"…è un modo di vivere." HCB

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Il dì di festa

Oggi festeggio.
Festeggio i lavori che non pensavo mi potessero piacere, invece sembrano fatti su misura.
Festeggio i preventivi che mi vengono richiesti senza che vada a bussare a nessuna porta, quelli che vengono accettati e anche quelli che mi regalano un giorno di festa.
Festeggio un matrimonio strano ma bello, e forse sarà la prima volta in cui i miei vedranno un mio lavoro.
Festeggio le persone che credono in me e nella mia professionalità, che non guardano se giro in camicia o in felpa.
Festeggio perchè non ho la testa di un dipendente statale.
Festeggio alla faccia di quelli che si fanno sentire solo quando hanno bisogno.

Festeggio le cose che crescono, le biete e i pomodori spontanei che non devo neanche andare a fare la spesa.
Festeggio i piccoli baobab che spuntano da questa terra e da altri viaggi.
Festeggio il vino sfuso che ho in cantina e che è il mio social network preferito.
Festeggio i sabati sera liberi che d’ora in poi avrò.
Festeggio la Jaguar appesa al muro e il Mojomojo sul tavolo pronto a urlare.
Festeggio la Cami che compie gli anni.
Festeggio una morosa che mi fa capire cosa mi son perso finora.
Festeggio perchè posso fare le cose senza dover pensare ai soldi.
Festeggio la sobrietà in cui mi piace vivere, il basso profilo, qualche follia ogni tanto.

Festeggio i momenti in terrazza, che è l’unica mia ambizione.
Festeggio la pioggia di sera a luci spente.

Adesso

Sono già stanco, di una stanchezza che non si lava via con qualche ora di sono in più. Mi sveglio di notte in un sudore acido, le mani e le gambe che formicolano dopo settecento chilometri di strada. Penso che domani dovrò imbottigliare, andare dal falegname, ritirare la Jaguar con l’elettronica sistemata, telefonare al sostituto per il concerto di sabato, rispondere alle mail della scuola, organizzare una mostra per il comune, sentire Fusorari, prepararmi alla trasferta che sabato ci si sposa a Bari.
Ho bisogno di un giorno di divano e Nintendo Mini, di un libro sull’erba, di pranzare senza pensare a quello che devo fare, di quei momenti in terrazza col sole in faccia, di una passeggiata o un giro in bici senza pensare all’orologio.

Adesso spengo il telefono.
Che si fottano.

Ratatouille

Sono giorni senza respiro, di foto soprattutto, a storie di amore e di dolore, ad amici, a gruppi musicali, a bambini delle elementari che stancano e danno energia. Di cene di pesce e di sbronze fotoniche che ci metto due giorni a recuperare, di spezie cingalesi, di torte e pane fatti in casa, di latticini che mangio senza pastiglie e sto bene. Di mostre, di persone che suonano il campanello dopo vent’anni e non sono cambiate di una virgola, di scrittori newzelandesi che si complimentano per il mio inglese e che mi invitano a trovarli, di amici che aprono birrerie, di quei concerti in cui ritrovi i tuoi ultimi vent’anni e che ti fanno urlare più forte, di radio, di musica, di vino, di vita.

La serata più trasgressiva è stata un giovedì sera nel lettone con un film visto dal portatile, coprifuoco alle 22:30.
Ho deciso che dalle 18 in poi voglio spegnere tutto e godermela, fare un giro in bici, sdraiarmi sul pratino, stare al balcone a guardare chi passa, suonare la chitarra. La Jaguar è in riparazione, appena torna chiamo Claudio che mi insegna il blues.

Tra tre ore inauguro la mostra e poi mi sputtano per tre giorni.
Salute.

100€ al mese e il pane fatto in casa

Si può mangiare per un mese con 100€? La risposta è sì.
Ci ho infilato pure un pranzo di pesce al mare e una magnazza a gnocco e tigelle facendo lo splendido e pagando per entrambi. Modenesi, l’Insolito Bar è la risposta a tutto.

Non ho fatto particolarmente fatica, i fattori prevalenti sono tre:
– la campagna è ripartita e posso contare su biete e tarassachi praticamente illimitati, mi basta scendere le scale e raccoglierli.
– avevo polenta e legumi secchi in dispensa, erano da finire e ne vado matto.
– ho imparato a fare il pane e le tigelle, e un sacco di amici mi hanno invitato a pranzo o a cena, o son venuti da me con delle sporte piene di roba. Mi sento un po’ scroccone però erano loro a chiedere di organizzare, e chi sono io per dire di no? 😉
Peso sempre 80kg, quindi non ho proprio patito la fame…

Fare il pane in casa è molto semplice, servono 500g di farina, una bustina di lievito disidratato (se non ci si vuole sbattere col lievito madre), un cucchiaino di sale grosso (si scioglie più lentamente e dà meno fastidio alla lievitazione), tre cucchiai di olio di oliva o uno di strutto, tre cucchiai di yogurt perchè ho scoperto che aiuta la lievitazione e migliora il sapore e il profumo.
Le nostre nonne usavano il tagliere, io mi trovo meglio con una ciotola di plastica.

Cominciamo! Prima di tutto sciolgo il lievito in un bicchiere di acqua tiepida con un cucchiaino di zucchero di canna.
Metto il sale grosso in fondo alla ciotola e poi verso sopra il mezzo chilo di farina. La mia preferita è quella integrale del mulino di Gombola ma faccio dei gran mischioni con altre farine di tipo 1 o 0 che trovo in giro, soprattutto all’Esselunga. L’importante è che non sia solo integrale perchè lievita peggio.
Quando il lievito ha fatto un bello schiumone lo aggiungo alla farina con lo yogurt, l’olio o lo strutto ed eventualmente dei semini. Impasto tutto aggiungendo l’acqua un cucchiaio alla volta, lavoro l’impasto almeno 10 minuti e alla fine lo sbatto diverse volte sul fondo della terrina per rompere il glutine. Ne faccio una palla che copro con un burazzo umido e lascio riposare per 15 minuti in un posto caldo (>20°C).
Rismanazzo l’impasto per altri 10 minuti ripiegandolo più volte su se stesso in modo da ridistribuire le proteine, poi faccio due baguette di diametro di 7-8cm, le sdraio su una teglia rivestita di carta forno, copro il tutto con il burazzo umido e lascio lievitare un paio d’ore. Cresce almeno del doppio, quindi lasciate abbastanza spazio tra le due baguette.
Passato il tempo inforno, e qui dipende molto da che forno uno ha: io ne ho uno tipo DeLonghi e quindi va in temperatura in un attimo, lo lascio 10 minuti a 200°C in modo che faccia la crosta, e poi 20 minuti a 150°C.
A fine cottura tolgo i filoncini dalla carta forno e li lascio raffreddare su una grata in modo che si asciughino anche sotto. Bisognerebbe lasciarli lì fin che non sono freddi ma un assaggino lo faccio sempre.
Sembra complicato finchè non ci si prova, basta solo organizzarsi con i tempi e stare attenti a non superare la lievitazione o l’impastosi affloscerà e il pane diventerà un bel mattoncino. Il miglior incentivo è avere una morosa che deposita la cesta delle buone feste aziendali nel vostro frigo 😀

La differenza tra professionista e professionale

Una volta ho lavorato per un fotografo matrimonialista.
Mi aveva contattato dopo aver visto alcune mie foto ma voleva vedere come lavoravo, quindi il primo matrimonio insieme non mi avrebbe pagato.
E’ stato un matrimonio abbastanza insipido, non c’è niente di male, solo che un fotografo lavora sulla realtà e se non succede nulla di interessante si fa fatica a tirare fuori qualche foto memorabile. Volevo fare bella figura e mi sono sbattuto tanto nel cercare l’inquadratura giusta, le espressioni, la luce, tanto che qualche giorno dopo mi ha chiamato per dirmi che era molto soddisfatto e che avevo fatto foto molto più belle delle sue.
-“Quindi mi paghi?”
-“No, avevamo detto che venivi gratis…”
Mi sono girati i coglioni ma va beh, gli accordi erano quelli e amen.

Dopo quello mi ha assegnato altre quattro date, sempre in affiancamento a lui, per un prezzo ridicolo, ovviamente in nero. Ho stretto i denti e me lo sono fatto andar bene, avevo poca esperienza e dovevo pur cominciare a farmi un portfolio.
A quel tempo scattavo con 5Dmark2 16-35L e un 70-200L f2.8 IS per i dettagli: non gli andava bene, voleva un 24-70L e me lo sono fatto prestare.
Lui aveva due camere, una 5Dmark2 macinata che ogni tanto si impallava, una 7D che faceva strani rumori, un 24-70L che quando zoomava a 24mm faceva un clunk sospetto: una qualche lente interna si spostava e la parte sotto era tutta sfocata nonostante il resto fosse a fuoco. Le uniche lenti che si salvavano erano un 17-40L f4 buio come la notte e un 50 f1.8 seconda versione, una lente dal buon rapporto prezzo prestazioni, ma non ci avrei fatto troppo affidamento.
Il primo matrimonio era in centro, qualche giorno prima mi è venuta l’idea di chiedere il permesso per la ZTL, “ottimo, io non ci avevo neanche pensato!”. Anche questo matrimonio era abbastanza insipido, in un agriturismo che offriva pochi spunti ma la luce era fantastica. Durante gli scatti in posa mi ha chiesto in prestito gli obbiettivi perchè non si fidava della sua attrezzatura, gli ho chiesto perchè non la faceva sistemare e mi ha risposto “perchè mai? tanto lavoro sempre con un altro fotografo…”
In pratica ero un mix tra un fotografo, un’assicurazione e un noleggio, ma con un rapporto prezzo/prestazioni incredibilmente vantaggioso. Rapportato alle ore nemmeno in pizzeria mi avrebbero dato così poco, e per lavorare in pizzeria non avevo bisogno di 5000€ di attrezzatura. Ero incazzatissimo, avrei voluto rispondergli ma eravamo con gli sposi e non ho detto niente. Non vedevo l’ora che la giornata finisse, invece è durata quattordici ore. Tra l’altro mi dava già fastidio lui come persona, a pelle; alla luce di queste cose era diventato insopportabile. Tornando a casa ero molto silenzioso, lui ha dato la colpa alla stanchezza e mi fa “senti, se ti pagassi con fattura? Ovviamente la cifra che avevamo concordato sarebbe lorda… anzi, sì dai, facciamo così che mi sento più tranquillo”
Fumavo. Gli ho detto che ci avrei pensato. Ho preso tempo per evitare di esplodere.

Ci ho pensato su tre giorni ma la rabbia non mi è passata.
Sono andato in studio a riprendermi le schedine e gli ho detto che per una cifra così ridicola preferivo andare al mare. Mi ha detto che gli accordi andavano bene a entrambi e che non era professionale rimangiarseli, gli ho risposto che per me non era professionale nemmeno lavorare con l’attrezzatura marcia e appoggiarsi a quella del secondo fotografo, e che se voleva che gli facessi le altre date doveva darmi la cifra che chiedevo. I toni si sono scaldati, mi ha detto che se prima mi apprezzava adesso non mi apprezzava più, che non ci si comporta così, che con lui avevo chiuso e che non mi avrebbe nemmeno pagato il matrimonio appena fatto.
Sono uscito sbattendo la porta, con un senso di leggerezza nello stomaco e la sensazione che si ha appena usciti dalla doccia dopo una sudata memorabile. Non ci ho più avuto a che fare. Ultimamente mi è tornato in mente e sono andato a vedere cosa combina: è diventato un pezzo grosso dei matrimoni, lavora tanto e fa le stesse foto di allora, foto che a me non piacciono come non mi piacevano allora, solo che al contrario di me è molto bravo a vendersi.
Devo ammettere che in questo lo apprezzo, perchè è una dote che mi manca e su cui devo lavorare. Volevo affiancarlo proprio per imparare questo aspetto, ma c’è un limite anche allo sfruttamento.
Chissà se ha cambiato attrezzatura… ma tanto non sono cazzi miei.

Marzo ha giornate lunghe

Poco tempo fa ero in crisi pesa. In questo periodo lo sono sempre, è il periodo in cui ho meno soldi perchè non è che si lavori granchè, ma non è questo che mi preoccupa: è il momento di procacciarsi i matrimoni, solo che evidentemente non sono bravo a vendermi o dovrei calare i prezzi, poi ultimamente ho scoperto che “prezzi” e “braghe” per qualcuno sono sinonimi.

-Quanto vuoi per un matrimonio?
-1000€
-Eeeeh, così tanto?
-Sì perchè ho un’attrezzatura pro, due reflex così in caso di rottura ho l’altra, doppio slot così se si strina una schedina ho le foto salvate anche sull’altra, lenti luminose così se c’è poca luce…
-Va beh ma quell’altro vuole 200€ in meno, grazie, ciao.
Preferirei un “guarda, lo stile di quell’altro mi piace di più e preferisco che sia lui a raccontare uno dei giorni più importanti della mia vita”, e invece ci sono quei 200€ che fanno proprio la differenza.
Mi viene voglia di vendere tutto, comprare una entry level con obbiettivo kit e lavorare così, leggero di spalle e di testa, senza garanzie e senza cespiti. Poi se si rompe la macchina, se c’è poca luce, se le foto vengono sgranate cazzi loro.
Solo che lavorare così è una merda, quindi tanto vale fare altro e farlo bene. Un bel lavoro manuale, di quelli in cui non c’è da pensare, che se è un periodo di merda non devo per forza essere creativo, che garantiscono ferie e malattia pagate, di quelli che all’attrezzatura e all’aspetto commerciale e promozionale ci pensa qualcun altro, di quelli in cui la prestazione offerta ha quantità misurabili.

Poi come per magia arriva un messaggio, poi una chiamata, poi un altro messaggio e devo far slittare tutto avanti di due settimane perchè non so da che parte prendere. Tra l’altro roba tosta, il backstage a un documentario su un certo tipo di malati terminali, sul mondo che ci gravita attorno. Arrivo a sera svuotato, penso agli operatori e alla forza che hanno per affrontare quella quotidianità col sorriso. Voglio chiedere di sviluppare un progetto mio, per un po’ l’ho vissuto anch’io quel mondo anche se attraverso il filtro dei miei genitori. Adesso mi sento pronto.
Si parte sempre da se stessi, dal proprio vissuto.
Vissuto che non si ferma, la vita continua e ho un’ora per cambiare vestito e presentarmi a cena da Luca. Scopro che ci sono due gradi di separazione tra me e Helmut Newton, che uno shooting può trasformarsi in una sbronza colossale collettiva e dichiarata alla Rana, che il calore di una famiglia scalda più del camino, che sono ancora in grado di tenere in braccio un cinno di pochi mesi senza ammazzarlo, che la Stefi è diventata una bravissima mamma lavoratrice, che la Nanda sa bussare alla porta ma non sa quello che vuole e che riesco a reggere molto più alcol di quanto pensassi. Forse l’alcol è il motivo per cui io e Luca ci vediamo così poco nonostante siamo così amici, è istinto di conservazione.
Ho il suo album tra le mani, copia 11/99.
Un disco scritto, registrato e suonato da Luca durante i quattro giorni della tempesta di neve del 2010.

Disco Emilia

Son stato a Riaperture a Ferrara. Ho scoperto questa rassegna per caso dal blog di un fotografo che segue un’altra fotografa. Con i blog ho lo stesso rapporto che ho con le serie tv, non ce la faccio a essere costante, non li cago per settimane o mesi e poi leggo tutti gli articoli tutti d’un fiato. Faccio così per pigrizia, ma anche perchè mi piace il gioco di unire i puntini e vedere che evoluzione c’è stata nel tempo. Che cosa stanno inseguendo questi fotografi vip.
Ci sono andato di domenica, mi costa assai perchè non ho più l’età per fare doppia serata venerdì e sabato, ma ogni tanto la volontà vince. Sono stato ricompensato con una mostra su tutte, Disco Emilia, che avevo già visto allo Spazio Gerra. Sono foto fatte negli anni 70 e 80, ai tempi delle cattedrali del divertimento che qui in Emilia crescevano come funghi. Il nome che spicca su tutti è quello di Basilico a cui avevano commissionato il reportage, ieri invece c’era Hyena e l’ho agganciato per un parere di prima penna. In quest’epoca di notizie, i testimoni sono oro.

Lui c’era, e descriveva un mondo di persone che finalmente si liberavano, non c’erano i giudizi del mondo esterno, c’era la voglia di incontrarsi.
Adesso invece le ragazze si fanno selfie col telefonino e poi se le condividono tra loro. Chiedo se posso scattare anche io una foto ma dicono di no. Stessa risposta ai ragazzi che vorrebbero fare una foto assieme a loro. E’ una rete sempre più stretta, paradossalmente viviamo ovunque in qualsiasi momento e siamo altrove chi vorremmo essere, ma il qui ed ora è quasi un momento di serie B rispetto alla rete. Si è solo quando si è stati, il presente è solo in funzione del passato.
Mi lascia perplesso questa vita virtuale a discapito di quella… stavo per scrivere “reale”, ma è reale anche la vita virtuale.

E’ un’indagine in un ambito poco battuto, le discoteche non interessano al mondo culturale e i tg ne parlano solo quando succede qualche tragedia. Nemmeno io sono mai stato attratto da questo mondo, l’ho sempre pensato frivolo e superficiale, poco impegnativo e impegnato. Qualcuno mi ha anche detto che sono sprecato a battere quella pista, che preferisce i miei reportage in cui c’è più ciccia. In certi momenti l’ho pensato anch’io, ma sempre più spesso mi rendo conto che è come avere uno sgabellino privilegiato (con free drink) davanti alla migrazione di una bella fetta di mondo. Mi costa lasciare la presa per essere un po’ più riposato alla domenica mattina, e nel frattempo mi son fatto degli amici lì dentro, che ogni tanto mi chiedono un selfie ma ogni tanto ci troviamo anche in centro, o su una collina del parco Amendola.

La prima volta e la crisi dei trent’anni

Una volta avevo una morosa. Eravamo entrambi molto giovani e non sapevo bene come prenderla, conoscevo l’amore solo attraverso le canzoni e i film e i libri. Ci vedevamo ogni giorno sull’autobus, le poche volte che trovavamo un posto a sedere la prendevo in braccio e quando tornavo a casa mia mamma mi diceva che qualcuno ci aveva visti e che era meglio non farlo. Piuttosto stai in piedi, che non sta bene. Per dire in che tempi vivevamo.
Pensavo ovviamente che fosse l’amore della mia vita, ne sono stato convinto per un intero mese finchè non ho scoperto che si era baciata con un altro della nostra compagnia. Non fu l’unica volta ma non sapevo bene come prenderla, quindi nei parlai con lei. Fu inutile. Gli altri, stronzi come solo gli adolescenti sanno essere, ci andarono giù pesante anche di fronte a me, ci stavo malissimo, se ci ripenso adesso mi viene da sorridere a tanta tenerezza ma allora erano mazzate delle peggiori. Mi sfogavo facendo dei gran giri persi in bici e ascoltando i Queen a tutto volume. La storia è durata un anno, di più non ce l’ho fatta, poi poco dopo si è messa con un altro, uno dei miei migliori amici, venne a chiedermi se secondo me aveva fatto la scelta giusta. La mandai a cagare e cambiai compagnia. Avevo quindici anni e questo è stato l’imprinting, l’accesso al magico mondo dell’amore.

Poco tempo fa mi ha ricontattato. Dopo vent’anni. Perchè era strano che nonostante abitassimo così vicini ci fossimo persi di vista per così tanto tempo. Voleva rivedermi, recuperare. Per tagliar corto ho detto che non so se fosse il caso, e di rinforzo che avevo una morosa gelosa che non vedeva di buon occhio la cosa. Mi ha risposto che si è sentita offesa ed è partita con una filippica sulla fiducia reciproca tra innamorati e sui rapporti che legano troppo, sul fatto che ci vedevamo già qualcosa di male e che era un giudizio pesante sulla sua persona, che non aveva intenzione di ritornare alla carica, che avevo paura del passato che ritorna ecc ecc ecc. Mi sono scusato della risposta, è solo che preferivo vivere nel presente e lasciare il passato dove sta, investire sulle persone nuove piuttosto che riesumare vecchissimi rapporti ormai in disuso. Che se sono in disuso ci sarà un perchè.
L’idea che fosse un modo per glissare l’aveva sfiorata, aveva solo fatto quello che aveva sentito: perchè rivederci dopo vent’anni? Ma invece perchè no!? Che lei non ha mai sentito il peso del passato e non ha mai tagliato fuori le persone dalla sua vita, che quel giorno si sentiva di ricontattarmi e ha pensato bene di farlo.
Non ho risposto, non avevo niente da aggiungere, o da rispondere.

Di quei tempi ricordo il profumo dei tigli, la bici caricati in due, il primo bacio tra le margherite del parchetto di Baggiovara. Lo stesso parco dove giocavo da bambino.
Quei posti sono vicinissimi a casa mia, ogni tanto capita di ripassarci, quasi mai ci penso.
Sono semi già marciti in altre stagioni, la radice cerca il fondo e ispessisce il tronco per la nuova primavera.

Senza titolo

Una volta stavo vangando l’orto per togliere la gramigna, si infila sotto terra e se ci rimangono dei butti poi germogliano e riparte l’infestazione. Avevo caldo e spiura alle gambe nude, rimpiangevo l’inverno, pensavo che da due anni non nevicava e cheppalle la primavera, cosa ci vuole ad apprezzarla? Troppo facile così. La gatta tigrata mi girava intorno e mi faceva gli agguati nascondendo la testa sotto al mazzo di erbacce strappate. Pensavo a quelle persone che considerano i gatti come animali intelligenti, è come tifare inter: ci si butta in un amore a senso unico senza speranza, per il gusto malato di non avere il contraccambio. Poi ho pensato che per fortuna del calcio non me ne frega un cazzo e ho pensato alle vecchie canzoni che andavano quand’ero monello, ai pezzi di Umberto Tozzi e al fatto che poi quella fama lì te la porti dietro per sempre. Pensavo a “Come mai” degli 883, a quanto ho calcato su “notti intere ad aspettarti, ad aspettare te” e allora cazzo ero io! mentre se adesso mi dicessero di riscriverla sarebbe “Facciamo che intanto vado a letto, poi se mi rispondi ci sentiamo domattina”. Pensavo che non sarò mai un cantautore. Pensavo che non ho mai avuto tanto la testa in viaggio come quest’anno ed è tutto così incredibilmente semplice sedersi sul divano davanti al portatile e prenotare e spendere così poco che quasi New Orleans è più conveniente delle notti in auto a Principina a Mare. Pensavo che una volta alle quattro del mattino andavo sui siti porno e non sui mercatini dell’usato, e invece di andare di mano ho trovato una bici di seconda mano a un prezzo sconsideratamente basso che quasi non ci credevo. Pensavo al falegname che mi deve fare la scrivania con i vecchi noci piantati da mio bisnonno, che diventiamo amici dal primo quarto d’ora e quasi quasi gli lascio il curriculum e gli chiedo se ha bisogno anche a chiamata, che lì ci starei anche gratis. Pensavo a tutti i cani cattivi che bisogna stare attenti a non farti mordere ma che scodinzolano quando sentono il motore della mia Dacia da lontano. Pensavo che mi bacio i gomiti per una morosa che sta due giorni in mutua e mi riempie il freezer di ragù, brodo e tortellini, che non è mai un problema, che dice “mi piacerebbe fare” e in un’ora ci siamo organizzati e ci guardiamo e ci chiediamo beh mo, abbiamo già fatto?

Pensavo che i periodi di crisi sono comunque periodi di crisi, ma se vanno così non è un brutto andare.

La quaresima

Una volta la quaresima la sentivo di più. Facevo il “fioretto”, prendevo un impegno adatto alla mia età.
A trentasette anni forse è un po’ passato di moda, o forse è il caso di aggiustare il tiro e anzichè fare la quaresima dei dolci o dell’alcol (giammai, che è un ottimo legante sociale) ho pensato di prendere due impegni.
Il primo è una cosa già fatta in passato: stanziare 100€ per le spese di cibo e arrivarci a fine mese. Non è impossibile, l’anno scorso ci son stato dentro bene. Lo faccio perchè sento il bisogno di purificarmi fisicamente, e anche perchè la carne mangiata regolarmente comincia a darmi da fare. Polenta, riso, legumi, pesce azzurro, cavolo, broccoli e altre verdure di stagione saranno all’ordine del giorno. E poi adesso che ho scaricato l’app “Doveconviene” è quasi un divertimento andare a caccia di offerte.
Ho anche cominciato a fare il pane in casa con ottimi risultati, la svolta è stata usare lo yogurt che aiuta la lievitazione. Se volete vi do la ricetta.
Il secondo è una cosa nuova. Da un po’ di tempo medito di cancellarmi dai social, da tutti i social. Mi diverto a scrivere le cazzate che scrivo però mi toglie anche un sacco di tempo, e ho già visto che il lavoro non mi viene da lì ma dalla vita reale: una passeggiata, due chiacchiere scambiate in piazza o perchè vado a un evento e c’è tizio che mi presenta caio ecc ecc.
E se investissi solo nella vita reale e fanculo i social? Poi però seguo fotografi che fanno corsi, condividono lavori e idee, insomma c’è anche un lato formativo, e quindi ho deciso di farmi una lista delle cose da vedere e di mettermi al pc con la lista sotto e un timer. Non più di un’ora al dì. E un’altra ora di camminata, bicicletta o comunque esercizio fisico, a vedere se butto giù almeno i 5kg presi in Sri Lanka a forza di mangiare noodles.
Lo faccio da ieri e mi sembra di aver migliorato la qualità del cazzeggio..

Brezsny mi parla di SNUDGE: andare in giro con l’aria assorta dando l’impressione di fare qualcosa di utile mentre in realtà si sta solo perdendo tempo.
1) È importante per la tua salute fisica e mentale non fare assolutamente nulla, goderti una buona dose di riposante vuoto.
2) È importante per la tua salute fisica e mentale farlo il più di nascosto possibile, evitando che gli altri ti giudichino o ti critichino per questo.

Mi piace.
Mi piace assai.
Ho deciso che credo agli oroscopi 😀

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