, che non ci si comporta così, che con lui avevo chiuso e che non mi avrebbe nemmeno pagato il matrimonio appena fatto.
Sono uscito sbattendo la porta, con un senso di leggerezza nello stomaco e la sensazione che si ha appena usciti dalla doccia dopo una sudata memorabile. Non ci ho più avuto a che fare. Ultimamente mi è tornato in mente e sono andato a vedere cosa combina: è diventato un pezzo grosso dei matrimoni, lavora tanto e fa le stesse foto di allora, foto che a me non piacciono come non mi piacevano allora, solo che al contrario di me è molto bravo a vendersi.
Devo ammettere che in questo lo apprezzo, perchè è una dote che mi manca e su cui devo lavorare. Volevo affiancarlo proprio per imparare questo aspetto, ma c’è un limite anche allo sfruttamento.
Chissà se ha cambiato attrezzatura… ma tanto non sono cazzi miei.

Marzo ha giornate lunghe

Poco tempo fa ero in crisi pesa. In questo periodo lo sono sempre, è il periodo in cui ho meno soldi perchè non è che si lavori granchè, ma non è questo che mi preoccupa: è il momento di procacciarsi i matrimoni, solo che evidentemente non sono bravo a vendermi o dovrei calare i prezzi, poi ultimamente ho scoperto che “prezzi” e “braghe” per qualcuno sono sinonimi.

-Quanto vuoi per un matrimonio?
-1000€
-Eeeeh, così tanto?
-Sì perchè ho un’attrezzatura pro, due reflex così in caso di rottura ho l’altra, doppio slot così se si strina una schedina ho le foto salvate anche sull’altra, lenti luminose così se c’è poca luce…
-Va beh ma quell’altro vuole 200€ in meno, grazie, ciao.
Preferirei un “guarda, lo stile di quell’altro mi piace di più e preferisco che sia lui a raccontare uno dei giorni più importanti della mia vita”, e invece ci sono quei 200€ che fanno proprio la differenza.
Mi viene voglia di vendere tutto, comprare una entry level con obbiettivo kit e lavorare così, leggero di spalle e di testa, senza garanzie e senza cespiti. Poi se si rompe la macchina, se c’è poca luce, se le foto vengono sgranate cazzi loro.
Solo che lavorare così è una merda, quindi tanto vale fare altro e farlo bene. Un bel lavoro manuale, di quelli in cui non c’è da pensare, che se è un periodo di merda non devo per forza essere creativo, che garantiscono ferie e malattia pagate, di quelli che all’attrezzatura e all’aspetto commerciale e promozionale ci pensa qualcun altro, di quelli in cui la prestazione offerta ha quantità misurabili.

Poi come per magia arriva un messaggio, poi una chiamata, poi un altro messaggio e devo far slittare tutto avanti di due settimane perchè non so da che parte prendere. Tra l’altro roba tosta, il backstage a un documentario su un certo tipo di malati terminali, sul mondo che ci gravita attorno. Arrivo a sera svuotato, penso agli operatori e alla forza che hanno per affrontare quella quotidianità col sorriso. Voglio chiedere di sviluppare un progetto mio, per un po’ l’ho vissuto anch’io quel mondo anche se attraverso il filtro dei miei genitori. Adesso mi sento pronto.
Si parte sempre da se stessi, dal proprio vissuto.
Vissuto che non si ferma, la vita continua e ho un’ora per cambiare vestito e presentarmi a cena da Luca. Scopro che ci sono due gradi di separazione tra me e Helmut Newton, che uno shooting può trasformarsi in una sbronza colossale collettiva e dichiarata alla Rana, che il calore di una famiglia scalda più del camino, che sono ancora in grado di tenere in braccio un cinno di pochi mesi senza ammazzarlo, che la Stefi è diventata una bravissima mamma lavoratrice, che la Nanda sa bussare alla porta ma non sa quello che vuole e che riesco a reggere molto più alcol di quanto pensassi. Forse l’alcol è il motivo per cui io e Luca ci vediamo così poco nonostante siamo così amici, è istinto di conservazione.
Ho il suo album tra le mani, copia 11/99.
Un disco scritto, registrato e suonato da Luca durante i quattro giorni della tempesta di neve del 2010.

Disco Emilia

Son stato a Riaperture a Ferrara. Ho scoperto questa rassegna per caso dal blog di un fotografo che segue un’altra fotografa. Con i blog ho lo stesso rapporto che ho con le serie tv, non ce la faccio a essere costante, non li cago per settimane o mesi e poi leggo tutti gli articoli tutti d’un fiato. Faccio così per pigrizia, ma anche perchè mi piace il gioco di unire i puntini e vedere che evoluzione c’è stata nel tempo. Che cosa stanno inseguendo questi fotografi vip.
Ci sono andato di domenica, mi costa assai perchè non ho più l’età per fare doppia serata venerdì e sabato, ma ogni tanto la volontà vince. Sono stato ricompensato con una mostra su tutte, Disco Emilia, che avevo già visto allo Spazio Gerra. Sono foto fatte negli anni 70 e 80, ai tempi delle cattedrali del divertimento che qui in Emilia crescevano come funghi. Il nome che spicca su tutti è quello di Basilico a cui avevano commissionato il reportage, ieri invece c’era Hyena e l’ho agganciato per un parere di prima penna. In quest’epoca di notizie, i testimoni sono oro.

Lui c’era, e descriveva un mondo di persone che finalmente si liberavano, non c’erano i giudizi del mondo esterno, c’era la voglia di incontrarsi.
Adesso invece le ragazze si fanno selfie col telefonino e poi se le condividono tra loro. Chiedo se posso scattare anche io una foto ma dicono di no. Stessa risposta ai ragazzi che vorrebbero fare una foto assieme a loro. E’ una rete sempre più stretta, paradossalmente viviamo ovunque in qualsiasi momento e siamo altrove chi vorremmo essere, ma il qui ed ora è quasi un momento di serie B rispetto alla rete. Si è solo quando si è stati, il presente è solo in funzione del passato.
Mi lascia perplesso questa vita virtuale a discapito di quella… stavo per scrivere “reale”, ma è reale anche la vita virtuale.

E’ un’indagine in un ambito poco battuto, le discoteche non interessano al mondo culturale e i tg ne parlano solo quando succede qualche tragedia. Nemmeno io sono mai stato attratto da questo mondo, l’ho sempre pensato frivolo e superficiale, poco impegnativo e impegnato. Qualcuno mi ha anche detto che sono sprecato a battere quella pista, che preferisce i miei reportage in cui c’è più ciccia. In certi momenti l’ho pensato anch’io, ma sempre più spesso mi rendo conto che è come avere uno sgabellino privilegiato (con free drink) davanti alla migrazione di una bella fetta di mondo. Mi costa lasciare la presa per essere un po’ più riposato alla domenica mattina, e nel frattempo mi son fatto degli amici lì dentro, che ogni tanto mi chiedono un selfie ma ogni tanto ci troviamo anche in centro, o su una collina del parco Amendola.

La prima volta e la crisi dei trent’anni

Una volta avevo una morosa. Eravamo entrambi molto giovani e non sapevo bene come prenderla, conoscevo l’amore solo attraverso le canzoni e i film e i libri. Ci vedevamo ogni giorno sull’autobus, le poche volte che trovavamo un posto a sedere la prendevo in braccio e quando tornavo a casa mia mamma mi diceva che qualcuno ci aveva visti e che era meglio non farlo. Piuttosto stai in piedi, che non sta bene. Per dire in che tempi vivevamo.
Pensavo ovviamente che fosse l’amore della mia vita, ne sono stato convinto per un intero mese finchè non ho scoperto che si era baciata con un altro della nostra compagnia. Non fu l’unica volta ma non sapevo bene come prenderla, quindi nei parlai con lei. Fu inutile. Gli altri, stronzi come solo gli adolescenti sanno essere, ci andarono giù pesante anche di fronte a me, ci stavo malissimo, se ci ripenso adesso mi viene da sorridere a tanta tenerezza ma allora erano mazzate delle peggiori. Mi sfogavo facendo dei gran giri persi in bici e ascoltando i Queen a tutto volume. La storia è durata un anno, di più non ce l’ho fatta, poi poco dopo si è messa con un altro, uno dei miei migliori amici, venne a chiedermi se secondo me aveva fatto la scelta giusta. La mandai a cagare e cambiai compagnia. Avevo quindici anni e questo è stato l’imprinting, l’accesso al magico mondo dell’amore.

Poco tempo fa mi ha ricontattato. Dopo vent’anni. Perchè era strano che nonostante abitassimo così vicini ci fossimo persi di vista per così tanto tempo. Voleva rivedermi, recuperare. Per tagliar corto ho detto che non so se fosse il caso, e di rinforzo che avevo una morosa gelosa che non vedeva di buon occhio la cosa. Mi ha risposto che si è sentita offesa ed è partita con una filippica sulla fiducia reciproca tra innamorati e sui rapporti che legano troppo, sul fatto che ci vedevamo già qualcosa di male e che era un giudizio pesante sulla sua persona, che non aveva intenzione di ritornare alla carica, che avevo paura del passato che ritorna ecc ecc ecc. Mi sono scusato della risposta, è solo che preferivo vivere nel presente e lasciare il passato dove sta, investire sulle persone nuove piuttosto che riesumare vecchissimi rapporti ormai in disuso. Che se sono in disuso ci sarà un perchè.
L’idea che fosse un modo per glissare l’aveva sfiorata, aveva solo fatto quello che aveva sentito: perchè rivederci dopo vent’anni? Ma invece perchè no!? Che lei non ha mai sentito il peso del passato e non ha mai tagliato fuori le persone dalla sua vita, che quel giorno si sentiva di ricontattarmi e ha pensato bene di farlo.
Non ho risposto, non avevo niente da aggiungere, o da rispondere.

Di quei tempi ricordo il profumo dei tigli, la bici caricati in due, il primo bacio tra le margherite del parchetto di Baggiovara. Lo stesso parco dove giocavo da bambino.
Quei posti sono vicinissimi a casa mia, ogni tanto capita di ripassarci, quasi mai ci penso.
Sono semi già marciti in altre stagioni, la radice cerca il fondo e ispessisce il tronco per la nuova primavera.

Senza titolo

Una volta stavo vangando l’orto per togliere la gramigna, si infila sotto terra e se ci rimangono dei butti poi germogliano e riparte l’infestazione. Avevo caldo e spiura alle gambe nude, rimpiangevo l’inverno, pensavo che da due anni non nevicava e cheppalle la primavera, cosa ci vuole ad apprezzarla? Troppo facile così. La gatta tigrata mi girava intorno e mi faceva gli agguati nascondendo la testa sotto al mazzo di erbacce strappate. Pensavo a quelle persone che considerano i gatti come animali intelligenti, è come tifare inter: ci si butta in un amore a senso unico senza speranza, per il gusto malato di non avere il contraccambio. Poi ho pensato che per fortuna del calcio non me ne frega un cazzo e ho pensato alle vecchie canzoni che andavano quand’ero monello, ai pezzi di Umberto Tozzi e al fatto che poi quella fama lì te la porti dietro per sempre. Pensavo a “Come mai” degli 883, a quanto ho calcato su “notti intere ad aspettarti, ad aspettare te” e allora cazzo ero io! mentre se adesso mi dicessero di riscriverla sarebbe “Facciamo che intanto vado a letto, poi se mi rispondi ci sentiamo domattina”. Pensavo che non sarò mai un cantautore. Pensavo che non ho mai avuto tanto la testa in viaggio come quest’anno ed è tutto così incredibilmente semplice sedersi sul divano davanti al portatile e prenotare e spendere così poco che quasi New Orleans è più conveniente delle notti in auto a Principina a Mare. Pensavo che una volta alle quattro del mattino andavo sui siti porno e non sui mercatini dell’usato, e invece di andare di mano ho trovato una bici di seconda mano a un prezzo sconsideratamente basso che quasi non ci credevo. Pensavo al falegname che mi deve fare la scrivania con i vecchi noci piantati da mio bisnonno, che diventiamo amici dal primo quarto d’ora e quasi quasi gli lascio il curriculum e gli chiedo se ha bisogno anche a chiamata, che lì ci starei anche gratis. Pensavo a tutti i cani cattivi che bisogna stare attenti a non farti mordere ma che scodinzolano quando sentono il motore della mia Dacia da lontano. Pensavo che mi bacio i gomiti per una morosa che sta due giorni in mutua e mi riempie il freezer di ragù, brodo e tortellini, che non è mai un problema, che dice “mi piacerebbe fare” e in un’ora ci siamo organizzati e ci guardiamo e ci chiediamo beh mo, abbiamo già fatto?

Pensavo che i periodi di crisi sono comunque periodi di crisi, ma se vanno così non è un brutto andare.

La quaresima

Una volta la quaresima la sentivo di più. Facevo il “fioretto”, prendevo un impegno adatto alla mia età.
A trentasette anni forse è un po’ passato di moda, o forse è il caso di aggiustare il tiro e anzichè fare la quaresima dei dolci o dell’alcol (giammai, che è un ottimo legante sociale) ho pensato di prendere due impegni.
Il primo è una cosa già fatta in passato: stanziare 100€ per le spese di cibo e arrivarci a fine mese. Non è impossibile, l’anno scorso ci son stato dentro bene. Lo faccio perchè sento il bisogno di purificarmi fisicamente, e anche perchè la carne mangiata regolarmente comincia a darmi da fare. Polenta, riso, legumi, pesce azzurro, cavolo, broccoli e altre verdure di stagione saranno all’ordine del giorno. E poi adesso che ho scaricato l’app “Doveconviene” è quasi un divertimento andare a caccia di offerte.
Ho anche cominciato a fare il pane in casa con ottimi risultati, la svolta è stata usare lo yogurt che aiuta la lievitazione. Se volete vi do la ricetta.
Il secondo è una cosa nuova. Da un po’ di tempo medito di cancellarmi dai social, da tutti i social. Mi diverto a scrivere le cazzate che scrivo però mi toglie anche un sacco di tempo, e ho già visto che il lavoro non mi viene da lì ma dalla vita reale: una passeggiata, due chiacchiere scambiate in piazza o perchè vado a un evento e c’è tizio che mi presenta caio ecc ecc.
E se investissi solo nella vita reale e fanculo i social? Poi però seguo fotografi che fanno corsi, condividono lavori e idee, insomma c’è anche un lato formativo, e quindi ho deciso di farmi una lista delle cose da vedere e di mettermi al pc con la lista sotto e un timer. Non più di un’ora al dì. E un’altra ora di camminata, bicicletta o comunque esercizio fisico, a vedere se butto giù almeno i 5kg presi in Sri Lanka a forza di mangiare noodles.
Lo faccio da ieri e mi sembra di aver migliorato la qualità del cazzeggio..

Brezsny mi parla di SNUDGE: andare in giro con l’aria assorta dando l’impressione di fare qualcosa di utile mentre in realtà si sta solo perdendo tempo.
1) È importante per la tua salute fisica e mentale non fare assolutamente nulla, goderti una buona dose di riposante vuoto.
2) È importante per la tua salute fisica e mentale farlo il più di nascosto possibile, evitando che gli altri ti giudichino o ti critichino per questo.

Mi piace.
Mi piace assai.
Ho deciso che credo agli oroscopi 😀

Zòli, Enri e l’Ele

Una volta ero sul terrazzo a fumare. Avevo appena accompagnato giù tre amici.
Doveva essere uno solo, con un progetto e qualche domanda di carattere tecnico, poi da due siamo diventati tre e si è aggiunta anche una quarta che era affamata e guarda caso avevo appena cotto il pane.
Era un lunedì sera e di solito è la mia serata di morte sociale, solo che non sono molto bravo a gestire queste cose.
Era tardi, dopo la paglia ho lasciato tutto così e sono andato a letto.

La mattina dopo ho fatto colazione senza pane perchè evidentemente era difettoso, e guardando le briciole mi è scappato un sorriso e mi è dispiaciuto non essere uno da selfie, uno di quelli che a un certo punto fermano l’azione e annunciano “dai venite qui” e si becca dei nomi da persone con la bocca mezza piena e il bicchiere a mezz’asta. Mi è dispiaciuto per quella foto mancata di un momento bello, che ok che era meglio viverlo ma avere una traccia tangibile appiccicata su una bacheca in casa sarebbe stato bello uguale, un ri-accoglierli ogni volta che la guardo, un ricordo fisico come il calore del grado in più segnato dal termostato per via di quei fiati eccitati all’idea del viaggio, di come raccontarlo, di idee e di amore per le cose fatte bene.
Ho impastato dell’altro pane, che non si sa mai.

La Violenza

Una volta da piccolo ho fatto a schiaffi con mio fratello (e le ho prese nonostante fossi più grande, perchè sono uno sfigato), e poi non ho più picchiato nessuno.
Poi, qualche tempo fa mi è venuta voglia di tirare uno schiaffo a una persona.
Non “prenderla a schiaffi”, ma Uno Schiaffo. Uno solo.
Perchè è riuscita a portarmi all’esasperazione in un modo talmente cieco e ottuso che se ci ripenso mi dico ma no dai, è impossibile, e invece vado a rileggere roba che ho scritto in quel periodo e -per me- è andata davvero così.
Sento l’impulso partirmi dal piede in appoggio, la spalla che alza il braccio e la mano che frusta l’aria mentre una specie di torpore mi invade la testa, una bolla di sapone che mi restituirà il libero arbitrio solo nel momento in cui sentirò il ciocco: ssSSS-CIAFFF!
Come se fossi mosso da una volontà non mia che si deve manifestare perchè è Il Destino e non ci si può opporre e vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare.

Questo post l’avevo scritto tempo fa, sono pensieri ormai lontani. E’ solo che qualche sera fa è tornato fuori questo discorso qua, che le donne sono totalmente indifese rispetto alla violenza fisica da parte degli uomini e che noi uomini siamo altrettanto inermi di fronte alla violenza psicologica da parte delle donne, ed è un tipo di violenza che fa male uguale e che lascia dei segni che non si cancellano con una gara di rutti o una risata dopo una scoreggia o tutte quelle cose che ci piace fare a noi maschi semplici e primitivi.

Quello schiaffo è lì, caricato sotto la pelle del palmo della mano, dedicato a quella guancia e a lei sola. Per punizione alla mia insolenza ho lavato i piatti nonostante avessi cucinato, ma tanto lavare i piatti mi piace. Solo che la spugnina verde gratta via l’unto, ma non quel prurito.

La radio della provincia

Una volta dovevo andare in radio a fare delle foto. Non stavo bene, avevo un debito di sonno importante e quei brividini tipici di chi cova l’influenza, però mi scocciava rimandare l’appuntamento perchè avevo proprio voglia di fare quel lavoro, aprire quella porta, entrare in quel mondo un po’ antico e anacronistico, ma molto umano.
La porta si è aperta e ho appoggiato la borsa fuori dai piedi. Una reflex e un obbiettivo, il 50L, più il 24L di appoggio che non si sa mai. Le presentazioni nel modenese fanno sempre scappar da ridere perchè bene o male ci si conosce tutti per sentito dire. Tu sei Gio, ah ho conosciuto la tua ragazza a un Postrivoro, pensa, è di Grosseto e anche io ci ho vissuto un paio d’anni. Un paio d’anni?! E ti sono rimasti dei lividi? E tu sei il Verde, Garrincha, giusto? Cazzo, siamo tutti famosi qui dentro! Mi salutano dal microfono, se sentite dei click clack la colpa è di Francesco Zeno Boni che è venuto a farci qualche foto, e fa sempre un certo effetto, molto, molto di più di un link condiviso o di cento like su Instagram che non servono a molto: questa è una fama di provincia buona per farsi offrire un bicchiere al bar. E’ una bella comodità, qui non si butta via niente. Vado bene così? Da dio, la luce è perfetta. Solo, appoggiati di più sullo schienale così prendi meglio la luce del lampadario e in faccia hai meno ombre. Ooook, prova a vedere se ti piaci. Questa.. questa.. anche questa. Dai, questa va bene. Perfetto.
Riappoggio la reflex e la porta si apre di nuovo, entra un fan con dei pasticcini. Si apparecchia in un attimo, faccio una scappata al famila a piedi a comprare del lambrusco d’accompagnamento, l’Hania scarta il suo dolce e il fan apre un cabaret di pasticcini veronesi, esoticissimi. Ci si racconta e salta fuori che lavora per un’azienda per cui ho lavorato in tempi alterni, sia come elettricista che come modello che come fotografo, e guarda caso non sono molto contenti del fotografo attuale. Mi puoi lasciare un contatto? E mi gongolo mentre porgo il biglietto da visita pensando a tutti questi ritorni nello stesso posto, che dopo Anversa avevo dovuto rinunciare per mantenere l’amicizia con Rol e pensavo fosse un capitolo chiuso, invece c’è la possibilità di rientrare dalla porta principale e in totale autonomia.
Poi cala la piomba e i divanetti grunge diventano incredibilmente comodi, qualcuno va verso casa ma prima c’è da affrontare il buio della provincia, che forse è un po’ anonima ma anche molto sottovalutata. In queste serate ci trovo tutto e mi sento immensamente ricco, di una ricchezza che non si quantifica in bigliettoni nel portafogli, ma in possibilità, in futuro in potenza.
Basta starci ben ficcati con i piedi e prima o poi le cose succedono.

E voi, chi dite che io sia?

La settimana scorsa mi ha scritto una giornalista della Gazzetta per chiedermi quali sono secondo me i 10 posti più caratteristici di Modena. Contemporaneamente su Instagram e su Facebook mi stanno seguendo un sacco di etichette musicali indipendenti, location, wedding planner d’oltralpe e d’oltreoceano, fotografi di vario genere, agenzie, negozi di abbigliamento ed esercizi commerciali vari.
Stamattina mi hanno dato del trend setter: io so solo che i setter sono dei cani.

Non è falsa modestia, è solo che non capisco.
Ho la fortuna di avere amici che ogni tanto hanno bisogno di me, amici che fanno cose molto ma molto fighe come cortometraggi con attori importanti, shooting con modelle internazionali, siti internet per aziende prestigiose… e chiamano me. Mi sento onorato di questo trattamento, cerco di essere una compagnia piacevole per le tante ore in cui dobbiamo stare insieme e, nel frattempo, fare il meglio che posso.
Faccio tutto quello che posso per valorizzare il loro lavoro.
Il bello delle foto, che a volte è anche il limite, è che si parte sempre dalla realtà. Si fotografa quello che c’è, che si vede. Ciascuno può farlo, può trovare un modo, avere una visione di quella determinata realtà. Io ho il mio. Che non è Il Migliore. Nè ho la presunzione di essere Il Migliore, ce ne sono tanti più bravi: Lenny, Rafael, la Biagini, Gigi Ottani, l’Anita. Cerco di tenermeli ben stretti. Ma il talento nel fare foto è solo un tassello di un lavoro fatto bene, efficace, che arriva al punto. Quello che mi dà più piacere è tutto ciò che sta intorno a questo, la strada da battere e ribattere insieme finchè non si arriva, insieme, al risultato finale. Tanti fotografi frequentano corsi e workshop per imparare a fare, io invece faccio esperienze che in qualche modo mi riempiono. Non è una scelta lucida e consapevole, è una cosa di cui mi sono accorto.
Ecco, credo che sia questo l’investimento che mi torna indietro, mi appaga più dei soldi, fa di questo lavoro anche una passione. Ma per le persone e per le situazioni, non certo per la fotografia. La fotografia senza tutto questo sarebbe una roba troppo fredda e lontana.
Forse mi sono sbrodolato addosso, forse dovrebbero essere altri a dirlo, ma chissenefrega. Oggi sono sul giornale e mi sento molto egocentrico 🙂

“Te sei strano, hai l’indole da eremita e allo stesso tempo devi farti pubblicità”
L’è un bel casein.

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